Climate change

Caldo record, lo zero termico sopra i 5.000 metri: ghiacciai alpini e Mediterraneo a rischio

La ciliegina sulla torta di questo giugno 2025 è la quota cui si pensa arriverà lo zero termico nei prossimi due o tre giorni: più di 5.300 metri, parecchio più del Monte Bianco, che è a soli 4.806 metri

di Leopoldo Benacchio

4' di lettura

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Negli ultimi giorni, quasi in tutta Italia, attraversare a piedi una piazza, magari senza alberi e fra le 12 e le 15, ci ha fatto provare l’esperienza di un safari, nel senso cha ha nella lingua Swahili: la traversata nel deserto.

Caldo, afa, a volte vento caldo, un anticiclone africano che sempre più spesso si instaura per molti giorni sulle nostre regioni, con conseguenza di grandi tempeste specie nelle zone di pianura. Un quasi tornado, il 25 giugno, nella zona di Treviso e Pordenone ha mostrato correnti alte fino a 12.000 metri e provocato grandine con chicchi di 10 centimetri e più, che daranno parecchio lavoro ai carrozzieri del nord est.

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La ciliegina sulla torta di questo giugno 2025 è poi la quota cui si pensa arriverà lo zero termico nei prossimi due o tre giorni: più di 5.300 metri, parecchio più del Monte Bianco, che è a soli 4806 metri.

Lo zero termico, che si determina lanciando palloni sonda che segnalano la temperatura e l’altezza via radio, è il punto dell’atmosfera in cui la temperatura passa da positiva, fosse anche un solo grado, a negativa; con questi valori in linea di principio la neve che si trova sulla punta estrema di quella montagna può sciogliersi.

Di sicuro le rocce, specie delle belle Dolomiti, sono messe a dura prova da queste escursioni termiche e anche dall’acqua che scende da nevai e ghiacciai; qualche frana è dovuta sicuramente anche a questo.

Gli effetti di uno zero termico così alto sono comunque semplici da valutare in prima approssimazione: i ghiacciai alpini, già fortemente ridotti dalle estati degli ultimi decenni, fondono a ritmi impressionanti, con la perdita di grandi volumi di ghiaccio anche a quote oltre i 3500 metri. I nevai, che di solito potevi vedere fino a fine estate, sono già lì che si sciolgono alla grande.

Gli effetti di uno zero termico così alto sono immediati e visibili: i ghiacciai alpini, già fortemente ridotti dalle estati torride degli ultimi decenni, fondono a ritmi impressionanti, con la perdita di grandi volumi di ghiaccio anche a quote oltre i 3500 metri. I nevai che di solito resistevano fino a fine estate sono già in contrazione, e si moltiplicano i fenomeni di distacco di rocce e valanghe di detriti legate all’instabilità dei versanti resa più acuta dalle alte temperature.

Gli esperti segnalano che un simile innalzamento dello zero termico può compromettere in modo permanente la tenuta degli ecosistemi di alta quota, con impatti sulla vegetazione, sulla fauna alpina e, a lungo termine, anche sulle economie locali che dipendono dal turismo montano e dalla risorsa idrica generata dalla fusione delle nevi.

Altro dato fondamentale è la temperatura del mare, quello che ci riguarda più da vicino, ovvero il Mediterraneo. Il satellite Copernicus, una delle meraviglie messe in orbita dall’Europa, ci fa vedere una carta che ha, purtroppo, tutte le tonalità più scure del rosso, colore usato per indicare l temperatura elevata. La costa fra Marsiglia e il confine con la Spagna e lo stretto di Gibilterra sembrano quasi bollire, tanto sono rosso scurissimo, il nostro Adriatico se la cava molto meglio, ma comunque è parecchio sopra la media.

Una massa di acqua di questo genere, a temperatura elevata, l’unica cosa che può fare è restituire il calore che ha accumulato all’atmosfera, che a sua volta si surriscalderà ulteriormente peggiorando la situazione. Per andare sul concreto le rilevazioni satellitari e le boe di monitoraggio hanno confermato che a giugno la temperatura superficiale dell’acqua ha raggiunto spesso i 28 gradi Celsius, per esempio nel Tirreno, lo Ionio e nell’Adriatico meridionale, con picchi locali anche oltre in zone più chiuse.

Sono tanti, almeno +3 o 4 gradi rispetto a quelli tipici del periodo e le cause sono tante: l’anticiclone africano che persiste troppi giorni e a più riprese, i venti che possono servire a mixare l’atmosfera che sono inesistenti o deboli, le poche precipitazioni, le ore di sole che sono al massimo attorno al 21 giugno.

Tutto concorre ad avere un mare importante, il Mediterraneo, molto caldo, anche perché, non dimentichiamoci che anche lui è quasi chiuso. Si amplificano quindi non solo le temperature e la sensazione di caldo, ma anche il rischio di fenomeni estremi, come temporali violenti e trombe d’aria quando l’aria fredda in quota riesce ad aprirsi un varco verso terra attraverso la cappa di calore.

Sappiamo già da qualche anno che l’aumento delle temperature del mare crea problemi importanti anche alla flora e alla fauna: proliferano in mare le specie tropicali a scapito di quelle autoctone, vedi granchi blu oramai presenti un po’ dappertutto, si moltiplicano le meduse e il tutto compromette le attività di pesca, con una buona mano data dall’uomo: nelle lagune e mari del Veneto sono quasi scomparse le sardine, usate per il cibo per cani e gatti. La fioritura di alghe e la mucillagine sono poi in netto aumento, con problemi per il turismo balneare.

Si è aperta quindi la discussione se questo giugno, con cui si apre l’estate 2025, sarà il più caldo o meno di sempre, tenendo bene a mente che le temperature le registriamo da qualche decennio solamente; quindi, possiamo sapere che nel 1300 e nel 1600 ci furono delle epoche di piccola glaciazione, temperature molto fredde, ma non possiamo sapere quanto fu esattamente la temperatura del giugno 1302, tanto per capirsi.

Per venire alle nostre città, le temperature che a Roma, Firenze, Bologna, Milano hanno toccato per giorni i 37-38 gradi, con un aumento incredibile di notti tropicali negli ultimi anni, ha fatto aumentare altrettanto la richiesta di energia per raffreddare, un effetto quasi parossistico, dato che la produzione di energia ovviamente non è gratuita in termini termodinamici. E non pare che nei prossimi giorni ci aspetti un brusco raffrescamento, soprattutto per quelle strane piccole zone delle città che sono isole di calore, peggiorate dall’uso indiscriminato di cemento e bitume.

Non si può fare molto nell’immediato, ma quel poco è indispensabile metterlo in atto, e non solo perché fa caldo, ma perché rischiamo grosso. Noi, ma i nostri figli ancor di più.

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