Stati Uniti

Minneapolis e non solo. Che cos’è l’Ice e perché gli americani stanno protestando

Tra cronaca recente, precedenti storici e conflitti istituzionali, l’agenzia federale per l’immigrazione torna al centro del dibattito su sicurezza, diritti civili e poteri dello Stato negli Usa

di Angelica Migliorisi

Un manifestante affronta la polizia fuori dall’hotel dove si ritiene alloggi Gregory Bovino, alto funzionario della polizia di frontiera, a Maple Grove, un sobborgo di Minneapolis, Minnesota, USA, il 26 gennaio 2026. Bovino dovrebbe lasciare il Minnesota dopo che Alex Pretti è stata la seconda persona uccisa dagli agenti federali a Minneapolis questo mese. EPA/CRAIG LASSIG

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La morte di Alex Pretti, gli arresti di decine di religiosi, una serie di cause legali intentate contro il governo federale per presunte violazioni costituzionali. L’Ice è tornata a far parlare di sé. La città di Minneapolis è in questi giorni teatro di forti tensioni dopo che un agente federale ha ucciso Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, durante un’operazione di controllo collegata a un ampio dispiegamento di forze federali per l’applicazione delle norme sull’immigrazione. Il caso ha riacceso le proteste in più Stati, richiamando alla memoria altri momenti in cui l’azione dell’Immigration and Customs Enforcement era già diventata detonatore di mobilitazioni nazionali. Come nel 2018 con la politica di separazione delle famiglie al confine e, nel 2020, durante l’impiego di agenti federali nelle città attraversate dalle proteste contro la violenza della polizia.

Anche questa volta alle manifestazioni di piazza si sono affiancate la mobilitazione di leader religiosi e una raffica di azioni legali contro l’amministrazione federale. Dinamiche simili a quelle avvenute dopo le grandi retate nei luoghi di lavoro del Mississippi nel 2019, che avevano portato all’arresto di centinaia di lavoratori e sollevato un vasto dibattito sull’impatto sociale delle operazioni dell’agenzia.

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Manifestanti anti-Ice furibondi dopo omicidio Pretti a Minneapolis

Che cos’è l’Ice

L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia federale di law enforcement che dipende dal Department of Homeland Security (Dhs). Il suo compito principale è far rispettare le leggi federali sull’immigrazione all’interno del territorio statunitense, oltre a condurre indagini su reati transnazionali come traffico di esseri umani, contrabbando e frodi. A differenza della Border Patrol, che agisce lungo i confini, l’Ice opera nelle città, nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nei tribunali, incidendo direttamente sulla vita quotidiana delle comunità locali e sul rapporto tra cittadini, amministrazioni e autorità federali.

La nascita

L’Ice viene istituita nel 2003, in seguito all’Homeland Security Act, la legge che riorganizza l’apparato federale dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. È in quel passaggio che nasce il Department of Homeland Security e viene smantellato il vecchio Immigration and Naturalization Service (Ins), le cui funzioni vengono suddivise tra tre nuove entità: l’Ice, il Customs and Border Protection (Cbp) e lo U.S. Citizenship and Immigration Services (Uscis). L’obiettivo è rafforzare la sicurezza interna, migliorando il coordinamento tra controlli, investigazioni e applicazione delle leggi sull’immigrazione.

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Le due anime dell’agenzia

Fin dalla sua creazione, l’Ice è strutturata in due grandi divisioni. L’Homeland Security Investigations (Hsi) è il ramo investigativo, responsabile di indagini complesse su criminalità organizzata, traffici illeciti e reati federali. L’Enforcement and Removal Operations (Ero) è invece il settore che si occupa di individuare, arrestare, detenere e rimpatriare persone senza uno status migratorio regolare.

Con il passare del tempo, è soprattutto l’attività dell’Ero a definire l’immagine pubblica dell’agenzia. Le operazioni di arresto e detenzione sono infatti quelle che producono maggiore impatto mediatico e sociale, mentre il lavoro investigativo resta meno visibile, pur costituendo una parte rilevante del mandato formale dell’Ice.

L’ingresso nel dibattito politico

Per diversi anni l’Ice rimane poco conosciuta al grande pubblico. La svolta arriva nella seconda metà degli anni Dieci, in particolare tra il 2017 e il 2018, quando la politica migratoria diventa uno dei temi centrali dell’agenda federale. Le immagini dei bambini separati dalle famiglie al confine e l’aumento delle detenzioni amministrative portano l’agenzia sotto i riflettori. È in quel periodo che lo slogan «Abolish ICE» («Aboliamo l’Ice») entra nel linguaggio della mobilitazione civile.

I casi, intanto, si moltiplicano. Nel 2018 Roxana Hernández Rodríguez, migrante transgender honduregna, muore dopo il trasferimento in custodia Ice in New Mexico. Le critiche rispetto alle condizioni di detenzione, all’accesso alle cure mediche e al trattamento delle persone vulnerabili nei centri dell’agenzia si fanno sempre più veementi. Un anno dopo, anche Carlos Hernández Vásquez, cittadino guatemalteco di sedici anni, muore in un centro di detenzione Ice in Texas. L’autopsia e le indagini successive evidenziano gravi carenze nei controlli e nella sorveglianza.

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L’impatto sulle comunità

Negli anni successivi, l’agenzia consolida il proprio ruolo attraverso operazioni su larga scala, incluse retate nei luoghi di lavoro e interventi coordinati in più Stati. Alcuni episodi, come quelli del Mississippi nel 2019, mostrano come l’enforcement migratorio colpisca intere comunità, con effetti su famiglie, scuole, parrocchie e settori produttivi. È anche in questa fase che cresce l’attenzione delle organizzazioni per i diritti civili, che iniziano a monitorare le pratiche di arresto e detenzione.

Il conflitto con le città e gli Stati “santuario”

Nel frattempo, diversi Stati e grandi città adottano politiche note come «sanctuary», limitando la collaborazione delle forze dell’ordine locali con l’Ice. In California, ad esempio, leggi come la SB 54 riducono l’uso di risorse statali per l’enforcement federale in materia di immigrazione. Si vuole evitare che servizi pubblici e polizia municipale diventino strumenti indiretti di deportazione, soprattutto in assenza di accuse penali gravi.

Si apre così un conflitto strutturale tra Washington e autorità locali, che negli anni si traduce in cause legali, prese di posizione politiche e decisioni amministrative volte a limitare il ruolo dell’agenzia sul territorio.

Nell’estate del 2020, dopo l’uccisione di George Floyd, Portland, in Oregon, diventa uno degli epicentri delle manifestazioni di protesta contro l’Ice, con rivolte quotidiane concentrate attorno a edifici federali, a partire dal tribunale federale Mark O. Hatfield. L’amministrazione Trump decide di dispiegare agenti federali per proteggere le strutture governative. In campo non ci sono solo agenti del Dipartimento di Giustizia, ma anche personale del Department of Homeland Security.

Formalmente, l’Ice non è l’agenzia principale dell’operazione, ma fa parte dello stesso ecosistema istituzionale, e l’intervento viene percepito come una “federalizzazione” dell’ordine pubblico. Gli agenti, d’altronde, operano spesso in tenuta tattica, senza identificativi visibili e utilizzando veicoli non contrassegnati. Alcuni manifestanti vengono fermati e trattenuti temporaneamente lontano dai luoghi delle proteste.

In California, invece, il conflitto diventa presto permanente: le politiche «sanctuary» adottate dallo Stato e da molte città limitano la collaborazione con l’Ice e trasformano ogni operazione federale sull’immigrazione in un braccio di ferro istituzionale tra Washington e i governi locali.

A partire dal 2025, l’attenzione sull’agenzia torna a crescere. Il dibattito si allarga dall’immigrazione ai limiti dell’uso della forza, alla trasparenza delle agenzie federali e al controllo democratico sui loro poteri.

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