Nuovi schemi

Con Lipsia la guerra ibrida si scalda. L’accordo scandinavo sui droni ridisegna la difesa anche a Sud

Il governo Merz ha rivendicato il mandante dietro il drone armato comparso nell’aeroporto di Lipsia: il Cremlino. Il 28 agosto Finlandia e Svezia hanno deciso di sorvegliare insieme i propri confini e di rafforzarne la protezione: sensori attivi e passivi, attività elettronica e armi da 30 e 40 millimetri. Il modello è valido e può essere esportato anche in Italia e Francia

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz  EPA

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Il governo Merz ha rivendicato il mandante dietro il drone armato comparso nell’aeroporto di Lipsia: il Cremlino. Per la prima volta un Paese europeo punta il dito direttamente e lo fa dopo una estate in cui l’Europa ha iniziato a sperimentare con maggiore intensità la guerra ibrida. Il 28 agosto Finlandia e Svezia hanno deciso di sorvegliare insieme il territorio finlandese e di rafforzarne la protezione contro i droni. Non è una semplice estensione della cooperazione militare nordica. È il primo segnale di una trasformazione più vasta: la difesa europea sta spostando il proprio baricentro dalla protezione dei confini alla gestione di minacce che attraversano simultaneamente spazio aereo, frequenze radio, reti informatiche, infrastrutture civili e opinione pubblica. Il 29 marzo due droni sono entrati nella Finlandia sud-orientale durante attacchi ucraini contro infrastrutture russe nell’area del Golfo di Finlandia. Gli F/A-18 finlandesi sono decollati per identificarli; i velivoli sono finiti al suolo nei pressi di Kouvola. Il 15 maggio Helsinki ha ricevuto informazioni ancora più allarmanti: droni più grandi, dotati di carichi esplosivi superiori, avrebbero potuto deviare verso l’Uusimaa. È stato diramato un avviso di emergenza, sono state rafforzate le misure antidrone e modificato il traffico aereo e marittimo. Gli apparecchi non sono entrati in Finlandia, ma è bastata la possibilità del loro arrivo per alterare per tre ore il funzionamento di una regione che comprende Helsinki e una parte essenziale dell’economia nazionale. È questo il costo nascosto della guerra dei droni. Il danno non comincia con l’impatto, ma con l’incertezza. Un oggetto fuori rotta obbliga a far decollare caccia, attivare sensori, mobilitare polizia e protezione civile, chiudere porzioni di spazio aereo, modificare la navigazione e informare la popolazione. L’attaccante, o anche soltanto l’incidente, impone così al difensore una spesa molto superiore al prezzo del velivolo.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

A lungo raggio

Un drone ucraino FP-1 a lungo raggio appartenente al 413esimo Reggimento

L’accordo tra Svezia e Finlandia

La Finlandia ha stanziato nel 2026 altri 50,2 milioni di euro: 44 milioni alla Guardia di frontiera e 6,2 milioni alla polizia. L’obiettivo è costruire una rete stratificata di sensori e contromisure lungo il confine russo, sulle coste e attorno alle infrastrutture sensibili. La Svezia aggiunge radar, intelligence elettronica, sistemi elettro-ottici, jammer, cannoni e una base industriale più ampia. Il programma Gute II vale 8,7 miliardi di corone svedesi e integra comando, sensori attivi e passivi, guerra elettronica e armi da 30 e 40 millimetri. Altri 3,5 miliardi sono destinati a sistemi d’allarme, intercettori e dispositivi di disturbo portatili o installati sui veicoli. Consegne previste originariamente entro il 2036 sono state anticipate al 2028. Il salto politico precede però quello tecnologico. Dal 2020 il governo svedese può inviare proprie forze in Finlandia per contribuire a impedire violazioni territoriali. L’accordo bilaterale del 2022 disciplina il supporto logistico e operativo in pace, crisi e guerra. Questo rende possibile la presenza svedese, ma non trasferisce la sovranità: missione, poteri e uso della forza restano sottoposti alla decisione finlandese. È una distinzione decisiva, perché rilevare un drone non significa automaticamente poterlo abbattere. Occorre stabilire se sia civile, criminale, ostile o semplicemente fuori rotta; valutare il rischio dei detriti; decidere se disturbare le comunicazioni; proteggere frequenze utilizzate da aviazione, soccorsi e infrastrutture.

