Più protezionismo

Consiglio europeo: le nuove mosse Ue tra dazi alla Cina e Ucraina

I Ventisette si ricompattano per rispondere a Pechino, unità più difficile sull’adesione di Kiev e i negoziati con Mosca

di Beda Romano

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Bruxelles per partecipare ai lavori del Consiglio europeo, 18 giugno 2026 ANSA  ANSA

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

BRUXELLES – Forti del recente G7, dove l’Unione europea ha difeso i propri interessi sul fronte ucraino, i Ventisette vogliono approfittare del Consiglio europeo di due giorni apertosi oggi 18 giungo per tentare di rafforzare la posizione comunitaria sul fronte internazionale, in particolare assumendo nei confronti della Cina un rapporto più combattivo e meno ingenuo quanto agli squilibri economici, e rilanciando il processo di allargamento con Kiev, anche per giocare un ruolo nell’eventuale negoziato con Mosca.

Loading...

Da giorni circolano alcune cifre particolarmente significative. Il deficit commerciale con la Cina è salito del 15% annuo nel 2025, a 360 miliardi di euro. Ormai tutti i paesi membri devono fare i conti con un disavanzo nei confronti del paese asiatico. D’altro canto, la Cina è un produttore mondiale di beni industriali, spesso sussidiati dalla mano pubblica (si veda Il Sole 24 Ore del 13 maggio). Alcuni paesi membri, in particolare la Germania, sono alle prese con un reale rischio di deindustrializzazione.

Ue-Cina, Von der Leyen e Costa a Pechino: l'incontro col premier Li Qiang

Nella discussione di oggi i leader si erano dati alcuni obiettivi: mettere a punto una analisi condivisa della situazione; valutare gli strumenti a disposizione per contrastare la concorrenza spesso sleale della Cina; e offrire per quanto possibile linee-guida alla Commissione europea. «La sovraccapacità produttiva della Cina è chiara a tutti – spiega un diplomatico nazionale –. Dobbiamo da un lato difenderci e dall’altro migliorare la nostra competitività».

L’idea circolata in questi giorni di mettere a punto nuovi strumenti protezionistici non sembra dominare. «Più importante è usare gli strumenti già sul tavolo», spiegava un funzionario comunitario. Lo sguardo corre alle misure antidumping o anti-sussidi e alle salvaguardie contro l’improvviso aumento delle importazioni di alcuni prodotti. La legislazione europea mette a disposizione anche armi anti-coercizione nonché misure contro gli investimenti di paesi terzi in settori critici.

L’ago dell’interventismo europeo in campo economico si sta spostando verso maggiore protezionismo. Il premier lussemburghese Luc Frieden si diceva ieri favorevole al dialogo con la Cina, pur insistendo sul fatto che le relazioni commerciali debbano essere eque e non «una strada a senso unico». Non è ancora chiaro dove si fermerà il cursore europeo, anche se è già evidente una crescente convergenza tra i paesi membri sulla necessità di misure protezionistiche più rapide ed efficaci.

Anche l’allargamento all’Ucraina è questione centrale nel tentativo di accrescere il peso specifico dell’Unione, almeno agli occhi di molti dirigenti. «È stata una settimana storica per l’Ucraina - ha detto il presidente del Consiglio europeo António Costa prima del vertice -. Lunedì abbiamo aperto formalmente i negoziati in vista della piena adesione del paese all’Unione europea. E al G7 abbiamo raggiunto una dichiarazione congiunta con il chiaro e forte sostegno di tutti i paesi all’Ucraina».

Almeno in questa fase, l’allargamento (graduale) dell’Unione europea è ritenuto uno strumento per rafforzare la posizione politica di Bruxelles e di Kiev nei confronti di Mosca, in un momento in cui Washington sembra tornata, in questa fase, a sostenere il paese nella sua guerra contro la Russia e si moltiplicano le speranze di una fine del conflitto. Per ora, l’appoggio a Kiev va visto in una ottica geopolitica, al netto quindi dei dubbi di molti paesi sull’effettiva adesione del paese.

A questo proposito, la scelta del presidente Costa di aprire un canale diplomatico con Mosca ha colto di sorpresa alcuni governi. «Deve esserci qualcuno dall’altra parte disposto a fare pace», ha detto il premier lettone Andris Kulbergs. Altrimenti, «non ha senso cercare un contatto». Ha aggiunto a Bloomberg TV il presidente lituano Gitanas Nauseda: «Non credo che questo sia il momento giusto per avviare i negoziati con Vladimir Putin, perché egli non vuole vederci al tavolo delle trattative».

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti