La strategia

Cattura e stoccaggio del carbonio: dall’asse con il governo in Uk al progetto di Ravenna, così Eni accelera la decarbonizzazione

Il gruppo guidato da Claudio Descalzi punta su un modello distintivo che poggia su disponibilità di giacimenti di gas depletati, riutilizzo delle infrastrutture esistenti e posizionamento degli asset vicino ai cluster industriali

di Celestina Dominelli

Lavoratori presso il terminale  Eni del gas di Point of Ayr nel Galles del Nord che sarà riconvertito al trasporto di CO2 verso i siti di stoccaggio offshore situati nella Liverpool Bay

7' di lettura

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Sullo sfondo la convinzione che non esista una soluzione unica per la transizione energetica ma che serva una strategia integrata composta da più ricette in sinergia tra loro. E che, nell’ambito di questo mosaico, come sostengono tutte le maggiori organizzazioni internazionali (dall’Agenzia internazionale per l’energia all’Organizzazione delle Nazioni Unite), il processo della Ccus (cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio) rappresenti una tessera fondamentale per una decarbonizzazione di medio e lungo termine solida e credibile, nonché uno snodo imprescindibile per spingere in modo significativo il taglio delle emissioni nei settori “hard to abate” (dall’acciaio al cemento), responsabili in Italia di oltre il 60% delle emissioni di gas serra dell’industria e del 13% del totale nazionale.

Che cos’è la Ccus

Ma cos’è la Cccus? È un processo articolato in più step. La prima fase è quella della cattura, nella quale l’anidride carbonica viene separata dagli altri gas con i quali è mescolata, ad esempio in seguito ad un processo di combustione. Una volta separata dagli altri gas, la CO2 viene compressa per permetterne il trasporto, solitamente tramite condotte ma anche via mare (nave) o via terra (trasporto su gomma o ferroviario). A questo punto l’anidride carbonica può essere utilizzata per usi industriali, come ad esempio nella produzione di materiale cementizio o di biomassa per l’industria alimentare, e si parla allora di Ccu (cattura e utilizzo del carbonio), oppure stoccata all’interno di formazioni geologiche sotterranee appositamente selezionate, come per esempio i giacimenti di idrocarburi esauriti o acquiferi salini: in questo caso si parla quindi di Ccs (cattura e stoccaggio del carbonio).

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Secondo la Iea si tratta di un tassello cruciale per accelerare la transizione energetica: nello scenario “Net zero emissions”, nel 2050 sarà necessario catturare 7,6 miliardi di tonnellate all’anno di anidride carbonica grazie alle tecnologie di Ccus. Da qui, dunque, la scelta di Eni di puntare su questo versante investendo in ricerca e innovazione lungo tutta la catena della Ccus perché proprio la ricerca gioca un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei progetti Ccus e mira a individuare la tecnologia più innovativa per la riduzione dei costi e dell’impatto ambientale.

Il ruolo della ricerca

La ricerca, insieme alla tecnologia, è molto importante poi anche per la fase di stoccaggio. E, su questo fronte, il gruppo guidato da Claudio Descalzi, anche grazie alla sua vasta esperienza nella modellazione numerica per lo sviluppo di giacimenti di idrocarburi, ha sviluppato un flusso di lavoro significativo per la definizione dei progetti Ccs. Eni applica algoritmi innovativi volti alla simulazione numerica per studiare le interazioni tra CO₂ e roccia e simulare nel tempo le migliori soluzioni di stoccaggio in relazione alle caratteristiche geologiche, geomeccaniche e geochimiche del serbatoio. In questo modo, il potenziale sito di stoccaggio è analizzato in profondità, sfruttando, nel caso di giacimenti di gas esauriti, i dati raccolti durante la fase di esplorazione e sfruttamento dell’asset. Questi dati vengono poi integrati e utilizzati per calibrare il modello 3D, consentendo così la rappresentazione chiara dell’intero complesso di stoccaggio.