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La postura francese

La stessa difficoltà attraversa l’Europa. La Francia dispone di una difesa antidrone inserita nella postura permanente di sicurezza aerea, sostenuta da più di settanta radar e da centri di rilevamento e controllo. La Direction générale de l’armement ha accelerato l’acquisizione di jammer, intercettori, sistemi a corto raggio e capacità laser, creando alla fine del 2025 strutture dedicate alle tecnologie con cicli di sviluppo rapidi. Nel luglio 2026 ha inoltre avviato con EOS Technologie lo sviluppo di una capacità antidrone impiegabile da velivoli da combattimento. Parigi sta tentando di saldare protezione degli eventi, difesa delle basi e guerra ad alta intensità in un’unica architettura, evitando che strumenti nati per fermare piccoli quadricotteri vengano scambiati per una risposta sufficiente contro sciami autonomi o munizioni circuitanti.

La Germania affronta il problema dal punto di vista più ravvicinato e non solo per il tema sconfinamenti sul proprio territorio. Partecipa alla protezione dello spazio aereo baltico con gli Eurofighter e sostiene il trasferimento delle forze Nato verso il fianco orientale. Nel gennaio 2026 ha ordinato otto MQ-9B per la sorveglianza marittima, con prime consegne previste dal 2028. Berlino ha inoltre acquistato sette sistemi Eurodrone, ciascuno composto da tre velivoli e due stazioni terrestri. Il paradosso tedesco è evidente: la Germania deve proteggere il Baltico, funzionare da retrovia industriale e logistica e, nello stesso tempo, difendere porti, ferrovie, depositi e reti energetiche che consentono ai rinforzi alleati di raggiungere il fronte.

Le mosse inglesi

Il Regno Unito porta in questa architettura la profondità marittima e la struttura della Joint Expeditionary Force. Londra ha inviato in Danimarca un’unità specialistica della Royal Air Force dopo una serie di avvistamenti sospetti e ha posto la difesa antidrone al centro delle esercitazioni britanniche nel Baltico, nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico. La revisione strategica del 2025 chiede una produzione militare “sempre attiva”, capace di adattarsi al ritmo dell’innovazione, mentre l’accordo con la Polonia del maggio 2026 prevede una task force congiunta per sviluppare rilevamento, neutralizzazione e impiego rapido delle nuove tecnologie. Per Londra, difendere il Nord significa sorvegliare anche cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e movimenti della flotta ombra russa.

La posizione italiana

L’Italia appare geograficamente lontana, ma sarebbe un errore considerarla marginale. Nel febbraio 2026 il Nato Rapid Deployable Corps–Italy ha guidato la Allied Reaction Force durante l’esercitazione Steadfast Dart, integrando capacità antidrone, sistemi senza equipaggio, robot terrestri e unità multinazionali. L’Aeronautica dispone dell’ACUS, affiancato da jammer portatili e impiegato anche nella protezione di grandi eventi e installazioni sensibili; l’Esercito mantiene a Sabaudia il Centro di eccellenza Counter mini/micro APR. L’esperienza italiana unisce difesa aerea, sicurezza interna e protezione delle forze, ma la vera posta in gioco è industriale. Italia, Francia, Germania e Spagna condividono il programma Eurodrone, mentre Roma partecipa allo sviluppo europeo di radar, elettronica, piattaforme navali, missili e comando e controllo. La lezione nordica riguarda direttamente porti italiani, terminali energetici, basi, aeroporti e dorsali sottomarine. Un drone lanciato da una nave commerciale, un’interferenza satellitare nel Mediterraneo o una ricognizione sopra un impianto energetico porrebbero gli stessi problemi emersi in Finlandia: attribuzione incerta, competenze distribuite, tempi decisionali stretti e costi potenzialmente sproporzionati. L’Italia possiede tecnologie e personale qualificato; ciò che manca ancora a livello europeo è una cornice capace di collegare stabilmente autorità civili, militari e industriali.

Gli investimenti Ue

Bruxelles ha cominciato a colmare il vuoto. Il piano europeo del febbraio 2026 prevede mappatura industriale, aree di sperimentazione, standard comuni, valutazione delle catene informatiche e produzione su larga scala. Dopo circa un miliardo di euro già destinato dal Fondo europeo per la difesa a progetti collegati ai droni, altri 200 milioni sono previsti nel biennio successivo. La Nato ha annunciato investimenti superiori a 40 miliardi di dollari nelle capacità antidrone entro cinque anni. La disponibilità finanziaria, tuttavia, non garantisce la prontezza: servono contratti pluriennali, componenti affidabili, scorte, software aggiornabili e sistemi interoperabili. La nuova frontiera della difesa europea non corre dunque soltanto dalla Finlandia al Baltico. Si estende dai radar francesi ai corridoi logistici tedeschi, dal comando britannico dell’Atlantico alle basi e ai porti italiani. La Finlandia e la Svezia stanno costruendo il primo laboratorio operativo di questa trasformazione. Se funzionerà, l’Europa non avrà semplicemente più armi contro i droni: avrà imparato a decidere prima che l’ambiguità diventi il principale vantaggio dell’avversario. Sempre che la guerra ibrida non si scaldi ancor di più.

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