In mostra

Art Brussels, oltre la fiera tra KANAL, Bozar e Seven Cloud

La città è vivace con mostre in spazi pubblici e gallerie commerciali, molti gli artisti noti e qualche nuova scoperta

di Giorgia Basili

Pipilotti Rist, Be Nice To Me (Flatten 04) da Open My Glade (Flatten), 2000, installazione video di Pipilotti Rist (fotogramma dal video)  Pipilotti Rist 2026, SABAM Per gentile concessione dell’artista, Hauser & Wirth e Luhring Augustine

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Art Brussels che si è tenuta dal 23 al 26 aprile, esce fuori dai confini dei suoi padiglioni fieristici in Place de la Belgique, proprio di fronte l’Atomium, per animare la capitale belga. La Gallery Night ha portato all’attenzione dei collezionisti le esposizioni nelle gallerie commerciali più influenti. La mostra «Is that All there is?» presso Cloud Seven è un modo per avere un saggio della vasta collezione privata di Frédéric de Goldschmidt. Non sono da tralasciare le mostre presso BOZAR e Wiels. Sicuramente fa parlare di sé il nuovo centro per l’arte moderna e contemporanea KANAL che si sta insediando negli spazi industriali dell’ex garage e officina Citroën e vuole cercare di emergere proponendo un’alternativa ai templi dell’arte visiva già consolidati in Europa, come la Tate e il Centre Pompidou. Per farlo si è affidato proprio a quest’ultimo museo per tracciare la pianificazione espositiva dei primi anni.

The strange Life of Things, 2025

BOZAR

Parlando di grandi istituzioni, non delude l’offerta espositiva del museo Bozar, Palais de Beaux Arts. «Bellezza e Bruttezza. Beauty and Ugliness in the Renaissance» (fino al 14 giugno) esplora, attraverso 90 opere, la maniera in cui artisti italiani e del Nord Europa, tra XV e XVI secolo, hanno rappresentato questi due estremi. «Ho Tzu Nyen. P for Power» è, invece, la personale dedicata all’artista di Singapore.
Meritevole di elogio l’esposizione «Picture Perfect. Beauty through» a Contemporary Lens, visitabile fino al 16 agosto, che anzi fa da contraltare alla carenza di progetti fotografici tra gli stand di Art Brussels. La domanda intorno alla quale gira la mostra — con opere di 65 artisti — è: quale ruolo hanno svolto i media visivi nel creare, rafforzare o mettere in discussione i canoni di bellezza occidentali dominanti? Dall’immagine di locandina, un frame da un’opera iconica di Pipillotti Rist, l’esposizione vanta una valida selezione di opere di artisti caratterizzati da background, origine e linguaggio diversi. Ad esempio, il sudcoreano Sin Wai King con «Essence» gioca sulla pubblicità dei profumi andando contro gli stereotipi di genere e invitando a rivedere l’idea di mascolinità.

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Frans Floris de Vriendt, Pomona, 1565, Stockholm Hallwylska MuseetStatens, Historiska Museet, Stockholm. Photo Jens Mohr

Cloud Seven

Il concetto di «Palpitazione», ossia la dialettica tra passato e presente di Nicolas Bourriaud, ispira le mostre che si tengono in 7 Quai du Commerce, nel palazzo noto come Seven Cloud che, con i suoi 7 piani, gioca con la collezione privata di Frédéric de Goldschmidt, una delle raccolte più importante di Bruxelles, dopo la grande raccolta Vanhaerents.