Questi modelli sono utilizzati per confermare la fattibilità di uno stoccaggio sicuro e permanente della CO₂ nel sottosuolo perché consentono di simulare diversi scenari alternativi per definire lo schema di sviluppo ottimale, inclusi gli effetti dell’iniezione di CO₂ per lunghi periodi. E questo anche grazie al combinato disposto della presenza di un team integrato per definire le soluzioni ottimali e dell’uso di software proprietari nonché della potenza di calcolo disponibile presso il Green Data Center di Eni.

Eni, a Ravenna un hub per lo stoccaggio del carbonio

I fronti dell’utilizzo e dello stoccaggio

Per quanto riguarda l’utilizzo della CO₂, Eni sta sviluppando la tecnologia di mineralizzazione, che si basa sulla reazione tra CO₂ e alcune fasi minerali, principalmente silicati di magnesio e/o calcio. Questa reazione, che avviene spontaneamente in natura ma su tempi “geologici”, ha attirato l’interesse del mondo accademico e di altre aziende ed è alla base di processi industriali in grado di fissare permanentemente grandi quantità di CO₂ sotto forma di prodotti inerti, stabili e non tossici. Il gruppo ha poi sviluppato tecnologie ad hoc per il monitoraggio costante durante e dopo l’iniezione di CO₂ nel giacimento: la soluzione progettata in tal senso è un singolo robot multifunzione costituito da una rete di sensori mobili montati su droni aerei, droni terrestri e sensori fissi minimamente invasivi posizionati nei punti di monitoraggio non raggiungibili dal drone, nonché tecnologie subacquee.

Il progetto LB T&S in Gran Bretagna

Mettendo a fattor comune il lavoro condotto su più binari, Eni ha quindi sviluppato sulla Ccs un modello distintivo fondato su tre elementi caratteristici: l’ampio portafoglio di giacimenti di gas depletati, il riutilizzo di parte delle infrastrutture già esistenti, e il posizionamento degli asset in prossimità dei cluster industriali. Un identikit che è alla base del progetto Liverpool Bay Transportation and Storage (LB T&S), situato nel Nord Ovest dell’Inghilterra e Galles del Nord (dove, unitamente agli emettitori, si parla di Cluster HyNet North West), che prevede il riutilizzo di alcune infrastrutture esistenti, l’utilizzo dei giacimenti a gas esauriti operati da Eni e la costruzione di nuovi impianti per consentire il trasporto della CO2 catturata dagli emettitori selezionati dal governo ed il successivo stoccaggio offshore.

Il progetto, sviluppato in fasi, avrà una capacità iniziale d’iniezione di CO2 di 4,5 milioni di tonnellate per anno e consentirà lo stoccaggio di circa 110 milioni di tonnellate nel corso di 25 anni, relativamente alla sola prima fase. Il potenziale di stoccaggio complessivo dei giacimenti è pari a circa 200 milioni di tonnellate di CO2. Eni ha raggiunto la chiusura finanziaria degli accordi con il governo Uk relativi al progetto LB T&S lo scorso aprile ed è entrata ora nella fase esecutiva di realizzazione. Si prevede che il progetto sarà operativo entro il 2028, in linea con la timeline degli emettitori.

La strategia del Regno Unito

Il sistema di trasporto e stoccaggio (T&S) di Eni nella Liverpool Bay andrà a trasportare e stoccare le emissioni catturate da una vasta gamma di industrie, tra cui quelle impiegate nella produzione di cemento, nel recupero di energia dai rifiuti e nella produzione di idrogeno low-carbon. Il governo del Regno Unito ha attualmente selezionato i seguenti emettitori da collegare alla rete T&S di Eni: due impianti di recupero di energia dai rifiuti (Viridor ed Encyclis); un cementificio (Heidelberg Materials); e un impianto di idrogeno low carbon (sviluppato da EET Hydrogen).

Le autorità britanniche hanno individuato ulteriori emettitori; la conclusione del processo di selezione è prevista entro il 2025. LB T&S non solo contribuirà a garantire l’occupazione locale, sostenendo la decarbonizzazione delle industrie hard-to-abate, ma sarà in grado anche di mantenere nel lungo periodo la competitività industriale del Paese creando nuove catene produttive e posti di lavoro. Il tutto grazie alla strategia del Regno Unito che è stato uno dei primi Paesi a definire un quadro normativo diretto a favorire lo sviluppo di progetti Ccs attraverso un modello di business regolato che punta a promuovere “cluster” con emettitori industriali ed operatori di trasporto e stoccaggio di CO2.

