Elezioni Europee

Bruxelles, l’accordo saltato sulle nomine e lo sgarbo a Meloni

La cena ha messo in luce l’importanza delle affiliazioni politiche, soprattutto quando si tratta di decidere le principali cariche istituzionali, con il risultato di mostrare le divergenze italiane rispetto ai partiti centristi. Ursula von der Leyen rimane la candidata favorita. Nuovo vertice la prossima settimana

di Beda Romano

Aggiornato il 18 giugno 2024, ore 18:00

Meloni a Bruxelles per la riunione del Consiglio europeo sui top jobs

4' di lettura

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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

BRUXELLES – I Ventisette hanno deciso di rinviare alla settimana prossima la nomina dei principali dirigenti dell’Unione europea per il prossimo quinquennio. Alcuni paesi membri hanno criticato l’approccio con cui è stata preparata la riunione informale di lunedì 17 giugno. Altri hanno messo l’accento sulla necessità di meglio valutare i candidati. Ursula von der Leyen rimane la candidata favorita alla sua rielezione alla guida della Commissione europea (video).

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La vicenda ha messo in luce una serie di malaugurate coincidenze, tali da costringere a un rinvio dell’attesa decisione. Secondo una ricostruzione basata sulle informazioni raccolte qui a Bruxelles, la cena ha messo in luce forse più che in passato l’importanza delle affiliazioni politiche, soprattutto quando si tratta di decidere le principali cariche istituzionali sulla scia delle elezioni europee, con il risultato di mostrare le divergenze italiane rispetto ai partiti centristi.

La decisione di rinviare l’accordo

«Non vi è un accordo stasera», ha spiegato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, in una dichiarazione alla stampa poco dopo la mezzanotte. L’uomo politico belga ha spiegato che la riunione ha permesso un utile scambio di opinioni dopo il voto del 6-9 giugno, nel quale il partito popolare europeo ha ottenuto la maggioranza relativa. A giocare contro una decisione sulle cariche per il prossimo quinquennio è stata una serie di coincidenze.

Non è piaciuto il tentativo di popolari, socialisti e liberali di confermare ex ante la maggioranza della legislatura precedente. Il premier ungherese Viktor Orbán ha spiegato su X: «La volontà dei cittadini europei è stata ignorata. Il risultato delle elezioni europee è chiaro: i partiti di destra si sono rafforzati, la sinistra e i liberali hanno perso terreno. Il PPE (…) alla fine si è alleato con i socialisti e i liberali: oggi hanno fatto un accordo e si sono divisi i posti di comando della UE».

Prima dell’inizio della cena le tre principali famiglie politiche - ciascuna rappresentata da due dirigenti - si sono incontrate per valutare il da farsi. Nella sala del Consiglio sono rimasti, in attesa per oltre due ore, gli altri dirigenti, tra i quali il premier Viktor Orbán e la premier Giorgia Meloni, ossia i due leader che non appartengono a nessuno dei tre principali partiti. Nota un diplomatico presente: «La signora Meloni ha protestato. Ha parlato di mancanza di rispetto per il modo in cui si stava svolgendo la riunione».

La scelta di fare incontri a margine, escludendo gli altri leader nazionali, è stata dettata dalla volontà impellente di popolari, socialisti e liberali di ricreare al più presto la coalizione che ha governato negli ultimi cinque anni. È possibile che i tre partiti abbiano anche voluto mostrare in modo evidente e ostensibile, a beneficio dei propri elettori a casa, l’appartenenza di Giorgia Meloni a un partito esterno all’arco costituzionale, come si direbbe in Italia.

È presto per trarre lezioni dalla vicenda. Come non notare però la marginalizzazione della premier rispetto ai leader centristi, per il solo fatto di sedere a destra dell’emiciclo? C’è da chiedersi se dietro al suo disappunto di lunedì sera non ci sia la paura di essere scavalcata a sinistra dai verdi nel possibile allargamento della prossima maggioranza e di non riuscire a partecipare al governo dell’Unione. Notava ieri un diplomatico: «Speriamo che l’affaire non provochi una radicalizzazione di Giorgia Meloni».

Tre i nomi circolati insistentemente alla vigilia della riunione di ieri: la signora von der Leyen ed esponente del partito popolare per la presidenza della Commissione europea, l’ex premier socialista portoghese António Costa per la presidenza del Consiglio europeo e l’attuale premier liberale estone Kaja Kallas per la carica di Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza. Nei tre casi sono emersi dubbi da parte di alcuni leader politici.

I dubbi di Tusk su Costa

C’è chi come il premier polacco Donald Tusk ha espresso preoccupazione sugli eventuali futuri problemi giudiziari di António Costa, il cui capo di gabinetto ha problemi con la giustizia in Portogallo. C’è chi come il presidente slovacco Peter Pellegrini è sembrato preoccupato dai toni troppo antirussi della signora Kallas. E chi come lo stesso premier ungherese Orbán non ama la presidente von der Leyen, e non manca l’occasione per dichiararlo pubblicamente.

Von der Leyen resta in pole

Al di là di questi dubbi, ieri dopo la cena alcuni leader hanno lasciato intendere come vi sia sufficiente consenso a favore della signora von der Leyen (la decisione è presa dal Consiglio europeo alla maggioranza qualificata). “Non vedo voci che possano mettere in discussione il nome» di Ursula von der Leyen per un secondo mandato alla guida della Commissione europea, ha detto il premier croato Andrej Plenković. L’uomo politico ha parlato di “dibattito positivo”.

La richiesta del Ppe

Insomma, per molti leader la cena di ieri è stata l’occasione per saggiare il clima dopo il voto di inizio mese più che per prendere una decisione. Altri però ne hanno approfittato per vendere cara la pelle. Hanno poi giocato due particolari elementi. Il mandato del presidente del Consiglio europeo è di due anni e mezzo, finora sempre rinnovati. Il PPE ha chiesto di potere ottenere la carica a metà legislatura in sostituzione dell’eventuale socialista Costa. Così facendo il PPE ha peggiorato il clima.

I dissaporti tra Michel e von der Leyen

Il secondo elemento è di ordine personale. C’è da chiedersi se i noti dissapori tra Charles Michel e Ursula von der Leyen non abbiano indotto il primo a frenare la decisione di ieri sera e una conferma della presidente della Commissione europea. Parlando alla stampa ha sottolineato di volere mantenere per quanto possibile “l’unità del Consiglio europeo”. Spiega un partecipante: “L’atteggiamento personale di Charles Michel ha giocato, ma ancora di più hanno giocato le pretese dei popolari”.

Ogni cinque anni i leader si accapigliano sulle nomine per la successiva legislatura. “Non penso che ora avremo una replica del 2019, quando ci fu una grande lotteria per tre giorni. Non sarà così. Tutto sembra essere molto più chiaro”, ha detto il premier olandese Mark Rutte. La riunione di ieri sera era informale, un esito positivo avrebbe comunque dovuto essere confermato dal prossimo vertice ufficiale, previsto il 27-28 giugno, quando sperabilmente verranno prese le decisioni.

Ue, l'arrivo dei leader a Bruxelles alla cena informale sui 'top jobs'
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