Formazione

Come il lavoro di squadra e le soft skill sbloccano il talento in azienda

L’idea che il talento sia un dono innato è molto diffusa, ma spesso nasconde una realtà più complessa fatta di impegno, ambiente favorevole e relazioni strategiche

di Luca Brambilla* e Francesco Guidara**

Quali sono i profili e competenze decisive nel nuovo mondo del lavoro?

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Micheal Jackson, Usain Bolt, Pablo Picasso, Steve Jobs. Che cos’hanno in comune questi personaggi? Sono universalmente considerati dei talenti. È innegabile: la società contemporanea è affascinata dall’idea del talento innato. Che si tratti di lavoro, sport, musica o scuola, è diffusa la convinzione che alcune doti siano naturali, creando un divario immaginario tra soggetti geniali “baciati dalla sorte” (e a cui tutto appare facile) e individui comuni che devono limitarsi ad accettare una condizione meno fortunata.

Questa filosofia, però, trascura gli sforzi, la dedizione e la costanza che spesso si celano dietro un profilo apparentemente solo talentuoso e crea un alibi che induce a trascurare il proprio potenziale.

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Oltre il mito dei “bambini prodigio”

Nel libro Il potenziale nascosto (Egea, 2024) Adam Grant smonta la retorica del “dono”. Al contrario, il ricercatore e accademico americano punta l’attenzione sulle capacità inespresse delle persone. Gli studi da lui messi a sistema dicono che il livello di stipendio non è correlato al rendimento dei primi anni scolastici, quanto alla capacità di miglioramento dello studente nel corso del tempo.

Questo falso mito si riflette anche nei comportamenti delle stesse aziende, dove spesso mancano strumenti per valutare il potenziale delle persone. Persino un’organizzazione strutturata come la NASA seleziona astronauti e ingegneri tendendo a privilegiare le performance attuali e a trascurare tanto il percorso di crescita quanto la cosiddetta “possibilità di riscatto”. Una logica che, ricorda ancora Grant, tocca da vicino anche il mondo degli scacchi. Gli imbattibili maestri di “cavallo e regina” non sono per forza stati dei bambini prodigio: a fare la differenza è in realtà la qualità dell’ambiente di apprendimento, grazie a coach capaci, feedback continui e moltissima pratica.

In altre parole – come già osservato dal divulgatore e sociologo Malcolm Gladwell nel testo Outliers (Penguin, 2009) – il successo non è riconducibile alla sola fortuna o al solo talento innato, bensì al modo in cui ogni persona reagisce alle occasioni e alle sfide che la vita gli presenta.

Il perfezionismo da social

Questa ossessione per il talento nasce da una fascinazione naturale verso ciò che è raro e straordinario. La filmografia è ricca di sceneggiature che raccontano storie di prodigi che contribuiscono a creare un ideale di eccellenza quasi mitologico.

È inoltre alimentata dai social media, che trasmettono un mondo privo di difetti, dove le imperfezioni non trovano spazio. Proprio sulla pretesa del perfezionismo Grant fa una digressione, spiegando come per sprigionare il potenziale sia necessario accogliere il disagio e l’imperfezione: «Studiando grandi atleti, designer, artisti, innovatori – osserva Grant – ho capito che sbloccare il potenziale non significa perseguire la perfezione quanto tollerare le inadeguatezze, renderle accettabili, conviverci».

L’abilità sta dunque nel riconoscere quando puntare al meglio e quando invece accontentarsi della sufficienza.

Le alleanze che fanno esplodere il potenziale

Il mito del talento si fa ancora più intoccabile quando riguarda le competenze della sfera relazionale (intesa in ambito professionale). Se infatti c’è maggiore consapevolezza che con lo studio e l’allenamento si possano migliorare le abilità tecniche (le cosiddette hard skill, per utilizzare un termine inglese), le sorelle soft vengono giudicate come più difficili da sviluppare, se non preesistenti. Una dinamica visibile nelle aule di formazione, dove l’espressione “non posso migliorare, sono fatto così” è quasi un mantra.

Nel testo Dal talento al successo (ACS Editore, 2011) si cerca di superare questo pregiudizio, riflettendo sugli strumenti per coltivare con un approccio tecnico anche quelle caratteristiche della persona che favoriscono la relazione con gli altri. Così come un ingegnere informatico può accrescere le sue conoscenze tecnologiche, un manager può apprendere strategie e tecniche per coordinare un team o per stringere con efficacia alleanze con nuovi partner.

Grant, infine, propone un ulteriore salto logico: le competenze relazionali non solo possono essere rafforzate, ma possono anche facilitare l’espressione del potenziale. L’autore fa riferimento al concetto di “scaffolding”, ossia alle “impalcature” che, costruite anche grazie agli altri, possono aiutarci ad arrivare ben più in alto di quanto avremmo potuto fare da soli. Costruire alleanze equivale a costruire una scala che ci porta a raggiungere gli obiettivi più ambiziosi.

Un concetto sostenuto persino da chi, come Michael Jordan, ha fatto del talento una leggenda: «Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra che si vincono i campionati».

*Direttore Accademia di Comunicazione Strategica

**The Meaning Company

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