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Al via il Vinitaly, cambia la domanda di vino ma il settore è pronto a ripartire

L’evoluzione delle abitudini di consumo specialmente tra i giovani, l’ondata salutista e gli effetti del cambiamento climatico saranno alcuni dei temi portanti al centro del Vinitaly a Verona dal 14 al 17 aprile

di Giorgio dell'Orefice

Vino, 8 italiani su 10 interessati all'enoturismo. Oggi al via Vinitaly

3' di lettura

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Il 2024 deve essere un anno di ripartenza per il vino italiano da affrontare in maniera concreta, analizzando la realtà senza condizionamenti ideologici. Occorre guardare in maniera pragmatica sia ai dati produttivi che a quelli di mercato che lo scorso anno non sono stati positivi. E bisogna guardare senza condizionamenti alle novità: quelle che possono modificare tanto l’aspetto produttivo quanto quello commerciale. Tutti temi che saranno al centro del 56esimo Vinitaly a Verona dal 14 al 17 aprile.

In campo occorre accettare la sfida dell’innovazione che significa accelerare il percorso sia sulle Tea (Tecniche di evoluzione assistita) che sulle nuove varietà resistenti che possono, soprattutto in prospettiva futura, offrire importanti chance di contrasto al cambiamento climatico, favorendo inoltre la sostenibilità delle produzioni.

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Le nuove abitudini di consumo

Mentre sul mercato bisogna guardare ai nuovi trend che si stanno affacciando. Le nuove generazioni non consumano vino. O se lo fanno, adottano modalità completamente diverse dai loro genitori e dai loro nonni: meno a tavola e ai pasti, più in occasioni come l’aperitivo o mixando il vino con altre bevande. E, soprattutto, cercando sul mercato prodotti con meno alcol o alcohol free, meno zucchero, meno calorie. Bisogna attrezzarsi per incontrare questa nuova domanda.

La diffusione delle etichette allarmistiche

Senza dimenticare l’altra grande sfida, quella dell’offensiva salutista. Negli ultimi anni sono cresciuti gli attacchi all’alcol a ogni latitudine. Attacchi che non distinguono tra consumo moderato e abuso, tra bevande consumate ai pasti (come il vino) e superalcolici da sballo. In Europa l’Irlanda ha già introdotto etichette allarmistiche su ogni bevanda alcolica. Health warning su vino, birra e spirits sul tipo di quelli in uso da anni sui pacchetti di sigarette. Altri paesi, in Europa e fuori, seguiranno l’Irlanda. Anche sotto questo profilo cominciare a dirottare parte della produzione italiana verso il segmento alcohol free o con gradazioni più contenute è un’ipotesi da prendere in seria considerazione.

La vendemmia disastrosa

Ma partiamo dalle fondamenta, dal vigneto. La vendemmia 2023, pesantemente condizionata dalle difficili condizioni climatiche e, in alcune regioni, dal fungo della peronospora (in Abruzzo la produzione si è ridotta del 70%) si è fermata a quota 38,3 milioni di ettolitri (-23,2% rispetto al 2022): la produzione più bassa da 76 anni a questa parte. Certo non brindiamo al crollo produttivo, ma questa minore offerta può offrire una doppia opportunità. Da un lato può consentire di smaltire i quasi 50 milioni di ettolitri in giacenza. Il vino insomma non manca. Ma, soprattutto, può rivelarsi un’opportunità per mandare definitivamente in soffitta l’idea che sia importante conservare il primato produttivo mondiale rispetto ai concorrenti francesi.

Troppo vino in cantina e prezzi bassi

Il vero primato non è quello sui volumi di vino prodotti ma sul mercato, su quanto vino si riesce a vendere in giro per il mondo e a che prezzo. L’Italia ha già ampiamente dimostrato di poter competere con la Francia sulla qualità con etichette ormai riconosciute come griffe mondiali a tutte le latitudini. Il problema, quindi, non è nelle punte del valore ma nel valore medio. Il prezzo medio del vino italiano deve ancora recuperare tanto terreno rispetto ai competitors. Si tratta di lavorare sulla promozione, sul marketing, sui mercati, sui canali distributivi. Una strada che tanti produttori hanno dimostrato di saper percorrere. Bisogna riuscire a farlo come sistema Paese. In questa ottica, forse, avere meno prodotto da collocare sul mercato può essere un buon punto di partenza per concentrarsi sul come venderlo.

Basta tabù sul dealcolato

E poi c’è l’aspetto dei nuovi trend di consumo, della sfida del vino dealcolato, con meno zucchero e meno calorie. Per qualcuno rappresenta un attacco alla tradizione. Molti hanno tuonato: il vino è solo quello con l’alcol. Ma molti di quelli che tuonano non sono tra quelli che poi vanno a vendere il vino in giro per il mondo. Senza dimenticare che se non occuperemo noi questa fetta del mercato lo faranno altri.

La realtà è che su questo tema l’Italia procede in ordine sparso. Qualche azienda è già avanti su questo segmento emergente. Con la burocrazia invece l’Italia è ferma al Testo Unico che benché sia del 2016 sancisce che perché possa chiamarsi “vino” una bevanda deve avere un contenuto minimo di alcol dell’8 per cento.

Tradizione, innovazione ed export

Non bisogna avere paura di innovare. Il vino non l’ha mai avuta e non bisogna restare troppo ancorati alla tradizione. I produttori italiani non hanno mai avuto paura del nuovo, visto che il vino made in Italy che ha conquisto i mercati mettendo a segno circa 20 anni consecutivi di crescita delle esportazioni è molto diverso dal vino italiano del passato. Basti pensare a due fenomeni delle vendite degli anni recenti: il Prosecco e i Supertuscan, che fino a vent’anni fa erano rispettivamente un prodotto regionale e un esperimento di produttori visionari in un’area della Toscana, quella di Bolgheri, conosciuta fino a non tanti anni fa solo per i cipressi di Carducci e per gli allevamenti di cavalli.

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