Milano

Sgomberato il Centro Sociale Leoncavallo: esulta la Destra. Il 6 settembre manifestazione nazionale

Polizia e carabinieri eseguono lo sfratto: nella struttura non c’era nessuno. Meloni: «Non esistono zone franche». Sala: «Comune non avvertito»

Aggiornato il 22 agosto, ore 07:45

Leoncavallo, le forze dell'ordine schierate preparano lo sgombero

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Le forze dell’ordine hanno eseguito, con l’ufficiale giudiziario, l’ordine di sfratto emesso nei confronti dello storico centro sociale Leoncavallo a Milano.

All’interno dei locali, a quanto si apprende, non era presente nessuno. Sono stati presidiati da una folta schiera di agenti della polizia e almeno 130 carabinieri gli accessi a via Watteau dove aveva sede il centro sociale fondato a Milano nel 1975 in via Leoncavallo. Da lì venne sgomberato nel 1994, anche il quel caso ad agosto, esattamente il 15. Poco dopo il centro si trasferì nell’attuale sede di via Watteau.

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Lo sfratto era stato nuovamente notificato per il 9 settembre. Si è però deciso negli ultimi giorni di anticipare a giovedì 21 agosto, quando le operazioni sono iniziate intorno alle 7.30. Attivisti e simpatizzanti, riunitisi nei pressi della struttura sin dalle prime ore di giovedì, alle 18 hanno tenuto un’assemblea che ha confermato la manifestazione nazionale in programma per il 6 settembre a Milano. La prossima assemblea si terrà l’1 o il 2 settembre, in una sede dell’Arci ancora da definire.

Sala: «Comune di Milano non avvisato del blitz»

Il Comune di Milano non era stato avvisato del blitz, come spiega il sindaco Giuseppe Sala. «Ieri ero a Palazzo Marino, impegnato in incontri di lavoro. Ho delegato il vicecomandante della Polizia locale in mia rappresentanza a partecipare al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza che, come consuetudine, si tiene ogni mercoledì. In quella sede non è stato fatto cenno ad alcuno sfratto esecutivo del centro sociale Leoncavallo. Per un’operazione di tale delicatezza, al di là del Comitato, c’erano molte modalità per avvertire l’Amministrazione milanese. Tali modalità non sono state perseguite», aggiunge il primo cittadino che definisce il centro sociale «un valore storico e sociale nella nostra città» che dovrà continuare a fare cultura «in un contesto di legalità».

Meloni, in Stato diritto non possono esistere zone franche

«In uno Stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità», afferma sui social la premier Giorgia Meloni dopo lo sgombero del Leoncavallo a Milano. «Le occupazioni abusive», aggiunge, «sono un danno per la sicurezza, per i cittadini e per le comunità che rispettano le regole. Il Governo continuerà a far sì che la legge venga rispettata, sempre e ovunque: è la condizione essenziale per difendere i diritti di tutti».

Uno sfratto rinviato 133 volte

Di tentativi di sfratto nei confronti del cosiddetto «Leonka» se ne contano 133. Lo scorso novembre il ministero dell’Interno era stato addirittura condannato in Corte d’Appello a risarcire 3 milioni all’immobiliare Orologio della famiglia Cabassi, proprietaria dell’area, proprio per il mancato sgombero. Il Viminale aveva così deciso di rivalersi sull’associazione Mamme del Leoncavallo che, prarallelamente, presentava una manifestazione d’interesse al Comune per un immobile in via San Dionigi che poteva rappresentare un primo passo per lo spostamento del centro sociale dall0 spazio di via Watteau.

Leoncavallo, a Milano sgomberato lo storico centro sociale

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L’esecuzione dello sgombero, secondo la Prefettura di Milano, «consentirà di evitare ulteriori azioni risarcitorie nei confronti dello Stato. Al termine delle operazioni, la struttura è stato riconsegnata alla proprietà per la sua messa in sicurezza», continua Palazzo Diotti».

