Trimestrali Usa

Apple e Amazon intascano utili per 42 miliardi, ma temono la bufera dei dazi

La maggioranza dei prodotti Apple per gli Usa arriverà da India e Vietnam anziché dalla Cina nel trimestre in corso. Il Ceo Tim Cook però avverte: i dazi costeranno già 900 milioni

di Marco Valsania

5' di lettura

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Apple e Amazon hanno riportato conti tuttora solidi e oltre le attese tra gennaio e marzo, quasi 42 miliardi complessivi. Ma le guerre commerciali globali scatenate da Donald Trump e soprattutto le offensive contro la Cina costano care, pesano sull’outlook e richiedono revisioni del business. Apple, in particolare, ha offerto iniziali previsioni sull’impatto negativo in arrivo dai dazi, quasi un miliardo nel trimestre a fine giugno. E ha annunciato che nei tre mesi in corso la maggioranza dei suoi prodotti per il mercato statunitense non arriverà dalla Cina ma dall’India e dal Vietnam. L’India sarà “patria” degli iPhone, il Vietnam dei restanti gadget, da iPads a Mac, da Apple Watch a AirPods. Al di là di giugno ha aggiunto che è nebbia sull’outlook.

Amazon da parte sua ai conti robusti nei tre mesi passati (con entrate salite del 9%) ha affiancato un outlook cauto, proprio per le tensioni sull’interscambio. “Ovviamente nessuno di noi sa esattamente dove i livelli delle tariffe andranno e finire, nè quando”, ha ammesso il Ceo Andy Jassy. I titoli di Apple nel dopo mercato hanno ceduto quasi il 4% e quelli di Amazon oltre il 3 per cento.

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Lo sforzo per Apple è quello di rassicurare investitori e consumatori dal rischio di eccessivi rincari e danni a fatturato e profitti del gruppo, che ad oggi assembla gran parte dei suoi prodotti in Cina. Sempre a scopo di rilanciare misure di ottimismo, l’azienda ha svelato un nuovo piano di buyback di titoli propri da cento miliardi di dollari e un aumento del dividendo del 4 per cento.

Il Ceo Tim Cook ha dichiarato che nell’insieme la politica dei dazi, se non cambierà (un grande se nella strategia imprevedibile di Trump), aggiungerà 900 milioni ai costi sostenuti dall’azienda nel trimestre a giugno, una cifra che potrebbe peggiorare ulteriormente. “Assumendo che le attuali rate delle tariffe non cambino per il resto di questo trimestre e non ci siano dazi aggiuntivi, stimiamo l’impatto in 900 milioni aggiuntivi per i notri costi”, ha detto. Oltre, ha continuato, è arduo guardare: “E’ molto difficile fare previsioni più in làa di giugno”.

Interrogativi e incertezze restano anche sull’efficacia degli spostamenti indicati della produzione: Trump ha stabilito tariffe fino al 145% contro il made in China, concedendo poi una esenzione temporanea per l’elettronica da gran parte dei dazi (il 125%). Quindi i dazi contro la Cina in vigore sul tech (e pagati da Apple) sono del 20 per cento. L’India e altri paesi risentono comunque di dazi universali del 10% imposti dalla Casa Bianca e Trump ha ventilato anche nuove offensive ad ampio raggio sulla tecnologia globale, quali tariffe sui semiconduttori. India e Vietnam sono inoltre al momento a loro volta sotto la minaccia di significative tariffe cosiddette reciproche, seppure inferiori al 145% cinese e se accordi con Washington che le neutralizzino sono considerati più fattibili e forse imminenti. Non basta. Da verificare è poi una supply chain che non faccia a sua volta leva su aziende cinesi.

La posta in gioco per Apple è sicuramente alta: più analisti stanno rivedendo le prospettive di utili dell’azienda al ribasso (del 15%) a causa delle escalation nelle tensioni commerciali, se non ci saranno svolte politiche. E sottolineano che anche dirottando l’intera produzione attuale di iPhone in India la stima è che possa coprire non più della metà della domanda Usa, cosa complessa perchè parte di quella produzione è destinata al mercato domestico indiano e perchè espandere o costruire nuove oprazioni manifatturiere richiede tempo, con l’India che ha network logistici e produttivi considerati parecchio inferiori a quelli cinesi.

