Coverings 2025

Ceramica, l’intesa Usa-India sui dazi mette in allarme i produttori italiani

Archiviata negli Stati Uniti l’idea di applicare tariffe fra il 407% e l’827% sui prodotti indiani. Con i maggiori costi legati ai dazi a rischio anche gli investimenti su suolo americano

di Ilaria Vesentini

4' di lettura

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La vivacità che si respira in questi giorni a Coverings, la più importante fiera nordamericana per la ceramica mondiale, tra corridoi affollati, stand curati come showroom, musica ed eventi, racconta la sfida dei 1.100 espositori da 40 Paesi per reagire all’incertezza del mercato a stelle e strisce dopo l’insediamento di Trump e la prima tranche di dazi, più che un reale ottimismo degli operatori.

L’affluenza superiore alle attese va a braccetto con effettivi segnali di ripresa dell’export oltreoceano per il Made in Italy – che potrebbe però essere una fiammata legata all’incetta di scorte da parte dei distributori – ma è una notizia tanto inattesa quanto preoccupante a segnare la 35esima edizione del salone, che chiuderà domani all’Orange County Convention Center di Orlando: la decisione dell’amministrazione americana di chiudere senza misure antidumping l’indagine sulle importazioni di piastrelle indiane.

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Un anno fa, proprio a Coverings, si discuteva di misure daziarie tra il 407% e l’827%, su proposta della “Coalition for fair trade in ceramic tile”, da imporre sui prodotti indiani per arginarne l’invasione (la piastrella indiana costa 5 dollari al mq contro oltre i 20 di quella italiana, dazi esclusi). Invece, il dipartimento del Commercio Usa ha archiviato il dossier stabilendo zero dazi antidumping e appena un 3% di tariffa anti-sussidio. «Le nostre imprese registrano ogni giorno gravi ed effettive distorsioni di mercato, che non sono emerse nelle verifiche tecniche – commenta Armando Cafiero, direttore generale di Confindustria Ceramica –. È la dimostrazione che i criteri tecnici fissati dal Wto per le procedure antidumping hanno grossi limiti nell’instaurare regole di corretta concorrenza».

Confindustria Ceramica non intende però mollare la battaglie in Europa, ferma al 7,5% di dazi sui prodotti indiani. «Ci aspettavamo una linea chiara da Washington, che potesse poi essere seguita anche da Bruxelles. Ora rischiamo che l’India, già primo esportatore mondiale per volumi, diventi ancora più aggressiva – aggiunge il direttore –. Bisognerebbe che il Wto iniziasse a considerare anche aspetti ambientali e sociali che minano la leale concorrenza tra i Paesi, ma parlare oggi, in questo clima di incertezza geopolitica, di riformare le regole internazionali multilaterali è utopistico. Dobbiamo agire a livello europeo innanzitutto per evitare di penalizzarci da soli con norme come l’ETS e listini energetici diversi».

Senza dazi è difficile per i produttori europei reggere la concorrenza asiatica, come insegna la precedente vicenda con la Cina: le tariffe fra il 195% e il 356% imposte dagli Stati Uniti contro la ceramica cinese (oltre ai dazi compensativi del 103%) hanno fatto sparire il prodotto cinese dal mercato Usa. Ma quel 22% importato in Usa da Pechino prima dei dazi è stato sostituito dalle piastrelle indiane, non dal prodotto di alta qualità italiano, che continua a primeggiare solo se si ragiona in valore e non in volume (i dati pubblicati ieri da Tcna-Tile Council of North America parlano di oltre 700 milioni di dollari di piastrelle italiane importate nel 2024, quasi il 30% dell’import totale). A rendere il quadro ancora più instabile è la politica protezionistica dell’amministrazione Trump, che dal 5 aprile ha introdotto un dazio aggiuntivo del 10% su tutte le importazioni, sommandolo all’8,5% già storicamente in vigore sulla ceramica europea, e si attende di capire se a giugno entrerà in vigore anche la seconda tranche del 10% di dazi orizzontali.

«Non sappiamo neppure noi che cosa succederà con i dazi, cambiano ogni giorno, il fatto che in fiera ci sia più partecipazione degli scorsi anni è già un buon segnale», commenta Andrew Withmire, responsabile analisi di mercato di Tcna. «Il 3% di dazi sul prodotto indiano non rende giustizia alla necessità di garantire la competitività dei mercati; noi come l’Europa scontiamo un dazio dell’8% che si somma al 10% imposto ora da Trump e per noi gli Stati Uniti sono il più importante mercato di riferimento», aggiunge Mauricio Borges, ceo di Anfacer, l’associazione dei produttori di ceramica del Brasile, il terzo player mondiale in volumi.

E c’è chi, come il gruppo di Fiorano Modenese Iris Ceramica, ha discusso ieri con le autorità in Tennessee per capire se saranno garantite esenzioni o zone franche per nuovi investimenti produttivi in suolo americano, perché il caos creato da Trump e l’azzeramento dei dazi verso l’India non fa male solo ai Paesi esportatori ma è un boomerang per gli stessi Usa: «Quest’anno volevamo mettere a terra il piano di investimenti da 140 milioni di euro, da qui al 2029, per ampliare la nostra fabbrica Stonepeak a Crossville per passare da 8 a 10 milioni di mq di produzione. Il grosso sono costi legati alle tecnologie italiane, in particolare per i magazzini verticali del nuovo distribution center, che oggi scontano dazi del 25% su alluminio e acciaio – racconta Federica Minozzi, ceo di Iris Ceramica Group –. Con la stessa cifra ci conviene costruire due impianti ceramici in India e importare poi le produzioni in Usa, per noi sarebbe più conveniente».

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