La seconda licenza di stoccaggio in Uk

Oltre al progetto LB T&S, Eni ha ottenuto dal governo del Regno Unito una seconda licenza per lo stoccaggio di anidride carbonica per il giacimento di gas esaurito di Hewett (Cluster Bacton CCS), situato nella parte meridionale del Mare del Nord del Regno Unito. Hewett, con una capacità complessiva di stoccaggio superiore alle 300 milioni di tonnellate, rappresenta un sito ideale per stoccare in modo permanente la CO2 proveniente dalle industrie del sud-est dell’Inghilterra, East Anglia e dall’area dell’estuario del Tamigi, vicino Londra oltre che attrarre flussi di CO2 dall’Unione Europea, in modo da offrire una soluzione economicamente vantaggiosa per gli emettitori europei grazie alla prossimità geografica con l’Europa Nord Occidentale. In una prima fase, la capacità di iniezione nel giacimento di Hewett potrà raggiungere 5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno per arrivare ad iniettare circa 10 nella successiva fase di espansione.

Il focus in Italia: l’asse con Snam a Ravenna

Il portfolio Ccs di Eni si estende anche al di fuori del Regno Unito. In Italia, è stata avviata ad agosto 2024, a soli 18 mesi dalla decisione finale d’investimento (Fid), la fase 1 del progetto Ravenna Ccs, sviluppato congiuntamente con Snam attraverso una joint venture paritetica. Il progetto, il primo del genere in Italia, si articola su diverse fasi, a partire dalla cattura di circa 20 mila tonnellate/anno di CO2 dalla centrale Eni di trattamento del gas naturale di Casalborsetti, vicino Ravenna, al trasporto e allo stoccaggio nel giacimento a gas esaurito di Porto Corsini Mare Ovest, operato da Eni nell’offshore dell’Adriatico. L’altro elemento distintivo del progetto è l’alimentazione dell’impianto di cattura attraverso il recupero dell’energia termica autoprodotta e da energia elettrica da fonti rinnovabili, con il risultato che il volume di CO2 catturato corrisponde effettivamente alla quantità abbattuta.

Il progetto prevede una fase 2 a maggiore scala industriale con una capacità di cattura e stoccaggio di CO2 pari a 4 milioni di tonnellate/anno entro il 2030, con una proiezione di crescita negli anni successivi fino a 16 milioni di tonnellate per anno in base alla domanda del mercato e grazie alla capacità totale di stoccaggio dei giacimenti a gas esauriti dell’Adriatico, ad oggi stimata in oltre 500 milioni di tonnellate.

Ravenna Ccs nella lista europea dei Pic

Un potenziale non da poco, dunque, Non a caso il progetto Ravenna Ccs è stato inserito nell’elenco europeo dei progetti di Interesse Comunitario (progetti Pci) come infrastruttura di trasporto e stoccaggio CO2, nell’ambito del progetto integrato Callisto (Carbon Liquefaction transportation and Storage) Mediterranean CO2 Network che, oltre agli emettitori italiani, vede coinvolti anche gli emettitori dell’area industriale di Fos sur Mer vicino Marsiglia, in Francia.

Il progetto nei Paesi Bassi e le iniziative negli altri Paesi

Al di là dei confini nazionali, il gruppo sta inoltre sviluppando il progetto L-10 CCS nei Paesi Bassi, un progetto di interesse comunitario che a febbraio 2025 ha ottenuto un finanziamento CEF (Connecting European Facilities) di 55 milioni di euro per coprire parte dei costi di sviluppo. L’avvio dell’iniezione di CO2 previsto entro il 2030, con una portata di 5 MTPA e capacità di stoccaggio totale di circa 100 milioni di tonnellate, lo rende uno dei progetti di riferimento per la decarbonizzazione delle industrie hard to abate del nord ovest dell’Europa. Ma l’attività di Eni si sta muovendo anche oltre quell’area: il gruppo sta infatti esplorando nuove opportunità anche nel Mare del Nord, Nord Africa ed Estremo Oriente.

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