Il rischio della concentrazione
Il Regno Unito, dal canto suo, combina deterrenza nucleare, intelligence, finanza globale, cloud, data center e infrastrutture critiche in gran parte private. Nel ciclo 2024-2025, il National Cyber Security Centre ha ricevuto 1.727 segnalazioni, aperto 429 incidenti con assistenza diretta, classificato 204 casi come nazionalmente significativi e 18 come altamente significativi; i casi nazionalmente significativi erano stati 89 l’anno precedente. I bersagli di maggiore valore potrebbero essere il programma dei sottomarini Dreadnought, AUKUS, il Global Combat Air Programme con Italia e Giappone, i fornitori della difesa, la City, le telecomunicazioni, il sistema sanitario e i data center. Londra ha classificato questi ultimi come infrastruttura critica nazionale perché sostengono servizi sanitari, finanza, pubblica amministrazione e intere filiere digitali.
Qui il rischio è la concentrazione: una sola identità privilegiata, un provider cloud, una piattaforma di gestione o un grande fornitore può esporre decine di organizzazioni. L’attacco a un fornitore del Servizio sanitario nazionale richiamato dal governo britannico nel 2025 causò il rinvio di oltre 11.000 visite e procedure elettive, dimostrando come una società esterna possa trasformarsi in un punto di fallimento nazionale.
Il fronte mediterraneo
L’Italia presenta una vulnerabilità diversa: la frammentazione. Porti, energia, sanità, trasporti, difesa e amministrazioni locali dipendono da migliaia di soggetti pubblici e privati con livelli di sicurezza diseguali. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha registrato nel secondo semestre 2025 1.253 eventi cyber, il 30% in più rispetto al primo semestre, mentre gli eventi riguardanti la sanità sono cresciuti di circa il 47,4% sull’anno precedente. Fino ad ora il rischio portuale è rimasto sotto traccia. Trieste, Genova, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Augusta, Ravenna e Gioia Tauro combinano funzioni commerciali, energetiche, navali o logistiche. Un accesso a questi sistemi può rivelare movimenti militari, bloccare cancelli, alterare documentazione o produrre congestione senza provocare danni fisici. La Guardia Costiera italiana, nel progetto “Maritime Cyber Risk”, definisce la cybersicurezza una componente imprescindibile della sicurezza marittima e della protezione delle infrastrutture critiche. Il 12 giugno 2026, inoltre, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e l’ACN hanno partecipato a Cyber Europe 2026, un’esercitazione, coordinata da Enisa, che ha simulato attacchi cyber su larga scala contro operatori ferroviari e marittimi europei. Ciò conferma che lo scenario di attacco coordinato contro trasporti marittimi e ferroviari non è una costruzione giornalistica: è già utilizzato dalle autorità italiane ed europee per testare la gestione di crisi realistica. Altro tema delicato è l’architettura effettiva del porto. Un porto moderno non coincide con l’Autorità di sistema portuale. È un ecosistema composto da terminalisti, compagnie di navigazione, spedizionieri, agenti marittimi, dogane, polizia di frontiera, operatori ferroviari, autotrasportatori, gestori di magazzini, fornitori di carburante, manutentori, società di telecomunicazioni e piattaforme digitali. Le operazioni dipendono da sistemi per la pianificazione degli attracchi, la movimentazione dei container, i manifesti di carico, il controllo dei varchi, il riconoscimento degli automezzi, le autorizzazioni doganali e l’instradamento ferroviario. È questa interdipendenza a rendere tecnicamente possibile un movimento laterale. Infine, c’è il tema energetico. La diversificazione italiana da Mosca ha valore geopolitico: gasdotti, terminali Gnl, stoccaggi, distribuzione elettrica e rinnovabili raccontano quanto l’Europa sia diventata resistente al ricatto energetico russo. Gli operatori maggiori dispongono di protezioni avanzate; i punti deboli sono manutentori, distributori locali, VPN di fornitori, apparati di rete e sistemi industriali legacy. Sanità e Comuni completano la superficie. Il ransomware contro un ospedale regionale o una municipalità non deve causare una catastrofe nazionale per produrre effetto strategico: basta rinviare cure, interrompere pagamenti, bloccare anagrafe e servizi, aumentare la sfiducia e assorbire risorse dello Stato.
Bruxelles sotto osservazione
Cloud, pagamenti, data center, satelliti, energia e logistica sono transnazionali; la risposta resta ancora largamente nazionale. È in questo intervallo - tra il primo allarme locale e il riconoscimento di una campagna europea - che la Russia può muoversi. Sanzioni e attribuzioni non bastano. L’Europa dovrebbe cominciare a ragionare sull’imposizione di autenticazioni resistenti al phishing, controllo dei fornitori, segmentazione industriale, ambienti di ripristino isolati, capacità manuali, sequestri coordinati di server, tracciamento dei flussi finanziari e risposte congiunte Nato-Ue. La Nato ha già dichiarato di essere pronta a utilizzare l’intera gamma delle proprie capacità contro minacce cyber persistenti. La percezione del problema è però ancora lontana dall’immaginare un diretto coinvolgimento Nato.