L’intervista

Caporalato digitale: le irregolarità tra contratti firmati online e paga a consegna

Roberta Turi, segretaria nazionale della Cgil Nidil: «Nell’immediato è necessario rafforzare il sistema dei controlli»

di Ivan Cimmarusti e Sara Monaci

2' di lettura

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«Oggi esistono già delle norme sul contrasto al caporalato e sulla raccolta e tracciabilità dei dati che le piattaforme di food delivery sono obbligate a fornire agli enti preposti (ad esempio Inail perché c’è un obbligo assicurativo), quindi nell’immediato è necessario rafforzare il sistema dei controlli. Ci sarà poi tempo per darci nuovi strumenti normativi anche attraverso il recepimento della Direttiva europea 2024/2831, relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali, ma che dovrà essere recepita dall’Italia solo entro dicembre 2026».

Così Roberta Turi, segretaria nazionale di Nidil Cgil, che in questa intervista ripercorre il fenomeno del caporalato digitale e le mosse necessarie in questo momento storico.

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Parliamo del caporalato digitale?

Abbiamo appena concluso una nostra inchiesta, facendo compilare circa 500 questionari a rider, sia italiani sia stranieri. Emerge un mondo fatto di illegalità diffusa, in cui sia lo Stato sia i carabinieri si stanno adoperando per tentare di reprimere questo tipo di comportamenti, ma ci sono delle enormi criticità che rendono molto complicato il loro lavoro.

Può fare un esempio?

C’è una grossa responsabilità delle piattaforme che non hanno alcun controllo sulla legalità e sulla tutela delle persone. Poi anche il lavoro degli ispettori è molto complicato: verificare che un account registrato su una piattaforma sia stato ceduto ad altri non è semplice. Servono documentazioni e testimonianze che spesso mancano. Il problema sono anche le minacce che molti rider subiscono dai caporali: abbiamo molte denunce di questi comportamenti. Poi c’è un altro aspetto che favorisce questo tipo di illegalità: il fatto che sul territorio non c’è alcun tipo di presidio delle piattaforme di delivery. Quindi tutto quello che dichiara il rider è un’autocertificazione che non viene verificata e controllata in modo adeguato. Alla fine, non si sa mai chi c’è realmente dall’altra parte.

Qual è oggi la condizione dei rider?

La piattaforma più conosciuta che già da tempo ha scelto di inquadrare questi lavoratori come subordinati è Just Eat, che quindi retribuisce a prescindere dal numero di consegne. Rappresenta la parte minore dell’intera platea dei rider: circa 2.600 in tutta Italia.

La maggior parte è impiegata con Glovo e Deliveroo, circa 30mila come ci ha segnalato la loro associazione Assodelivery. Secondo il loro contratto, i rider sono tutti pagati a cottimo, cioè solo per ogni consegna fatta. I guadagni netti risultano molto bassi, spesso non superano i 4 euro a consegna.

E in questo contesto che trova spazio il caporale?

Sì. Quel tipo di rapporto di lavoro, unito al fatto che le candidature e l’attivazione dei contratti avvengono attraverso piattaforma e mai di persona, favorisce il caporalato.

Insieme ad altre associazioni stiamo aprendo le Case dei rider – a Firenze, ad esempio, ne abbiamo una molto efficiente – in cui i ciclofattorini possono riposarsi, ricaricare le batterie dei cellulari e delle biciclette. Luoghi di raccolta che per noi servono anche per incontrarli, ascoltarli e provare ad aiutarli per uscire dal controllo dei caporali, offrendo servizi gratuiti. Ma non è semplice. Perché si tratta di migranti che quando arrivano in Italia hanno spesso già maturato un debito, non parlano l’italiano, per questo si rivolgono alla loro comunità, in cui però ci sono personaggi che lucrano sulla loro condizione di stranieri molte volte senza documenti e senza alcuna possibilità di inserimento.

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