Nuove generazioni e violenza

Assenza di ascolto e incapacità di esprimere le fragilità alimentano il disagio giovanile

La scuola deve investire su sportelli psicologici e formazione dei docenti. Addossare la colpa ai social e ai videogame è una scappatoia dall’affrontare problemi strutturali più gravi

di Camilla Colombo e Camilla Curcio

Credits: Gustavo Fring (Pexels)

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Fragilità inascoltate e incomprese. Un malessere personale che degenera davanti a una società che di certezze sul futuro ne dà poche. E un’età senza manuale di istruzioni, complicata da abitare e da gestire. È in questo puzzle che, negli ultimi anni, dati alla mano, è incrementata la violenza tra le nuove generazioni. Un’evidenza a cui studiosi, genitori, insegnanti, presidi, parroci hanno provato a trovare una o più cause scatenanti. E che le notizie tra giornali e televisione hanno fotografato, spesso, in tutta la sua crudezza.

La promessa disattesa degli adulti

«Guardando al fenomeno in chiave generale, credo che il tema centrale sia quello dell’enorme difficoltà dei giovani a mettere in parola e a esprimere le emozioni», spiega Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro. «La grande promessa che gli era stata fatta dagli adulti, che avevano assicurato loro un ascolto attento e la libertà di crescere e vivere essendo loro stessi, è stata clamorosamente disattesa. Padri, madri, professori, educatori, la società intera, la politica non sono stati in grado di ascoltarli e di relazionarsi con loro, hanno pensato unicamente alle loro esigenze e hanno messo a tacere qualsiasi elemento emotivo potesse interferire nel progetto di vita che avevano disegnato. Questi ragazzi non hanno mai potuto dire di avere paura perché rischiava di dar fastidio alle paure dei genitori. Non hanno mai potuto confessare la tristezza perché non avevano il diritto di lamentarsi. Non hanno mai canalizzato la rabbia perché oggi, al primo conflitto, si pensa alla misura per fermarlo».

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L’impossibilità di dare una dimensione a questo grumo di emozioni etichettate dagli altri come “scomode” e il confronto con un interlocutore egoista o che vuole imporre un modo di pensare rischia di sortire reazioni spropositate. «L’età adolescenziale è una fase della vita in cui, se non riesci a verbalizzare la sofferenze, inevitabilmente finisci per sfociare nella violenza. Contro te stesso o contro gli altri. » Perché, accanto a una dimensione pubblica, che vede quindicenni impugnare un coltello e attaccare i coetanei, ce n’è una privata ugualmente allarmante, con disturbi alimentari in aumento tra le ragazze, isolamento sociale tra i ragazzi, autolesionismo e suicidi.

I social come capro espiatorio

«In questo Paese i giovani non contano come dovrebbero, tutto è sempre più a misura di anziano e mentre attorno a noi c’è la guerra e i bambini perdono la vita e siamo quasi anestetizzati davanti a notizie di morte, ci sono adulti che continuano a vedere la causa della violenza giovanile solo nella dipendenza da social, nei videogame cruenti o nelle canzoni dei trapper», chiosa Lancini. «Tutto questo, alla fine, è solo un modo per lavarsi la coscienza e non agire, riformando la scuola, accettando lo sforzo di cambiare la società e di imparare a leggerli. Evitando atteggiamenti prevaricatori o da bulli. Se dobbiamo proprio vietare i social, che i danni certo li hanno fatti, allora vietiamoli da 0 a 80 anni. Proibendoli solo agli adolescenti non si ottiene il risultato sperato. Anzi: si rischia di aumentarne l’influenza e allontanarli dalla credibilità degli adulti».

Cosa deve fare la scuola

Apertura ed empatia sono le chiavi di un approccio virtuoso non solo in famiglia ma anche in ambito scolastico. «La scuola deve sempre predisporsi in un’ottica di recupero e non di punizione nei confronti dei ragazzi. E anche i regolamenti devono essere scritti in questa direzione», nota Antonella Parisi, dirigente scolastico del Liceo scientifico Raffaele Lombardi Satriani di Petilia Policastro e Cotronei e del Liceo delle scienze umane e linguistico di Mesoraca (Crotone). «Bisogna capire cosa si nasconde dietro al loro vissuto ed educarli a una gestione relazionale ed emotiva efficace. Vedo sempre più di frequente giovani fin troppo adulti per la loro età e genitori non ancora cresciuti. L’asse si è spostato: i docenti vengono lasciati soli a educare, i ragazzi sono abbandonati a loro stessi e gli adulti non si prendono le responsabilità. Da questo mix di fattori sociali, familiari e digitali, il disagio sfocia in aggressività e la scuola deve ammortizzare le mancanze».

Per Parisi, quindi, occorrono strategie preventive più che di contrasto: «Ascolto attivo, uno sportello psicologo efficace, formare adeguatamente gli insegnanti, un uso critico della tecnologia e, come accade nella mia scuola, affidare a un team specializzato una sensibilizzazione al rispetto della persona. Bisogna prevenire, più che punire».

Puntare su spazi gratuiti

Codici diversi, incomunicabilità e background sociale sono gli elementi su cui fa leva Chiara Saraceno, nota sociologa italiana. «Quando gli adolescenti, che giustamente devono individuarsi rispetto ai genitori, non trovano limiti o riconoscimenti da parte degli adulti o del contesto, lo cercano tra pari, on e offline», commenta. «Servono spazi gratuiti che insieme contengano e permettano di espandersi, di sperimentare in sicurezza senza essere giudicati, come ultimamente accade nelle aule scolastiche».

Gli stessi genitori, d’altronde, sono esposti a una complessità maggiore: sono la prima generazione di adulti che sta imparando a essere genitori con i social. «Basti pensare alla serie tv Adolescence dove il linguaggio è un terreno d’incomprensione profonda fra genitori e figli».

Secondo la sociologa, la risposta securitaria non risolve, anzi, «anche perché c’è una diffusa fatica di vivere in molte famiglie, dove manca fisicamente l’energia e il tempo dell’accompagnamento educativo». A questo si aggiunge il disagio sociale delle nuove generazioni di italiani che vivono una mancanza di riconoscimento e una difficoltà d’integrazione, dettata anche dal fatto che non si sentono accettati come italiani, solo per il nome che portano e il colore della pelle.

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