Ict

Almaviva accelera sull’intelligenza artificiale e va verso i 2 miliardi di ricavi

Il gruppo chiude il 2025 a 1,8 miliardi di fatturato, con margini in crescita e il 51% dei ricavi all’estero. Il ceo Marco Tripi rivendica il profilo di impresa familiare e globale

di Andrea Biondi

La sede di almaviva a Roma

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Accelera e alza l’asticella Almaviva. Il gruppo italiano dell’It ha chiuso il 2025 con ricavi a 1,8 miliardi di euro, in crescita del 24,5% su base proforma, un Ebitda adjusted di 345 milioni, in aumento del 25,7% e una marginalità al 19,6%, fra le più alte nei mercati di riferimento. La leva adjusted è scesa a 3,05 volte e la cassa disponibile è pari a 294,7 milioni.

Ma più dei numeri colpisce la traiettoria: il gruppo nato nel 1983 e ora diventato «una global ict company», per dirla con le parole del suo ceo Marco Tripi, in quattro anni ha raddoppiato il suo fatturato mettendo insieme crescita organica e per linee esterne. Il +24,5% risente di acquisizioni. Ma il ritmo è quello, e Almaviva appare ormai lanciata verso il traguardo dei due miliardi di fatturato.

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Il punto non è soltanto quantitativo. Il gruppo guidato da Marco Tripi rivendica un salto di profilo: da campione nazionale dei servizi digitali a piattaforma globale capace di sviluppare tecnologie proprietarie in Italia e portarle sui mercati internazionali. «Oggi siamo presenti in 30 Paesi con 65 società e abbiamo superato la soglia del 50% dei ricavi all’estero, arrivando al 51% su base proforma», spiega Tripi al Sole 24 Ore.

È qui che il ceo di Almaviva mette il perno della lettura industriale, considerando la scala internazionale non soltanto una leva commerciale, ma condizione necessaria per reggere la nuova corsa tecnologica. «È un controsenso, nessuno può sviluppare tecnologia a livelli elevati e poi provare a venderla solo in Italia che vale l’1% del commercio mondiale. La cornice è quella di un gruppo che prova a differenziarsi in un settore in pieno riassetto, fra accelerazione dell’intelligenza artificiale e turbolenze geopolitiche. Tripi insiste su due fattori: globalità e controllo imprenditoriale. «Gli imprenditori alla guida di realtà nate come familiari e rimaste con questo imprinting garantiscono stabilità e adattività superiori rispetto a grandi gruppi quotati e fondi focalizzati su valorizzazioni di breve termine».

Coerentemente con questa visione la famiglia mantiene circa il 96% del capitale. «Questo elemento garantisce rapidità decisionale e visione di lungo periodo». Tutto questo si riflette anche nella spinta alle acquisizioni: negli ultimi due anni Almaviva ha investito circa un miliardo in M&A e continua a guardare a nuovi dossier, con focus su Italia e America Latina e, fuori da questi mercati, sulla verticale mobilità e trasporti.

Dentro questa strategia si colloca l’acquisizione di Tivit, che ha rafforzato la presenza in Brasile e in America Latina, facendo di Almaviva la seconda azienda privata It del Paese e ampliando il perimetro in cloud, digitale, servizi gestiti e cybersecurity.

Poi c’è il capitolo AI, che per Almaviva non è uno slogan ma una linea di investimento strutturale. Il gruppo ha costituito una direzione Global AI. «Su questo versante abbiamo investito, per attività e asset, circa 100 milioni di euro negli ultimi tre anni. E questo ci ha portato ad avere tecnologie proprietarie competitive e know how di eccellenza», anche con il supporto di organismi europei e italiani.

In questo scenario anche l’Europa assume un ruolo crescente. Almaviva è, infatti, l’unica realtà italiana (in Rti con Fabrick) coinvolta nello sviluppo dell’infrastruttura per l’euro digitale e partecipa all’European Defence Fund 2024 con un progetto sulle tecnologie quantistiche per la difesa delle comunicazioni. Due iniziative che segnalano una maggiore attenzione alle dinamiche della sovranità tecnologica europea.

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