Spesso questo richiede una mediazione sulla tendenza intrinseca alla “custodianship” dei fondatori. «Proteggere il vantaggio competitivo custodito da un’azienda richiede investimenti e disciplina, ma non deve tradursi in rigidità», osserva Succi. Come evidenzia il framework di Dacin, Dacin e Kent (2019, Academy of Management Annals), essere custodi non significa «conservazione passiva ma rinnovamento costante». Altrimenti, la fedeltà alla tradizione, se non bilanciata da capacità di reinvenzione, rischia di trasformarsi «da risorsa strategica a freno all'innovazione».
Imprenditorialità transgenerazionale
La gestione dei passaggi di consegne familiari in azienda è quindi un processo fondamentale, anche se complesso. «L'imprenditorialità transgenerazionale non si trasmette come un manuale di istruzioni – spiega Succi - ma come una postura mentale che tende a indebolirsi a ogni passaggio generazionale, se non alimentata attivamente». Per evitare che questo accada, la ricerca di Canovi, Succi, Labaki e Calabrò (2022, Journal of the Knowledge Economy) - condotta sul caso della cantina Satta - individua quattro leve che la famiglia imprenditoriale può attivare per stimolare la volontà dei propri figli di entrare in azienda e favorire la trasmissione delle cariche e dei saperi. Queste prevedono di ridurre la centralità del fondatore nelle decisioni, lasciare spazio ai bisogni di esplorazione della nuova generazione, promuoverne l'individualità rispetto al percorso tracciato dai predecessori e garantire un apprendimento esperienziale diretto, attraverso l'affiancamento in azienda e l'esposizione precoce a decisioni reali.
«È la combinazione di queste condizioni, più che la trasmissione di un sapere codificato, a rendere possibile il passaggio» generazionale, afferma Succi, e questo fattore è una fonte di opportunità che supera la semplice continuità. «Una generazione a cui viene lasciato reale spazio di individualità ed esplorazione – prosegue l’esperta - non eredita passivamente un modello, ma lo rimette in discussione dall'interno, portando istanze (come la sostenibilità, la trasformazione digitale, l'apertura verso mercati internazionali) che nascono dal suo stesso posizionamento nel mondo, non da una concessione della generazione precedente». Perciò, è necessario riuscire a combinare due velocità diverse per trasformare la successione da momento di rischio a occasione di rilancio strategico: «da un lato, l'intelligenza radicata e paziente che caratterizza le imprese familiari, capace di leggere il lungo periodo – sintetizza Succi - dall'altro la rapidità di adattamento richiesta dal contesto contemporaneo, dove anche strumenti come l'intelligenza artificiale accelerano tempi e processi».
La tradizione come valore
D’altra parte, la capacità di trasmettere tra le generazioni competenze e conoscenze tacite in tempi segnati da una rapida evoluzione delle tecnologie e dalle risposte immediate dell’AI e degli algoritmi consente alle imprese familiari non solo di governare l’incertezza, ma anche di custodire un patrimonio di valori che va oltre la sua traduzione economica. «Il sapere tramandato, come tecniche produttive, relazioni con fornitori storici, codici estetici e qualitativi, è per definizione non replicabile: non si acquista, si eredita e si affina nel tempo – afferma Succi - e questo lo rende non soltanto una barriera competitiva più solida di molti vantaggi tecnologici o di prezzo, ma soprattutto un'eredità culturale, un patto implicito con chi verrà dopo». Tale aspetto emerge anche dagli studi condotti dall’esperta (come la ricerca di Succi, Muratbekova, Bonneton e Tordiglione, 2026, Academy of Management Perspectives) su imprese artigiane storiche, che dimostra come la custodianship del patrimonio produttivo e simbolico dell'impresa sia anzitutto un atto di responsabilità verso la comunità, i territori e le generazioni future, prima ancora che una fonte di valore riconosciuto dal mercato. «Il valore di questo patrimonio , tuttavia, non risiede nella sua conservazione in sé – sottolinea Succi - ma dalla capacità custodirlo con coerenza, restando fedeli a un'identità e a un sistema di relazioni costruito nel tempo, capendo che il mercato contemporaneo riconosce e premia autenticità, tracciabilità, artigianalità, soprattutto nei segmenti premium». Quindi, la sfida consiste nel «proteggere l'unicità del sapere custodito evitandone la banalizzazione, e insieme - conclude l’esperta - custodirlo come un'eredità viva, capace di parlare al presente prima ancora che di adattarsi ad esso».