Autonomia, per la Consulta inammissibile il referendum abrogativo
Dichiarati ammissibili invece i cinque referendum che riguardavano cittadinanza per gli extracomunitari, Jobs Act, indennità di licenziamento nelle piccole imprese, contratti di lavoro a termine, responsabilità solidale del committente negli appalti
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I punti chiave
- Consulta: su Autonomia servirebbe revisione costituzionale
- Ammissibili gli altri cinque referendum
- Il referendum sulla cittadinanza
- I quesiti sul Jobs act
- Tajani: scriveremo una legge equilibrata
- Zaia: Consulta chiarisce ogni dubbio su percorso autonomia
- Pd: avanti con la mobilitazione di questi mesi
- M5S: legge già demolita e svuotata da Consulta
- Ceccanti: nodo era mancanza chiarezza quesito
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La Consulta ha dichiarato inammissibile il referendum abrogativo della legge sull’Autonomia differenziata delle Regioni. Ad emettere la sentenza sono stati gli attuali undici giudici della Corte costituzionale. Il quesito sull’Autonomia differenziata mirava ad abrogare interamente la legge Calderoli. Ma la Corte ha rilevato che «l’oggetto e la finalità del quesito non risultano chiari», aggiungendo che «ciò pregiudica la possibilità di una scelta consapevole da parte dell’elettore».
Consulta: su Autonomia servirebbe revisione costituzionale
Inoltre «il referendum - si legge nella nota dell’ufficio stampa della Consulta - verrebbe ad avere una portata che ne altera la funzione, risolvendosi in una scelta sull’autonomia differenziata, come tale, e in definitiva sull’art. 116, terzo comma, della Costituzione; il che non può essere oggetto di referendum abrogativo, ma solo eventualmente di una revisione costituzionale». La sentenza sarà depositata nei prossimi giorni. La Consulta si era già espressa il mese scorso in merito alla cosiddetta “legge Calderoli”, sottolineando - ai fini di compatibilità costituzionali - la necessità di correzioni su sette profili della stessa legge: dai Livelli essenziali di prestazione (Lep) alle aliquote sui tributi.
Ammissibili gli altri cinque referendum
La Consulta ha dichiarato invece ammissibili i cinque referendum che riguardavano cittadinanza per gli extracomunitari, Jobs Act, indennità di licenziamento nelle piccole imprese, contratti di lavoro a termine, responsabilità solidale del committente negli appalti.
Il referendum sulla cittadinanza
Sono cinque i quesiti referendari di cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’ammissibilità. hanno avuto il via libera quello per ridurre da 10 a 5 anni i tempi per gli extracomunitari per ottenere la cittadinanza mentre gli altri quattro interessando materie relative al lavoro e riguardano job act, contratti a termine e infortuni. Entrando nel dettaglio, il referendum sulla cittadinanza punta al dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario ai fini della presentazione della domanda di concessione della cittadinanza da parte dei maggiorenni. Tra i promotori +Europa.
I quesiti sul Jobs act
La Corte ha dato via libera anche ai quattro quesiti sul lavoro, proposti dalla Cgil. Nel primo si chiede l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti del contratto a tutele crescenti del Jobs act. In particolare, si vuole cancellare le norme sui licenziamenti che consentono alle imprese di non reintegrare una lavoratrice o un lavoratore licenziata/o in modo illegittimo nel caso in cui sia stato assunto dopo il 2015. Il secondo quesito riguarda la cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese. L’obiettivo è innalzare le tutele per chi lavora in aziende con meno di quindici dipendenti eliminando il limite massimo di sei mensilità all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato. Mentre il terzo punta all’eliminazione di alcune norme sull’utilizzo dei contratti a termine. Infine, l’ultimo quesito riguarda l’esclusione della responsabilità solidale di committente, appaltante e subappaltante negli infortuni sul lavoro. In particolare, con il referendum si vogliono tagliare le norme che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante.








