Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
7' di lettura
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Sullo sfondo la convinzione che non esista una soluzione unica per la transizione energetica ma che serva una strategia integrata composta da più ricette in sinergia tra loro. E che, nell’ambito di questo mosaico, come sostengono tutte le maggiori organizzazioni internazionali (dall’Agenzia internazionale per l’energia all’Organizzazione delle Nazioni Unite), il processo della Ccus (cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio) rappresenti una tessera fondamentale per una decarbonizzazione di medio e lungo termine solida e credibile, nonché uno snodo imprescindibile per spingere in modo significativo il taglio delle emissioni nei settori “hard to abate” (dall’acciaio al cemento), responsabili in Italia di oltre il 60% delle emissioni di gas serra dell’industria e del 13% del totale nazionale.
Ma cos’è la Cccus? È un processo articolato in più step. La prima fase è quella della cattura, nella quale l’anidride carbonica viene separata dagli altri gas con i quali è mescolata, ad esempio in seguito ad un processo di combustione. Una volta separata dagli altri gas, la CO2 viene compressa per permetterne il trasporto, solitamente tramite condotte ma anche via mare (nave) o via terra (trasporto su gomma o ferroviario). A questo punto l’anidride carbonica può essere utilizzata per usi industriali, come ad esempio nella produzione di materiale cementizio o di biomassa per l’industria alimentare, e si parla allora di Ccu (cattura e utilizzo del carbonio), oppure stoccata all’interno di formazioni geologiche sotterranee appositamente selezionate, come per esempio i giacimenti di idrocarburi esauriti o acquiferi salini: in questo caso si parla quindi di Ccs (cattura e stoccaggio del carbonio).
Secondo la Iea si tratta di un tassello cruciale per accelerare la transizione energetica: nello scenario “Net zero emissions”, nel 2050 sarà necessario catturare 7,6 miliardi di tonnellate all’anno di anidride carbonica grazie alle tecnologie di Ccus. Da qui, dunque, la scelta di Eni di puntare su questo versante investendo in ricerca e innovazione lungo tutta la catena della Ccus perché proprio la ricerca gioca un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei progetti Ccus e mira a individuare la tecnologia più innovativa per la riduzione dei costi e dell’impatto ambientale.
La ricerca, insieme alla tecnologia, è molto importante poi anche per la fase di stoccaggio. E, su questo fronte, il gruppo guidato da Claudio Descalzi, anche grazie alla sua vasta esperienza nella modellazione numerica per lo sviluppo di giacimenti di idrocarburi, ha sviluppato un flusso di lavoro significativo per la definizione dei progetti Ccs. Eni applica algoritmi innovativi volti alla simulazione numerica per studiare le interazioni tra CO₂ e roccia e simulare nel tempo le migliori soluzioni di stoccaggio in relazione alle caratteristiche geologiche, geomeccaniche e geochimiche del serbatoio. In questo modo, il potenziale sito di stoccaggio è analizzato in profondità, sfruttando, nel caso di giacimenti di gas esauriti, i dati raccolti durante la fase di esplorazione e sfruttamento dell’asset. Questi dati vengono poi integrati e utilizzati per calibrare il modello 3D, consentendo così la rappresentazione chiara dell’intero complesso di stoccaggio.
Questi modelli sono utilizzati per confermare la fattibilità di uno stoccaggio sicuro e permanente della CO₂ nel sottosuolo perché consentono di simulare diversi scenari alternativi per definire lo schema di sviluppo ottimale, inclusi gli effetti dell’iniezione di CO₂ per lunghi periodi. E questo anche grazie al combinato disposto della presenza di un team integrato per definire le soluzioni ottimali e dell’uso di software proprietari nonché della potenza di calcolo disponibile presso il Green Data Center di Eni.