Asia

Corea, al via le annuali esercitazioni tra Usa e Seul ma in forma ridotta

Le esercitazioni militari Freedom Shield tra Stati Uniti e Corea del Sud sono iniziate in scala ridotta, mentre Seul cerca di attenuare le tensioni con Pyongyang

Carri armati sudcoreani sono schierati in attesa in un campo di addestramento nella città di confine di Paju, in Corea del Sud, il 9 marzo 2026, mentre Corea del Sud e Stati Uniti avviano la loro esercitazione militare congiunta primaverile annuale per rafforzare la postura di difesa combinata.

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Gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno avviato le tradizionali esercitazioni militari primaverili con una scala ridotta rispetto agli anni precedenti, in un momento delicato per gli equilibri dell’Asia nord-orientale. La scelta arriva mentre Seul tenta di contenere le tensioni con Pyongyang e alla vigilia di una missione asiatica del presidente americano Donald Trump che dovrebbe culminare in un incontro con il leader cinese Xi Jinping.

Le manovre Freedom Shield, iniziate lunedì e in programma fino al 19 marzo, coinvolgono migliaia di militari e sono progettate per rafforzare l’interoperabilità tra le due forze armate e la capacità di risposta congiunta. Il comando statunitense ha sottolineato che l’obiettivo resta quello di «rafforzare la postura difensiva combinata e la prontezza operativa».

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Tuttavia, la portata delle esercitazioni sul campo è stata significativamente ridotta. Un funzionario del ministero della Difesa sudcoreano ha confermato che i field training previsti durante il periodo delle esercitazioni sono scesi a 22, più che dimezzati rispetto ai 51 dello scorso anno.

Secondo lo Stato maggiore sudcoreano, circa 18 mila militari di Seul partecipano alle manovre, mentre il numero delle truppe statunitensi non è stato reso pubblico.

Le tensioni con Pyongyang

Le esercitazioni congiunte sono da anni uno dei principali punti di attrito con la Corea del Nord. Il leader nordcoreano Kim Jong Un le definisce regolarmente una “prova generale di invasione”, mentre Washington e Seul insistono sulla loro natura puramente difensiva.

La decisione di ridurre le attività sul campo viene letta da molti osservatori come un tentativo del presidente sudcoreano Lee Jae Myung di creare condizioni più favorevoli per un possibile riavvicinamento con Pyongyang. Dal suo insediamento, nel giugno dello scorso anno, Lee ha cercato di rilanciare il dialogo intercoreano, senza però ottenere finora aperture significative.

Lo stesso Kim ha respinto le iniziative di Seul definendole «una manovra goffa e poco convincente», ribadendo al contempo l’intenzione di accelerare lo sviluppo nucleare del Paese. In un congresso del partito al potere tenutosi a febbraio, il leader nordcoreano ha affermato che eventuali colloqui con Washington dovrebbero partire dal riconoscimento della Corea del Nord come Stato dotato di armi nucleari.

L’ombra del Medio Oriente

Le esercitazioni si svolgono mentre gli Stati Uniti sono impegnati in un’escalation militare in Medio Oriente, alimentando speculazioni su un possibile trasferimento di assetti dalla penisola coreana verso quell’area, tra cui batterie antimissile Patriot.

Media sudcoreani hanno riferito che alcune capacità militari statunitensi potrebbero essere state ridislocate per sostenere operazioni contro l’Iran. Sia Washington sia Seul hanno evitato di commentare i movimenti specifici per ragioni di sicurezza operativa, ma funzionari sudcoreani hanno assicurato che eventuali trasferimenti non avranno «un impatto significativo» sulla postura difensiva congiunta.

Il comando delle forze statunitensi in Corea ha ribadito che la priorità resta «mantenere una forza credibile e pronta al combattimento sulla penisola coreana».

Le esercitazioni arrivano in una fase di intensa attività diplomatica nella regione. Nelle prossime settimane Trump dovrebbe recarsi in Asia per una visita che includerà un vertice con Xi a Pechino. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha segnalato che le tensioni in Medio Oriente non influenzeranno i piani per ospitare il presidente americano.

Durante il suo primo mandato, Trump aveva incontrato Kim Jong Un tre volte nel tentativo di avviare un processo di denuclearizzazione della Corea del Nord. I colloqui, culminati nel fallimento del vertice di Hanoi del 2019, non produssero però risultati concreti.

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