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Le Forze Armate Sudanesi (SAF) sono al centro di un’escalation di tensione, scaturita dalle inchieste pubblicate dalla stampa statunitense, che hanno puntato il dito contro l’esercito accusandolo di essere coinvolto nella produzione e nell’impiego di munizioni chimiche nel conflitto contro le Rapid Support Forces (RSF). The New York Times e The Washington Post hanno pubblicato le loro indagini, entrambe basate su materiali di intelligence, che comprenderebbero circa 150 documenti, fotografie, videoclip e comunicazioni intercettate, oltre a migliaia di messaggi di testo estratti dai telefoni di ufficiali sudanesi. Le prove indicherebbero un presunto programma, istituito nel 2024 per la produzione di munizioni a base di cloro, del quale sono emersi progetti di bombe, resoconti di test operativi e una strategia di insabbiamento coordinata, avviata dopo che gli Stati Uniti ebbero scoperto il complotto. Nei documenti figurano inoltre piani per sottrarre gas cloro a un impianto civile di trattamento delle acque, che aveva originariamente ricevuto il prodotto chimico da un’agenzia di aiuti internazionale. Queste accuse riaccendono vecchie ipotesi sull’uso di armi chimiche aleggianti sul vertice delle SAF sin dall’anno scorso, aumentano considerevolmente la pressione internazionale sul comando militare. Gli Stati Uniti, che avevano precedentemente imposto sanzioni al Sudan nel maggio 2025 a causa delle accuse relative al presunto impiego di armi chimiche da parte dell’esercito nel conflitto del 2024, le quali erano entrate in vigore il 20 luglio 2025, si trovano ora di fronte al rifiuto delle autorità di Port Sudan, le quali, pur sostenendo di non produrre, stoccare o utilizzare armi chimiche e sottolineando il rispetto della Convenzione sulle Armi Chimiche (CWC), hanno sempre respinto tali accuse.
Secondo The New York Times, le SAF avrebbero fatto ricorso alle armi chimiche all’inizio del 2024, quando i miliziani delle RSF, che conservavano il controllo su gran parte della capitale Khartum, avevano creato una situazione di stallo strategico. Secondo i documenti citati dalle testate Usa, il brigadier generale Tariq Hussein avrebbe proposto l’uso del cloro per dare alle forze armate un vantaggio tattico nella battaglia per Khartum. Avrebbe distribuito schemi di prototipo di una testata esplosiva integrata con circa 15 chili di gas cloro. Il 22 luglio, un cargo Antonov sarebbe decollato dall’aeroporto di Merowe, situato a circa 320 chilometri a nord di Khartum, per condurre un lancio di prova, al termine del quale Hussein avrebbe riferito che l’esperimento era stato un “successo del 100%”, allegando un video di un’esplosione nel deserto e confermando che la munizione “ha colpito il bersaglio e ha rilasciato il gas.”
Le comunicazioni, stando alle accuse, rivelerebbero che il programma, il quale era afflitto da gravi difetti tecnici, presentava perdite di sostanze chimiche come problema ricorrente; in un’occasione, gli operai trovarono insetti e scorpioni morti sul pavimento di un hangar a seguito di un’esposizione notturna al gas fuoriuscito, incidente che sottolineò la natura volatile dell’agente manipolato molto prima che raggiungesse il campo di battaglia. Secondo The New York Times, 20 bombole di gas cloro sarebbero state contrabbandate al di là della frontiera da un Paese confinante già alla fine di agosto 2024. Hussein avrebbe poi cercato fonti interne rivolgendosi alle infrastrutture civili locali in violazione delle norme internazionali. Nello specifico, l’impianto di trattamento delle acque di Al-Manara a Omdurman, uno dei pochi impianti ancora operativi in tempo di guerra. Un aspetto estremamente delicato se fosse ulteriormente confermato: il cloro dell’impianto, destinato alla purificazione dell’acqua durante le epidemie di colera, è stato donato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). All’inizio di settembre, Hussein avrebbe inviato a un collega un messaggio nel quale, descrivendo un attacco contro miliziani delle RSF alla raffineria petrolifera di Al-Jaili a nord di Khartum: “Hanno bevuto il gas.” Un messaggio che sarebbe in linea con le accuse formulate dalle RSF il 13 settembre, quando il gruppo paramilitare ha emesso un comunicato accusando l’esercito di aver sparato missili “tossici” contro la raffineria.
The New York Times indica infine che il programma sarebbe probabilmente stato chiuso una volta che i funzionari statunitensi ne avrebbero scoperto l’esistenza, procedendo ad applicare sanzioni mirate. Durante un successivo giro di misure a giugno, gli Stati Uniti sanzionarono Hussein per l’importazione di esplosivi per la produzione di bombe, anche se quella specifica designazione non citava esplicitamente le armi chimiche. Anche se provare l’uso di armi chimiche nelle zone di conflitto rimane complesso, gli esperti di armamenti consultati da The New York Times concordarono nel ritenere che le prove disponibili indicherebbero fortemente il loro impiego nel conflitto sudanese, sottolineando tuttavia la necessità di un’indagine indipendente sul campo. Nel frattempo sono usciti sempre sulla stampa internazionale e in un caso anche italiana, articoli di natura opposta mirati a smontare e screditare le inchieste parallele delle due testate americane. Un elemento che descrive una situazione di estrema tensione non solo a livello locale, ma soprattutto a livello internazionale. È chiaro che a questo punto sarebbe necessaria una inchiesta indipendente sul tema. Tanto urgente quanto le tensioni in Sudan sono alimentate da attori esteri.