Calcio

Bosnia-Italia 5-2, anatomia di una disfatta mondiale

Per gli azzurri di Gattuso terza finale play off consecutiva persa: stavolta ci condannano i rigori

di Dario Ceccarelli

Gattuso, cittì dell’Italia, dopo la sconfitta contro la Bosnia al terzo play off mondiale consecutivo LAPRESSE

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Forse è meglio lasciar perdere. Rassegnarci al nostro evidente declino e smettere di pensare che abbiamo un grande passato. Che abbiamo vinto quattro Mondiali, due Europei e tutto quello che sappiamo. Non è più tempo. Quel tempo è passato. La realtà, anche se possiamo recriminare per qualche decisione arbitrale discutibile, è che per la terza volta consecutiva non andremo al Mondiale. Che siamo mediocri. E che la Bosnia, una nazione di 3 milioni di abitanti al 66esimo posto della classifica Fifa, ci andrà al posto nostro dopo averci battuto (ai rigori) nell’ennesima finale dei play off, nostra specialità nazionale.

Certo si possono accampare scuse varie: non ultima quella di essere rimasti in dieci per l’espulsione di Bastoni per quasi ottanta minuti. Però questa, non per accanirsi su Bastoni, è stata una leggerezza imperdonabile. Eravamo in vantaggio dal 15’, grazie a un pregevole destro di Kean e al posto di gestire con freddezza gli ultimi minuti del primo tempo, tutta la nostra difesa si è fatta sorprendere da un maldestro rinvio di Donnarumma sul quale Bastoni, intervenendo in ritardo da ultimo uomo su Memic, ha fatto la frittata che gli è costata l’espulsione.

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Giocare in dieci, in uno stadio che ribolle di tifo, non è certo facile. Ci vuole coraggio, forza, freddezza. Però davanti all’Italia non c’era la Germania o il Brasile, meglio ribadirlo per onestà. C’era una squadra, la Bosnia, che finora ha partecipato a un solo Mondiale nel 2014. E che in casa negli ultimi tre anni ha vinto solo con Islanda, Leichtenstein, Cipro, San Marino e Romania. Eppure, pur avendo avuti tre-quattro occasioni (clamorose quella di Kean e Pio Esposito) per chiudere, abbiamo vissuto un’altra notte da streghe. Un assedio da Forte Apache, con cross e traversoni che ci piovevano da tutte le parti. Una bufera. E dobbiamo dire grazie a Donnarumma, se siamo riusciti a conservare il vantaggio fino all’ottantesimo, quando davanti all’ennesima mischia davanti alla nostra porta, Tabakovic ha realizzato l’1-1 ridando nuove energie ai bosniaci.

Forse Dzeko, nell’azione, ha lievemente toccato il pallone con il braccio, ma sono dettagli che non cancellano il nostro nuovo fallimento. Un fallimento amaro perché conferma una tendenza: che come nazionale non siamo più competitivi. Stare fuori da tre mondiali è la certificazione della fine di un lungo ciclo, di un declino strutturale che non riusciamo a invertire. O meglio: non facciamo nulla per invertire.

Diciamo la verità: dopo le precedenti bocciature (Svezia e Macedonia del Nord) l’Italia si è ripresentata a questa nuova strettoia con gli stessi difetti di sempre: senza cioè aver ridotto i debiti, investito in strutture e vivai per ridare linfa a un movimento che, nonostante tutto, ha ancora 1,5 milioni di tesserati. Ma in serie A ormai giocano solo stranieri.

Per fare un confronto, la Bosnia ha solo 15mila tesserati. Una differenza enorme, che rende inaccettabile il discorso sull’attaccamento sociale e sul coraggio dimostrato, in questa occasione, dagli azzurri. Possiamo capire Gattuso che, in lacrime, si scusa e ringrazia comunque i suoi giocatori per l’impegno e il cuore profuso. È vero: nella ripresa, l’Italia ha tenuto il punto, cercando anche di chiudere la partita. Però la questione è un’altra: non si doveva arrivare neppure a questo bivio. «Siete messi davvero male se avete paura del Galles e preferite noi», aveva detto alla vigilia Dzeko.

Una sintesi perfetta di come l’Italia sia arrivata confusa a Zenica, in questo stadio da 8mila posti con la gente che lancia i fumogeni dai balconi dei palazzi vicini. Anche il loro tifo, per quanto caldo e assordante, alla fine è stato corretto. Si erano paventati scenari infernali, improbabili gironi danteschi. Nulla di tutto questo: c’erano tifosi giustamente contenti di mandare la loro nazionale ai Mondiali superando un avversario che ha un nobile blasone ma un presente in totale caduta libera. Al di là di cosa farà Gattuso (il suo contratto scade nel prossimo giugno), il problema è ben più profondo. Di allenatori, da Ventura a Mancini, da Spalletti a Gattuso, ne abbiamo consumati in quantità industriali. Tutti incapaci? Tutti da buttar via? Ma cosa può fare un allenatore se nei grandi club si dà spazio, a parte qualche eccezione, solo agli stranieri? E se Lega e Federcalcio non ti danno la possibilità neppure di organizzare uno stage non fermando mai il campionato? Il presidente Gravina qualche domanda ora deve pur farsela. Non si può galleggiare sempre nella mediocrità. Dimissioni mai? L’unico modo per risalire è toccare il fondo. Bene, l’abbiamo toccato.

Alcuni azzurri sono anche da elogiare: Kean, Locatelli, Barella e Tonali sono stati all’altezza. E anche Palestra, subentrato al posto di Politano, ha dato una potente spinta sulla destra. Però ci sono state troppe imprecisioni, poca lucidità. Soprattutto questa incapacità di arginare gli esterni bosniaci che ci saltavano come volevamo per arrivare al cross. Non si può reggere all’infinito una pressione così costante. Si può recriminare, non a torto, su qualche episodio arbitrale non del tutto convincente. Come quando nel primo tempo supplementare il signor Turpin ha punito Muharemovic solo con un giallo, dopo aver steso Palestra lanciato verso la porta bosniaca.

Diciamo che con Bastoni l’arbitro era stato più severo. Ma sono discorsi che hanno poco senso: le grandi squadre sono superiori anche alle sviste arbitrali. Noi non lo siamo più da tempo e proprio da questa consapevolezza dobbiamo ricominciare se vogliamo riportare il nostro calcio a un livello adeguato. Ma senza questa enfasi stucchevole da fine del mondo, con questi lugubri richiami all’apocalisse o alle tante Caporetto della nostra storia, a partire dall’indimenticabile Corea. E lasciamo stare anche i bambini senza le estati mondiali. Si divertiranno con Jannik Sinner o Kimi Antonelli. Non è il momento per queste metafore, restiamo nel calcio. La prima volta con la Svezia ci poteva stare, ora basta. Il discorso è semplice: siamo mediocri, ripartiamo dalle fondamenta.

Questa nostra inadeguatezza la si è vista anche nei rigori. Non è vero che è una lotteria: ai rigori vince chi è più determinato, più lucido. E ha più voglia di centrare l’obiettivo. I bosniaci con Thairovic, Tabacovic e Alajbegovic sono stato implacabili. I nostri erano smarriti, lo sguardo incerto: Il giovane Esposito ha malamente tirato alto, Cristante contro la traversa. L’unico all’altezza è stato Tonali, che ha spiazzato con freddezza il portiere Vasilj. Ma non è stato un caso: Tonali è di un’altra categoria, gioca in Premier League, è abituato a queste sfide. Una volta l’Italia aveva tanti Tonali. Ora non più. Prima ce lo mettiamo in testa, meglio è per tutti.

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