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«Chimica, con dazi al 30% mercato americano inaccessibile»

Le imprese italiane del settore esportano 3 miliardi di euro verso gli Usa. Tra le categorie più esposte, spiega il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, ci sono ambiti di forte specializzazione

di Cristina Casadei

6' di lettura

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«Se i dazi venissero confermati al 30%, per diversi prodotti chimici il mercato americano diventerebbe di fatto inaccessibile». Il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, traccia una prospettiva molto critica sull’impatto delle tariffe di Trump che sono diventate una delle principali preoccupazioni degli imprenditori. Siamo in una fase in cui costi esogeni, come i dazi e i conflitti, ed endogeni, come l’energia e lo tsunami normativo, stanno minando la competitività dell’industria chimica europea ed anche italiana. I numeri parlano chiaro. Quelli di Federchimica dicono che «il settore, in Italia, dal 2021, ha perso l’11% del valore della produzione. E il 2025 chiuderà ancora in negativo, con un – 1,5% dopo i numeri negativi degli ultimi 3 anni». Proprio ieri Buzzella ha incontrato gli imprenditori, dopo aver scelto di dedicare uno spazio specifico all’assemblea privata, che si è svolta separatamente da quella pubblica (si terrà il 27 ottobre) per dedicare maggiore ascolto e avere un confronto con gli associati, anche per capire le criticità e avere input e suggerimenti da implementare.

La valutazione

Oggi una valutazione puntuale dell’impatto dei dazi americani sulla chimica «non è possibile a causa di un quadro così mutevole e flessibile nel tempo. Per la chimica l’export supera i 40 miliardi di euro e gli Usa sono il quarto mercato di destinazione, con quasi 3 miliardi. L’impatto non riguarda solo il prodotto chimico, ma tutta la manifattura europea. Senza l’esportazione di manufatti europei anche la chimica che contribuisce alla loro produzione verrà penalizzata. Oltretutto è concreto il rischio che Paesi come la Cina non riescano più a esportare negli Stati Uniti e dirottino tutto verso l’Europa. In questo modo saremmo doppiamente danneggiati: un riorientamento dei prodotti cinesi verso il mercato europeo aggraverebbe la già forte pressione competitiva. Tra il 2021 e il 2024 la quota cinese sull’import italiano di chimica è già passata dal 6 al 16% e, nei primi quattro mesi del 2025, tali importazioni sono aumentate di un ulteriore 24%».

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La geografia produttiva

All’orizzonte il rischio che i dazi americani spostino produzioni dall’Italia è abbastanza limitato perché «la maggior parte delle nostre associate sono Pmi, molto radicate in Italia - ragiona Buzzella -. Il fattore dazi però spingerà qualche azienda, soprattutto quelle più grandi e le multinazionali, a guardare sempre più verso gli Stati Uniti e a investire per produrre là». In generale la geografia della produzione sta cambiando il suo baricentro. «Dal 2021, la produzione chimica cinese è aumentata del 26% a fronte di una domanda mondiale in espansione del 9%. Nello stesso periodo, gli Usa hanno limitato la crescita al 3% e l’Ue ha perso il 12% (-11% in Italia) - dice Buzzella -. Un trend confermato già nei primi quattro mesi del 2025: nonostante un anticipo cautelativo degli acquisti per anticipare i dazi la produzione chimica ha segnato un calo pari allo 0,4% su base annua, in significativo deterioramento nei mesi più recenti. Tutto ciò avviene dopo un 2024 deludente nel quale alla significativa contrazione del 2022-2023 ha fatto seguito una seppur lieve flessione. La crisi energetica, pur avendo superato la sua fase più acuta, continua a condizionare il settore, comportando un deterioramento del saldo commerciale che, nei primi mesi del 2025, è tornato ad aggravarsi».

Le previsioni

Se il quadro dell’industria chimica non è semplice, questa debolezza non caratterizza solo l’Italia ma coinvolge l’Europa, con un andamento in Germania – primo produttore europeo – persino più penalizzante (-19%). L’Italia soffre un po’ meno di altri Paesi europei, con un -11%, grazie anche alla minore quota di chimica di base che è quella più energivora ed esposta a situazioni di sovraccapacità a livello internazionale. Sulla chimica di base sono stati persi molti impianti in Europa, ma anche in Italia, a causa di costi energetici e delle materie prime molto alti e di regolamentazione. «Nel contempo stiamo assistendo a un aumento importante di prodotti chimici che arrivano dall’Asia e dalla Cina in particolare. Si è creata un’asimmetria competitiva per cui la nostra industria ha costi energetici più alti, sistemi legati alle emissioni e deve pagare anche per i gas combusti. Draghi, nel suo rapporto, ha messo in luce che in Europa rischiamo una deindustrializzazione pesante», afferma Buzzella. L’Italia riesce però a contenere il rallentamento anche perché la quota di produzione di chimica fine e di specialità rappresenta il 55%, mentre a livello europeo è in media il 37%. Al contrario, dal 2021 la produzione chimica cinese è aumentata del 26% a fronte di una domanda mondiale in espansione del 9%. Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno limitato la crescita al 3% e la Ue ha perso il 12%. Il Cefic, il consiglio europeo dell’industria chimica, prospetta dati molto preoccupanti. Prevede che di questo passo si rischi di arrivare alla chiusura di 300 siti e alla perdita di 200mila posti di lavoro nei prossimi 3/5 anni a causa di un quadro normativo che non aiuta l’industria.