La mostra attuale si intitola «Is that All there is?» “È tutto qui?” da una canzone di Peggy Lee che parla di una donna disillusa dalla vita. L’idea alla base della curatela di Grégory Lang era quella di trovare diversi modi di rispondere alla domanda del titolo includendo opere che non necessitano di ulteriori spiegazioni, sia perché hanno un titolo esaustivo, sia perché rappresentano frammenti o fasi di un progetto più ampio.
Al piano terra si trovano principalmente opere minimaliste, caratterizzate dalla monocromia del bianco o dal gioco con la luce. Ad aggiungere complessità cromatica un’opera di Alighieri Boetti prende forma da una sdraio a righe colorate.
Al primo piano le opere diventano più concettuali, cariche di riferimenti che si esplicano in alcuni casi nei titoli stessi. Un’opera di un’artista sudafricana, Bronwyn Katz, consiste in tre reti che pendono dal soffitto ricolme di ciottoli che sono stati raccolti sotto il ponte della metropolitana sopraelevata di Barbès a Parigi, dove molti migranti cercavano di sopravvivere.
Roni Horn in «Key and Cue» incide la prima riga di una poesia di Emily Dickinson — un’opera su carta dell’artista è stata venduta per 945 dollari nel 2019 (circa 1.160,61 dollari nel 2025), mentre una scultura ha raggiunto 1,8 milioni di dollari nel 2024 —, mentre Martin Desilets, come Roman Opalka, cerca di realizzare progetti attraverso un processo di creazione che coincide con la quotidianità: fotografa tutti i dipinti nei musei del mondo — in questo caso le pareti del Musée d’Orsay —, un progetto che durerà quindi tutta la vita.
Al secondo piano i lavori sono accomunati dall’essere frammenti, tasselli di un progetto più ampio, spesso un corpus di azioni tra arte e politica. Jean-François Boclé, artista della Martinica, scomparso un mese fa usa delle confezioni delle banane per parlare di colonizzazione e sfruttamento: le banane sono coltivate con clorexone che brucia il suolo e i corpi delle persone. I calderoni in alluminio di Gabriel Chaile sono i testimoni di azioni sociali: l’artista ha preparato alcuni pasti per indigeni e comunità povere a Buenos Aires. L’ultimo piano ricalca i versi della canzone di Peggy Lee, cercando di trovare un piano d’azione o una chiave, anche ironica, in seguito all’accettazione della realtà, spesso deludente e dalle risorse limitate. Il corpo fuso di Antony Gormley incarna diversi concetti, dalla vulnerabilità all’estasi, in asta l’aggiudicato più alto per Gormley sono sempre da Christie’s Londra: 5.892.502 € per «A Case for an Angel I» nel 2017 e 3.887.289 € per «Angel of the North (Life-Size Maquette)». La mostra si conclude con l’autoritratto di Peter Wojnarowicz, il cui volto emerge dalla terra mentre sta morendo di Aids, affermando la sua presenza e il suo desiderio di lasciare un’impronta. “Ho acquistato «Desilets» il mese scorso per 16.000 euro alla Galerie Bigaignon (l’unica opera acquistata appositamente per la mostra). Horn è stata acquistata all’asta a New York nel 2011 per 90.000 dollari. Wojnarowicz è stato acquistato da PPOW a New York per 15.000 dollari. Gli altri artisti, qui menzionati, sono stati acquistati direttamente dagli artisti o dalle gallerie per meno di 10.000 euro” spiega Frédéric de Goldschmidt.

Sandra Lazzarini

La Gallery Night

Cercare di andare oltre la mera decorazione, la speculazione finanziaria e di boicottare l’arte come commodity: «Nothing» è il titolo, provocatorio, della mostra di Richard Tuttle da Greta Meert. L’artista interroga le fondamenta della creazione, i lavori partono dall’idea embrionale, resa con segni ingarbugliati su fogli bianchi, e presentano poi la controparte tridimensionale: l’opera diventa carne e può essere resa con uno spago, con assi di legno rotti o una spugna per lavare i piatti. Nella sede più monumentale di Xavier Hufkens il protagonista è Thomas Houseago — che ha raggiunto all’asta fino a 462.286 dollari per le sculture e 154.956 dollari per i dipinti — alle prese con un viaggio esistenziale in «Journey. In Cosmic Snail (Shell Temple)» si è invitati a entrare in un’installazione immersiva a chiocciola, rievocando il labirinto in cui era rinchiuso il Minotauro. Questa figura mitologica ritorna nell’opera dell’artista in quanto simbolizza le paure primordiali, la tensione che abita nella nostra psiche e nelle ombre dell’inconscio, l’essere umano dilaniato tra ragione e istinti animali.
Tra le altre mete del Gallery Night non mancano Sorry We’re Closed e Mendes Wood DM con una mostra collettiva. Un ulteriore momento mondano è dato dall’inaugurazione della mostra promossa da Hermès all’interno de La Verrière, spazio espositivo dentro la loro boutique. Le opere in tessuto, rafia, ceramica di Caroline Achaintre (rappresentata da Secci, ha raggiunto aggiudicazioni all’asta fino a 10.705 dollari per i dipinti e 9.879 dollari per le sculture) appaiono un po’ sacrificate nella mostra «Extrazimmer», anche se funziona bene il dialogo con i lavori dell’artista ceca Anna Zemánková, portata in fiera da più gallerie, i prezzi di vendita all’asta hanno raggiunto fino a 42.240 dollari per i lavori su carta e 5.286 dollari per i dipinti.
Le parole di Frédéric de Goldschmidt restituiscono l’idea di una città che senza attaccare i manifesti offre quello che serve, anche a livello artistico: “Come molti a Bruxelles, sono arrivato per caso e mi sono stabilito per scelta. Mi sono innamorato della diversità e dell’apertura di questa città. Qui artisti, collezionisti, galleristi, curatori e operatori del settore artistico hanno l’opportunità di incontrarsi e condividere il proprio tempo e le proprie conoscenze in un’atmosfera solidale e senza pretese”.

The Great Atlas of Disorientation, 2022

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