Apple ha riportato nel frattempo aumenti delle vendite del 5% a 95 miliardi nel trimestre tra gennaio e marzo. I profitti sono stati pari a 24,8 miliardi, a loro volta in rialzo di circa il 5 per cento. I ricavi del prodotto di punta, l’iPhone, sono lievitati del 2% a 46,8 miliardi, aiutati dal debutto di una versione semplificata del suo ultimo modello, l’iPhone 16e. Il mercato cinese ha però continuato a contrarsi per Apple, con un calo di circa il 2% a 16 miliardi a vantaggio di marchi locali, e la piazza cinese rimane la terza per importanza nella classifica delle vendite dopo Usa e Europa. L’attività del gruppo nei servizi è cresciuta di un solido 12% a 26,6 miliardi.

Tra le altre sfide che innervoscono gli osservatori, i rischi di recessione negli Usa, che potrebbero danneggiare gli acquisti dei gadget più cari motore dei profitti di Apple. Versamenti annuali da 10 miliardi da Google per essere il motore di ricerca di default sul browser di Apple sono stati bocciati dall’antitrust e potrebbero quindi evaporare. Un giudice federale ha anche trovato Apple in violazione di una sentenza su pratiche scorrette nel suo App Store, riferendo il caso, nato da un ricorso di Epic Games, per una possibile inchiesta penale. Apple ha presentato appello. L’azienda continua inoltre ad apparire in ritardo sulla frontiera dell’intelligenza artificiale.

Amazon ha evidenziato una simile tenuta odierna nei conti combinata con nubi all’orizzonte. Ha messo a segno un giro d’affari che, grazie all’aumento del 9%, ha raggiunto i 155,7 miliardi. I profitti sono stati di 17,1 miliardi. Jassy ha indicato che finora i prezzi medi dei prodotti venduti sulla sua piattaforma di e-commerce non sono cambiati in modo significativo, nè la domanda è diminuita. Efftti shock sono tuttavia affiorati, quali “acquisti concentrati in alcune categorie che potrebbero indicare la creazione di scorte prima dell’impatto dei dazi”.

Altre attività hanno dato prova di forza senza brillare troppo. La divisione Amazon Web Services, re del cloud computing e pilastro della redditività, è cresciuta del 17% a 29,3 miliardi, rimanendo tuttavia leggermente al di sotto delle previsioni. Le entrate pubblicitarie sono lievitate del 18%, meglio del previsto.

Guardando al trimestre in corso, il gruppo ha anticipato entrate tra i 159 e i 164 miliardi e utili operativi tra i 13 e i 17,5 miliardi, fasce considerate prudenti perchè, alla soglia inferiore, deludono precedenti stime degli analisti. Ben il 60% dell’e-commerce di Amazon deriva da venditori esterni, parti terze che contano su prodotti spesso made in China e che ad oggi sembrano essersi accollati sostanziali costi dei dazi per non essere penalizzati da Amazon che vuole evitare erosioni del proprio business. Ma con l’aumentare dei dazi simili pressioni sulle parti terze potrebbero doventare sempre più controverse. Amazon ha anche indicato di essere pronta a molteplici scenari sul fronte delle tariffe e di aver accumulato scorte di prodotti per poter gestire il loro mpatto. I futuri nueri di bilancio diventeranno un test di questa abilità seguito attentamente dagli investitori.

I risultati Amazon e Apple si aggiungono a quelli già usciti di Microsoft e Meta, che hanno riportato bilanci considerati più positivi da Wall Street. Nell’insieme le quattro Big Tech hanno evidenziato tuttora la tenuta del loro business in un’era carica di incognite. Queste incognite però non sono svanire e anzi potrebbero aggravarsi.

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