Tecnologia

Arriva Google Pixel 10a: la fotografia con l’Ai vale più dei megapixel?

Google punta a conquistare gli smartphone di fascia media: a 549 euro non alza i prezzi e scommette sulla fotografia computazionale.

di Luca Tremolada

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Nel mercato degli smartphone di fascia media c’è una legge non scritta. Tagli il prezzo, tagli la fotocamera. È la dieta forzata della tecnologia: meno euro, meno ambizioni.

Google Pixel 10a è arrivato in Italia e prova a rompere questo schema. Il messaggio è diretto: la fotocamera non è un accessorio. È il prodotto.

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A 549 euro – la soglia psicologica della “fascia media premium” – monta un sensore principale da 48 megapixel e un ultrawide da 13 come quello del Pixel 9a. Numeri solidi intendiamoci. Ma non è una gara di megapixel. È una partita a scacchi giocata con gli algoritmi. Come sappiamo Google non vince sull’hardware. Vince sul software. Vince dove ha accumulato capitale tecnologico per anni: la fotografia computazionale.

Night Sight illumina la notte senza trasformarla in un acquerello digitale. Macro Focus entra nei dettagli ravvicinati. Super Res Zoom arriva fino a 8x senza lenti periscopiche. Traduzione: uno smartphone da 549 euro che fa il lavoro di una compatta evoluta. Non magia. Calcolo.

L’altra novità è l’arrivo sulla serie “a” di strumenti basati su Gemini. Qui il telefono smette di essere solo una fotocamera intelligente. Diventa un assistente creativo. Camera Coach analizza la scena in tempo reale e suggerisce come migliorare composizione e luce. È come avere un tutor di fotografia incorporato. Micro-lezioni mentre scatti.

Auto Best Take combina più foto per trovare l’espressione migliore in uno scatto di gruppo. Add Me inserisce il fotografo nell’immagine finale. La foto non è più un istante. È una sintesi algoritmica di più istanti. La fotografia diventa collaborazione uomo-macchina. Tu premi il tasto. L’AI orchestra.

Poi c’è l’editing. Ormai è metà dell’esperienza. Con Google Foto puoi modificare un’immagine descrivendo ciò che vuoi ottenere. Rimuovere un oggetto. Cambiare uno sfondo. Sistemare un dettaglio. Con la voce o con un prompt. Il telefono diventa una piccola sala di post-produzione. In tasca.

Tutto gira su Tensor G4, il chip proprietario progettato per macinare modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo. On-device è la parola chiave. Significa velocità. Significa meno latenza. Significa che molte elaborazioni restano nel perimetro del telefono. Privacy come sottoprodotto dell’efficienza.

La strategia è chiara. Google non compete sul lusso dei materiali o sulla potenza bruta dei flagship da mille euro. Compete sull’esperienza fotografica intelligente. Sulla qualità percepita delle immagini che finiscono sui social, nelle chat, nei backup cloud.

Oggi la memoria delle persone è quasi interamente mediata dallo smartphone. Investire sulla fotocamera significa investire sull’identità digitale degli utenti. Sulle loro storie. Sui loro ricordi.

Pixel 10a non è il telefono più potente sul mercato. Ma potrebbe essere quello più avanzato nell’uso dell’Ai. E nel 2026, forse, è questa la vera unità di misura.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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