Spazio

Artemis II, conto alla rovescia per il ritorno sulla terra: ammaraggio alle 2:07

Si conclude la missione della Nasa che preparerà il ritorno sulla Luna. Con non poche novità scientifiche come bottino

di Leopoldo Benacchio

Una delle foto scattate dagli astronauti della missione Artemis II

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Ad Artemis II è andato tutto molto bene. Intanto il temuto decollo, rimandato più volte per problemi tecnici, dopo gli aggiustamenti che hanno richiesto qualche giorno ha mostrato tutta la potenza dei motori principali e ausiliari di SLS, che si è alzato e con i suoi quasi 100 m di altezza ha guadagnato il cielo. Ora però si tratta di affrontare l’ultima parte, pericolosa, del viaggio: i 13 minuti del rientro in atmosfera per poi ammarare. Tutto avverrà mentre da noi saranno le 2:07 dell’11 aprile.

Per la prima parte della missione, i primi otto minuti di volo a Nasa hanno comunque tenuto tutti col fiato sospeso, perché sono quelli in cui una qualunque piccola perdita di carburante o un malfunzionamento di qualche guarnizione può portare alla catastrofe, come è già stato purtroppo due volte, proprio con quel tipo di vettore quando portava in orbita lo Space Shuttle.

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Invece l’entrata nell’orbita di parcheggio è stata perfetta, per un giorno attorno alla Terra si sono provate tutte le attrezzature di bordo e poi via, con l’accensione dei motori del secondo stadio, verso la Luna. La traiettoria è stata praticamente perfetta fin da subito e le piccole correzioni impresse alla capsula tramite i motori del modulo sono state minimali.

La Luna si è via via avvicinata, mentre il Service Module, modulo di servizio europeo, alla cui costruzione ha partecipato anche Leonardo, con la partecipata Thales Alenia Space, ha sempre fornito i servizi essenziali per la vita degli astronauti: acqua, ossigeno, corrente elettrica.

Qualche problemino durante il volo di andata verso la Luna c’è stato, ma alla fin fine sembrava quasi fosse successo per destare ilarità nel pubblico e aumentare la simpatia verso gli astronauti, visti trafficare con una toilette che non funzionava, che comunque nello spazio non è problema da poco, e poi con la posta elettronica, problema che, prima o poi, affligge tutto il genere umano. Hanno giovato, questi piccoli inconvenienti risolti, a risollevare l’interesse del pubblico, probabilmente proprio perché ci imbattiamo tutti, prima o poi, in cose del genere.

Tutta la missione ha risollevato l’interesse specie in Usa ed Europa, se non in misura planetaria come nei voli Apollo per la Luna, certamente a un livello insperato, dopo che da mesi e mesi lo spazio ci riserva solo problemi: spazzatura spaziale, troppi satelliti che oscurano le stelle, uso militare. Tutta roba che impensierisce l’uomo della strada.

Il tocco magico è stata l’entrata in scena, fugace quanto inaspettata, di un barattolo di una famosa crema spalmabile, che uno degli astronauti aveva portato con sé come comfort food, pratica comune in questi voli. Questo ha scatenato sia la simpatia che le critiche, piuttosto assurde, di quelli che trovano problemi anche nella confezione dei cioccolatini svizzeri.

Per la parte più importante, il sorvolo del nostro satellite, la scena se l’è presa proprio lei, la nostra bella Luna, che si è mostrata un po’ di lato, ma nella parte più importante per gli scienziati Nasa. Mentre i quattro astronauti battevano il precedente record di distanza dalla Terra di ben 6.606 chilometri, sono state scattate valanghe di belle immagini, importanti anche dal punto di vista scientifico, per dettagliare le aree di possibili allunaggi e la geologia lunare. Per la prima volta Nasa ha fatto usare agli astronauti degli smartphone top di gamma, certificando che oramai fra macchine fotografiche e questi, la differenza è praticamente inesistente. Difficile scegliere la più bella, fra quella della Terra vista dalla Luna e quella, per cui vota chi scrive, della eclissi di Sole vista da Orion, mentre sta dall’altra parte della Luna.

I quattro hanno potuto vedere il lato lontano del nostro satellite, quello che pochissimi possono dire di aver visto, con tutto il suo mistero, dato che è veramente diverso dal lato a noi rivolto, che ha sempre lo stesso aspetto. I quattro si sono dichiarati ben consci del privilegio ricevuto, per cui si sono addestrati per lunghi mesi, e hanno subito anche snervanti ritardi.

La Luna ha fornito loro una spinta gravitazionale, con il cosiddetto effetto fionda, che li ha rimessi nella traiettoria di arrivo. Dopo un giorno di relax gli astronauti, al tempo in cui scriviamo, si preparano alla delicata fase di rientro in atmosfera. In prossimità dell’atmosfera Orion si sgancia dal Deep Space Network - la rete di grandi antenne che copre tutto il globo e a cui collabora anche la nostra Telespazio - e il controllo viene ripreso direttamente da Houston, mentre viene anche divisa la capsula dal Service Module e Orion affronta l’ultimo percorso da solo. Per avere un’idea di cosa aspetta gli astronauti in quei 13 minuti possiamo solo dire che Orion arriva nell’atmosfera, circa 100 chilometri dal suolo, a 40mila chilometri allora. Lo splashdown, quando cioè la capsula tocca le onde dell’oceano davanti alla città di San Diego, Usa, avviene a 27 chilometri all’ora.

Orion rientra seguendo un profilo ipersonico, puntando a una decelerazione aerodinamica molto intensa, in parole povere da quella per noi pazzesca velocità lo rallenta soprattutto l’atmosfera e la interazione fra capsula e strati sempre più densi.

Anche se Nasa ha modificato al meglio la traiettoria di rientro, il problema principale è lo scudo termico, realizzato con piastre di un materiale chiamato Avcoat, realizzato per il programma Apollo e rinnovato per Artemis, sostanzialmente composto da resina epossidica con fibre di vetro e microsfere. È questo l’elemento critico del rientro, che divide i pareri di molti esperti, dal momento che aveva dato problemi con Artemis I, il primo volo senza astronauti.

A circa 100 chilometri di altezza si genera l’onda d’urto e il plasma appare attorno alla capsula, la resistenza aerodinamica inizia a frenare il veicolo e riscaldando lo scudo termico che, fin dal primo momento, è stato voltato verso la direzione di discesa per proteggere la capsula.

Quando si arriva a velocità simili a quelle del suono, vengono aperti gli speciali paracaduti, tre, per l’ammaraggio, che frenano fino alla velocità di una bici elettrica da città. L’urto è comunque notevole, ma sopportabile per gli umani. A velocità ormai transoniche e subsoniche vengono dispiegati i paracadute fino all’ammaraggio nell’oceano Pacifico.

A bordo della navicella, al termine di un viaggio di dieci giorni intorno alla Luna, torneranno gli astronauti della Nasa Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch (specialista di missione) e l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Canadese Jeremy Hansen (specialista di missione). Per chi ha voglia di tirare tardi, le fasi finali si vedranno in diretta su Nasa.gov: vale la pena.

Le prossime missioni dovranno tenere molto conto di questa nuova avventura umana, perché il gioco diventa sempre più complesso: costruire una città sulla Luna non è uno scherzo. Forse per questo val la pena di farlo.

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