Cosa ha fatto Ilaria Salis in Ungheria e che cosa rischia
La prossima udienza il 24 maggio: saranno ascoltati una vittima e due testimoni
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L’11 febbraio dell’anno scorso Ilaria Salis , 39 anni, insegnante di scuola elementare a Monza e attivista antifascista, viene arrestata mentre si trovava a bordo di un taxi insieme con due altri cittadini tedeschi. Lei e Tobias Edelhoff sono stati accusati di violenza e lesioni, la terza arrestata deve rispondere di aver pianificato gli attacchi.
I magistrati contestano all’italiana sia il reato di lesioni personali che quello di appartenere all’organizzazione antifascista Hammerbande, che ha come obiettivo quello di “colpire” a martellate presunti neonazisti. Per l’accusa Salis avrebbe partecipato a due atti di violenza del 10 febbraio. Uno contro un uomo - scambiato per un estremista di destra a causa del suo abbigliamento militare - in piazza Gazdagre’ ti, e un altro contro il musicista di estrema destra La’ szlo’ Dudog, le cui foto con il volto tumefatto fecero poi il giro del web. Lo scorso 29 gennaio inizia il processo.
Salis in tribunale con le manette ai polsi e la polemica
Le immagini di Salis con le manette e le catene a piedi e polsi scatenano una polemica internazionale. In quell’occasione l’altro imputato tedesco si dichiara colpevole, ottenendo una condanna a 3 anni di reclusione. Al contrario, Salis continua a professare la sua innocenza rinunciando al patteggiamento. Di recente, il 28 marzo, viene respinta nuovamente la richiesta dei domiciliari questa volta in Ungheria. La prossima udienza il 24 maggio: saranno ascoltati una vittima e due testimoni.
Cosa rischia
Il rinvio a giudizio lo scorso novembre porta con sé una richiesta di condanna avanzata dall’accusa a 11 anni di carcere. Salis rischia fino a 24 anni di detenzione. Il portavoce del governo di Orbàn, Zoltan Kovacz, ha lanciato un messaggio chiaro: «Dobbiamo chiarire che nessun gruppo di estrema sinistra dovrebbe vedere l’Ungheria come una sorta di ring di pugilato dove arrivare e pianificare di picchiare qualcuno a morte», ha sottolineato su X.
Intanto Amnesty International Italia, organizzazione per i diritti umani, ha sottolineato le condizioni degradanti in cui è detenuta la donna, riferite dai suoi familiari e dai suoi legali, e ha evidenziato come la mancanza di traduzione di una parte degli atti processuali e di accesso ai video depositati come prove incriminanti violino il diritto, internazionalmente riconosciuto, a un processo equo.