Le preoccupazioni delle imprese

In questo contesto tra le preoccupazioni maggiori delle imprese ci sono anche «i costi dell’energia, che è alla base della competitività di tutto il sistema e riguarda le aziende, ma anche le famiglie. «Avere energia a basso costo è un boost inimmaginabile per tutta l’economia e, del resto, era uno dei capisaldi del piano Mattei, nel secondo dopoguerra - ricorda Buzzella -. La chimica è tra i settori più sensibili al costo dell’energia in quanto utilizza le fonti fossili sia a fini energetici sia come materie prime. Le nostre imprese negli ultimi anni stanno sostenendo costi energetici nettamente superiori a quelli dei nostri principali competitor. Per l’Italia l’aspetto di maggiore penalizzazione risiede nel costo dell’elettricità, più alto anche rispetto ai principali Paesi europei. Nel primo semestre 2025 il prezzo medio all’ingrosso è risultato di 120 euro/MWh a fronte dei 60 circa di Francia e Spagna. Negli Stati Uniti, poi, lo scarto è ancora più grande. In Europa il gas viene scambiato a 42 euro a Mwh contro i 13 dollari degli Usa. I costi energetici, poi, sono ulteriormente appesantiti dalle politiche climatiche europee». Complessivamente questo significa che «tra costi diretti e indiretti per le emissioni di CO2, la chimica versa in un anno oltre 600 milioni di euro, un onere prossimo a tutte le spese di R&S del settore che non grava sui produttori extra-europei. In uno scenario al 2030 il costo complessivo potrebbe raddoppiare, arrivando a superare 1,5 miliardi di euro», calcola Buzzella.

I costi dell’eccesso di regolamentazione

Negli ultimi 5 anni, solo in materia di sicurezza, salute e ambiente, sono stati introdotti più di 1.000 provvedimenti legislativi a livello comunitario. In questo c’è anche un risvolto economico. «Lo tsunami normativo ha costi enormi. Abbiamo costi di regolamentazione che oggi toccano il 13% del valore aggiunto, nel 2004 si parlava del 4%». Costi dell’energia troppo elevati, eccesso di regole, dazi, secondo una survey di Federchimica tra gli associati ridurrà la propensione agli investimenti. «Tra i punti importanti che vengono evidenziati dai capi delle aziende associate, emerge che circa la metà investirà in modo moderato a causa delle troppe incertezze. Solo il 30% pensa di investire anche in modo significativo perché crede che il mercato tornerà a crescere», dice Buzzella.

L’impatto della crisi dell’auto

La chimica è legata a doppio filo con la manifattura perché è presente nel 95% dei prodotti, dalla mobilità alla salute, dalla casa all’alimentazione, fino all’abbigliamento. In Europa stiamo annientando l’auto che è un pilastro industriale. Il 30% del valore di un’auto è chimica, ma «se le auto non continueranno ad essere prodotte nel territorio comunitario anche l’industria chimica sarà concentrata e crescerà nei siti di fabbricazione extra-UE, come la Cina - ragiona Buzzella -. L’elettrico è vero che potrebbe portare più chimica, ma la produzione di batterie si fa altrove. Il 70% delle batterie si fa in Cina, come anche l’80% delle pale eoliche e il 94% dei pannelli fotovoltaici. Ormai è un monopolio che per noi significa tutto prodotto chimico in meno. E a mano a mano che andiamo avanti i cinesi arriveranno a rafforzarsi anche nelle produzioni a valle perché tecnologicamente stanno crescendo molto. L’industria pesante in Cina viene alimentata a carbone e molti impianti chimici sorgono nelle zone dove c’è il carbone. La Cina ha già piani per altre 300 centrali a carbone. Il risultato è che il 75% degli impianti che chiudono sono in Europa, dove vigono le stringenti normative del Green Deal».

Il Piano di azione europeo per l’industria chimica

Lo scorso 8 luglio è stato presentato il Piano d’Azione per l’industria chimica che ha generato aspettative positive tra le imprese. «Intende rappresentare un momento di svolta per il nostro settore nel contesto più ampio delle iniziative della Commissione europea - dice Buzzella -. Certamente ora richiede una rapida attuazione e un forte coordinamento politico in tutta la Ue per trasformare questo slancio in risultati concreti visibili a supporto della competitività anche nel breve termine. Tuttavia, gli obiettivi climatici previsti dall’attuale quadro normativo, compresa la nuova proposta relativa ai target per il 2040, rischiano di compromettere l’efficacia degli interventi introdotti. La Rete europea delle regioni chimiche (ECRN) è stata riconosciuta nel Piano come una delle piattaforme chiave per lo sviluppo dei siti chimici critici della Ue. Ne viene sottolineato il ruolo nel rafforzare gli ecosistemi industriali, nel guidare l’innovazione e nel sostenere la decarbonizzazione. Diventa imprescindibile una revisione coerente e integrata del quadro regolatorio complessivo, che tenga concretamente conto dei costi aggiuntivi imposti al settore chimico, assicurando una piena coerenza tra la politica industriale e gli obiettivi ambientali. Tale approccio integrato dovrà accompagnare l’industria chimica lungo una traiettoria di transizione graduale e realmente sostenibile».

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