Come era fatto il Ponte Morandi
di Maurizio Caprino
3' di lettura
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Stralli, impalcati a cassone, impalcati cassone eccetera. Quante volte avete letto un articolo sul crollo del Ponte Morandi senza capire esattamente che cosa volesse dire? La chiave sta nell’associare questi e altri termini tecnici poco noti alle parti del viadotto visibili nelle tante fotografie della struttura. E, per capire la dinamica della tragedia, bisogna partire da come era fatta la parte del Morandi in cui si è verificato il crollo, quella strallata.
Quella era la parte che ha reso famoso da sempre quel viadotto. Era la parte est, quindi quella verso il centro di Genova. Era la più ardita e tecnicamente significativa, perché senza ridondanze. Vuol dire che, se cede un elemento, crolla tutta la parte: non ci sono altre parti in grado di sopperire a quella che si rompe. In altre parole, la struttura si basa su un equilibrio fra tutti gli elementi che non può essere alterato.
Le pile strallate
Non a caso, le tre pile che componevano la parte strallata erano note anche col termine tecnico di sistemi bilanciati. Tra esse, quella crollata, la numero 9.
Erano le tre pile più alte (90 metri), quelle che davano al Morandi la forma caratteristica che nell’immaginario popolare lo facevano paragonare al ponte di Brooklyn. La forma caratteristica era data soprattutto dagli stralli, noti anche come tiranti: erano le grandi bacchette oblique di calcestruzzo che scendevano dalla cosiddetta antenna, la struttura più alta (90 metri) che vista di profilo sembrava una «A» e vista di fronte sembrava un portale.
Negli stralli, annegati nel calcestruzzo come misura di protezione, tanti cavi di acciaio (di ottima qualità, hanno appurato le perizie dopo il crollo), raggruppati in trefoli.


