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Consumi
Chinotto, gassosa e limonata: le bevande della tradizione resistono alle mode
Secondo un’indagine Assobibe il 71% degli intervistati dichiara di apprezzare le bevande della tradizione, ma i consumatori richiedono anche varianti senza zucchero e più naturali possibile
Il chinotto, la gassosa, la limonata. C’è un pezzo d’Italia che si beve, e che gli italiani non hanno mai smesso di amare. Anzi, lo rivendicano: per 8 consumatori su 10 le bevande analcoliche meritano addirittura di essere riconosciute come ambasciatrici del gusto tricolore nel mondo. È la fotografia scattata dall’indagine “Consumo e percezione delle bevande analcoliche in Italia”, realizzata da AstraRicerche per Assobibe - l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese del comparto - su un campione di 1.004 intervistati tra 18 e 70 anni, condotta in occasione della Giornata Nazionale del Made in Italy.
Il 71% apprezza le bevande della tradizione
Secondo l’indagine il settore delle bevande analcoliche - che vale quasi 5 miliardi ma che sta attraversando un momento complesso, come per molti altri di largo consumo, ma su cui incombe anche il pericolo della sugar tax - non è un comparto qualunque: per gli italiani è un patrimonio culturale, prima ancora che industriale. Il 71% degli intervistati dichiara di apprezzare in modo particolare le bevande della tradizione - chinotti, gassose, limonate - e oltre la metà è convinto che questi prodotti siano apprezzati all’estero (58%), rappresentativi dello stile italiano (54%) ed eccellenze riconosciute nel mondo (53%). Numeri che dicono molto di un settore che conta 80 aziende e 100 stabilimenti distribuiti su tutto il territorio nazionale.
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A sostenere questa vocazione internazionale ci sono, secondo i consumatori, tre punti di forza principali: la centralità dell’aperitivo come rito apprezzato globalmente (38%), la qualità delle materie prime dell’agricoltura italiana (38%) e il gusto distintivo (34%). Tutti valori che tra i Millennials risultano particolarmente sentiti. Ingredienti tipici del territorio, come gli agrumi siciliani e le erbe alpine, poi incontrano il favore di 7 italiani su 10.
Emozioni in bottiglia per quasi 8 italiani su 10
Chiedere a un italiano cosa evoca una bibita analcolica significa aprire un archivio di ricordi. Stando al sondaggio, per il 76% questi prodotti rimandano all’estate e alle vacanze, per il 68% ai momenti con gli amici, per il 57% ai piccoli piaceri quotidiani. Ma è forse il dato più intimo a rivelare meglio la profondità di questo legame: per oltre 1 italiano su 2 (51%) le bevande analcoliche sono associate ai ricordi d’infanzia. A evocare di più sono cole e aranciate - citate da 1 consumatore su 3 - seguite da aperitivi (22%) e gassosa (21%), quest’ultima soprattutto tra i più senior. Tra la Gen Z, invece, sono gli energy drink a occupare quello spazio emotivo (22%).
Sul fronte dei consumi, cole (29%) e tè freddi (23%) si confermano tra i prodotti più scelti. Le caratteristiche ritenute fondamentali sono il gusto (91%) e la capacità dissetante (86%), ma per più di 6 italiani su 10 conta anche l’origine italiana del prodotto.
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Le richieste: salute e innovazione
Ma il quadro non è scevro da tensioni. Più della metà dei consumatori dichiara di cercare attivamente prodotti con poche calorie (60%) o sugar free (59%). Su come favorire comportamenti più consapevoli, gli italiani hanno le idee chiare: preferiscono un approccio educativo volto ad aumentare la consapevolezza sugli stili di vita (79%) rispetto a misure fiscali come la sugar tax, che suscita preoccupazioni soprattutto per il possibile impatto sui prezzi (68%).
Le indicazioni ai produttori vanno nella direzione della naturalità (58%, con una rilevanza crescente all’aumentare dell’età), dei nuovi gusti (36%, che supera il 50% tra i più giovani) e del packaging sostenibile (31%).
«I risultati ci confermano quanto questi prodotti per gli italiani siano un pezzo di identità del Paese: un patrimonio di ricordi ed emozioni, un valore da esportare nel mondo», ha dichiarato Giangiacomo Pierini, presidente di Assobibe. «È una responsabilità che il settore sente propria e che guida il lavoro delle nostre aziende ogni giorno, nel segno di un Made in Italy che non è solo un’etichetta, ma un asset di cultura e di saper fare».
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