Asia

Pechino critica la guerra, ma apre al dialogo con gli Usa: «Anno decisivo»

Il ministro degli Esteri cinese ha chiesto il cessate il fuoco in Iran e detto che «il mancato confronto porterebbe solo a incomprensioni»

dal nostro corrispondente Marco Masciaga

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi durante una conferenza stampa domenica a Pechino in occasione della Quarta sessione del 14esimo Congresso nazionale del popolo

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NEW DELHI - Domenica mattina, nel corso di un’attesa conferenza stampa, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha sottolineato la necessità di dialogare con gli Stati Uniti e, pur senza confermare la visita di Stato di fine mese a Pechino del presidente americano Donald Trump, ha detto di sperare che il 2026 sarà un «anno decisivo» nei rapporti tra i due Paesi.

Nel corso dell’incontro con i giornalisti, Wang ha criticato la decisione di Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran («questa è una guerra che non doveva scoppiare e che non sta portando benefici a nessuno») e ha chiesto un immediato cessate il fuoco. Ma, allo stesso tempo, ha sottolineato la necessità di un dialogo con gli Usa, lasciando intendere come - nonostante le operazioni di regime change portate avanti dagli americani nei confronti di due partner strategici della Cina come Iran e Venezuela - la priorità di Pechino rimanga la stabilizzazione dei rapporti con Washington.

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Il rischio di escalation

«Il mancato dialogo tra le due nazioni - ha detto Wang - porterebbe solo a incomprensioni e valutazioni errate, con il rischio di un’escalation verso lo scontro e danni per il mondo». Parlando del possibile incontro a cavallo tra marzo e aprile tra il presidente cinese Xi Jinping e Trump, Wang ha detto che «l’agenda per un confronto ad alto livello è sul tavolo. Ciò che è necessario è che entrambe le parti compiano preparativi approfonditi per creare un contesto favorevole alla gestione delle divergenze esistenti».

In preparazione dell’incontro, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, il rappresentante per il Commercio Usa Jamieson Greer e il vicepremier cinese He Lifeng dovrebbero incontrarsi il prossimo fine settimana a Parigi per gettare le basi di un nuovo accordo che dovrebbe includere anche delle intese commerciali tra imprese. Lo scorso ottobre, Cina e Stati Uniti hanno raggiunto un compromesso temporaneo sulla questione dei dazi americani, dopo che Pechino aveva risposto alle tariffe americane, introducendo dei limiti alle esportazioni di minerali critici.

L’impatto dei cambi di regime sulla Cina

Un equilibrio precario, quello tra le due superpotenze, che nelle ultime settimane è stato sottoposto a ulteriori sollecitazioni dopo la decapitazione dei regimi in Venezuela e Iran, due Paesi centrali nelle strategie di approvvigionamento energetico di Pechino. «Un pugno duro non equivale a una ragione forte», ha detto Wang in un chiaro riferimento alla sempre più muscolare politica estera americana. «Il mondo non può tornare alla legge della giungla. Ricorrere alla forza a ogni occasione non dimostra la propria potenza».

Ha proposto cinque «principi fondamentali» per tutte le parti: rispetto della sovranità nazionale; nessun abuso della forza militare; non interferenza negli affari interni degli altri Paesi; impegno a cercare soluzioni politiche ai problemi; e azioni costruttive da parte delle grandi potenze.

Nel corso della conferenza stampa Wang ha anche chiesto: «Se la Cina, come alcune tradizionali grandi potenze, fosse intenzionata a ritagliarsi sfere di influenza nel proprio vicinato, ad alimentare la contrapposizione tra blocchi o addirittura a scaricare i propri problemi sui Paesi vicini, l’Asia sarebbe ancora stabile come lo è oggi?». Nelle scorse settimane erano circolate voci circa un possibile accordo tra l’Iran e la Cina per l’acquisto dei missili supersonici anti-nave CM-302.

«Rafforzare le Nazioni Unite»

In realtà - al di là della retorica di Pechino, che da quando Trump è tornato alla Casa Bianca ha avuto buon gioco a presentarsi al mondo come un fattore di stabilità nelle relazioni internazionali - la Cina è vista come una minaccia incombente in tutto l’Indo-Pacifico. Negli ultimi anni ha aumentato di molto l’intensità e la frequenza delle sue esercitazioni militari intorno a Taiwan, è andata ripetutamente allo scontro con le Filippine su alcune isole contese e non ha ancora smesso di rispondere in maniera rabbiosa ad alcune considerazioni fatte mesi orsono dalla premier giapponese Sanae Takaichi.

«Risolvere la questione di Taiwan e realizzare la completa riunificazione della nostra madrepatria è un processo storico che non può essere fermato», ha detto Wang. «Chi lo sostiene è dalla parte giusta della storia, mentre chi lo ostacola è destinato a soccombere».

Un approccio come sempre intransigente che domenica non ha impedito a Wang di tornare a presentare la Cina come uno dei più strenui difensori del multilateralismo. Parlando della Global Governance Initiative, un progetto lanciato lo scorso settembre al vertice di Tianjin, Wang ha detto che «il ruolo di guida delle Nazioni Unite deve essere rafforzato, non indebolito». Wang ha anche sottolineato l’importanza delle relazioni con il Sud globale, rifiutando implicitamente la visione trumpiana, molto in voga di questi tempi a Washington, di un mondo governato da un G2 composto da Stati Uniti e Cina.

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