Messico

Chi era El Mencho, signore del Fentanyl e padrone di Jalisco

Il suo potere nasce lontano dai palazzi. Col CJNG, aveva dichiarato guerra ai rivali di Sinaloa. Si fece costruire un ospedale nella sua roccaforte

di Biagio Simonetta

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La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, per tutti El Mencho, ha fatto saltare i tappi a un’intera geografia criminale.

In queste ore, tra Jalisco e gli stati vicini, il CJNG (le famose quattro lettere che indicano il Cártel de Jalisco Nueva Generación) ha risposto come rispondono le organizzazioni che si sentono uno Stato nello Stato: con la guerriglia. Strade tagliate, veicoli incendiati, blocchi, paura che corre veloce per le strade di Guadalajara.

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Guadalajara

A 550 Km da Città del Messico

Nelle ultime ore è emerso che il boss del narcotraffico più ricercato al mondo è morto a bordo di un elicottero, dopo essere stato ferito in un’operazione militare delle forze speciali messicane in una zona boschiva fuori dalla città di Tapalpa, nello stato occidentale di Jalisco. E la sua cattura è frutto di un peccato d’amore: le forze di polizia erano da tempo sulle tracce della sua amante.

Ma chi era El Mencho. E soprattutto, come è diventato uno dei re del fentanyl. Il suo potere nasce lontano dai palazzi. Aguililla, Michoacán: una provincia che per decenni ha insegnato a molti ragazzi una sola cosa, che il confine tra legalità e crimine è una porta girevole. Alcune fonti raccontano che El Mencho, da giovanissimo, ha vestito addirittura i panni da poliziotto. Di certo da ragazzino lavorava alla raccolta degli Avocado, insieme alla famiglia.

Poi è emigrato negli Stati Uniti, mischiandosi a migliaia di indocumentados che ogni giorno varcano il confine. Ma negli States, Nemesio Oseguera Cervantes, colleziona qualche arresto e rimane poco. Torna in Messico e si lega a Ignacio Coronel Villarreal, storico uomo del cartello di Sinaloa.

Ma le sue aspirazioni da capo sono più forti. Così, pochi anni dopo, fonda un gruppo semi-autonomo insieme a Erick Valencia Salazar. All’inizio rimane fedele al clan di Sinaloa. Poi, quando nel 2010 Coronel Villarreal viene ucciso, El Mencho capisce che è il suo momento. E il CJNG apre la guerra contro Sinaloa, con una escalation di traffici ed efferata violenza.

I cartelli messicani, con l’arrivo degli uomini di Jalisco, cambiano modo di agire. Diventano decisamente più violenti, e cambia anche la narrativa attorno ad essi. Gruppi criminali sempre più militarizzati.

È la fine fine degli anni Duemila, e il CJNG cresce in accelerazione, fino a diventare una macchina con presenza capillare e ambizione nazionale. Oggi conta oltre 30mila affiliati, tra combattenti, sicari e reti logistiche. Ed è presente in 21 dei 31 stati messicani.

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Il punto di svolta per la carriera criminale di El Mencho è il fentanyl. Con l’oppiaceo sintetico cambia la grammatica del narcotraffico: meno campi, più chimica. Il fentanyl è più potente e meno ingombrante, offre più margini economici, è più veloce da produrre e trasportare. In pochi anni, i cartelli messicani inondano le piazze americane di pastiglie blu che uccidono decine di migliaia di persone ogni anno.

E il ruolo del CJNG è di primaria importanza, insieme a quello del cartello di Sinaloa (sono loro i cartelli dominanti nella catena globale del fentanyl).

Ma il mito di El Mencho, boss ritenuto invisibile per via della sua lunga latitanza, è fatto anche di infrastrutture. El Universal documenta che si fece costruire un ospedale privato in Jalisco, nella comunità di El Alcíhuatl, municipio di Villa Purificación: un presidio pensato per curarsi (soffre di patologie renali da tempo) e proteggere il proprio cerchio, in una zona considerata roccaforte del cartello. Un posto dove lo Stato non arriva.

Poi c’è la famiglia, perché un cartello moderno è anche una struttura. La moglie, Rosalinda González Valencia, è stata arrestata, processata e condannata per riciclaggio, con passaggi tra detenzioni, condanne e richieste di benefici. Proprio lei era stata il gancio di El Mencho al mondo criminale, dato che lei appartneva a una famiglia di riciclatori.

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Anche uno dei figli, Rubén Oseguera González, detto “El Menchito”, è stato condannato all’ergastolo negli Stati Uniti.

La domanda, adesso, è quella che in Messico torna sempre uguale quando cade un capo: cosa succede al mercato. Il rischio di fratture interne e di una lotta per la successione è reale, ma c’è chi già elenca i nomi dei possibili eredi. Del resto, la macchina del narcotraffico è come un’industria che non può fermarsi. Così la vuole il mercato.

El Mencho ha governato Jalisco come una capitale informale: con la paura, con il denaro, con la capacità di bloccare un Paese in poche ore. Il fentanyl è stato il suo acceleratore. Il CJNG, il suo strumento. E quel che si vede oggi nelle strade, tra i narcobloqueos e gli incendi, è l’eco immediata di un potere che sopravvive alla morte.

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