Le Mamme del Leonka: sfratto anticipato su pressioni di Fdi

I militanti, dopo l’intervento delle forze dell’ordine, hanno raggiunto via Watteau. «È uno sfratto esecutivo. Avremo 30 giorni per trovare un accordo con la proprietà per prendere un po’ di cose», dichiarano le Mamme del Leoncavallo che stanno cercando di fare un punto della situazione. «Di certo il Leoncavallo è andato», constatano con tristezza, parlando di «una tragedia, ma preferendo aspettare per altre dichiarazioni».

Si valutano le prossime mosse: «Certamente ci rivolgeremo alla città per avere un riscontro», sottolinea Marina Boer, la presidente dell’associazione Mamme del Leoncavallo. «Speriamo non sia la fine», ha aggiunto, consapevole che «cercare una alternativa è molto difficile. Il modo in cui si è conclusa questa fase è molto triste e dolorosa e dà l’immagine della volontà di non dialogo», ha aggiunto.

«Il Leoncavallo è un posto collettivo e che prende decisioni collettive, dobbiamo fare una assemblea», continua la Boer. «Sapevamo che sarebbe potuto succedere l’anticipo. Una delegazione di FdI è andata a Roma per chiedere di farlo prima. Sapevamo che potevano farlo prima, ma speravamo di arrivare a settembre», aggiunge.

Piantedosi: «Tolleranza zero verso le occupazioni di immobili»

Per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Lo sgombero del centro sociale Leoncavallo segna la fine di una lunga stagione di illegalità. Per trent’anni quell’immobile è stato occupato abusivamente. E al danno si è aggiunta la beffa: lo Stato costretto persino a risarcire i danni dell’occupazione. Oggi finalmente viene ristabilita la legalità. Il governo ha una linea chiara: tolleranza zero verso le occupazioni abusive. Dall’inizio del nostro mandato sono già stati sgomberati quasi 4mila immobili. Lo sgombero del Leoncavallo è solo un altro passo di una strategia costante e determinata che porteremo ancora avanti».

Le reazioni politiche

Numerose le reazioni politiche. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, sui suoi profili social, commenta: «Decenni di illegalità tollerata, e più volte sostenuta, dalla sinistra: ora finalmente si cambia. La legge è uguale per tutti: afuera!».

Di tutt’altro avviso Nicola Fratoianni di Avs: «Nulla è più carente nelle nostre città degli spazi sociali, culturali e democratici, ma nonostante questo la destra di governo agisce per ridurli ulteriormente, facendo sgombrare il Leoncavallo a Milano, un’esperienza che per oltre trent’anni ha arricchito la vita sociale della città, mettendosi a disposizione di centinaia di associazioni e di diverse generazioni di artisti e attivisti. Questo sgombero è lo sgombero di chi non tollera la politica come organizzazione dal basso delle persone perché la concepisce solo come attività di supporto della speculazione e delle lobby».

Gli fa eco l’eurodeputata Ilaria Salis: «Nessun rispetto per 50 anni di storia dei movimenti, contro-cultura, aggregazione giovanile, politica dal basso». Per il segretario di Più Europa Riccardo Magi lo sgombero «è propaganda, non sicurezza». Alessandro Cappelli, segretario del Pd milanese, parta di «Ministri della legalità a targhe alterne: distratti quando CasaPound rimane serenamente al suo posto al centro di Roma».

Il dibattito social sulle sorti di CasaPound

Un tema, quest’ultimo, su cui cresce il dibattito sui social. «Anche oggi No», si legge sull’ormai storico account sul social X che si chiama: «Hanno sgomberato la sede di CasaPound?» e che quasi quotidianamente twitta la risposta alla domanda. Nella bio si spiega che vengono postati «Aggiornamenti quotidiani sullo stabile infestato dalle tartarughe in via Napoleone III a Roma», il palazzo occupato appunto da Casapound. Oggi ci sono più repost del solito, con ovvio riferimento allo sgombero del Leoncavallo. Perfino il post di Elio Vito, già ministro del governo Berlusconi, con la domanda retorica: «A Milano è stato sgomberato lo storico centro sociale del Leoncavallo. Adesso toccherà a Casapound, vero?».

Non mancano anche voci dall’estero: «Il centro sociale Leoncavallo è stato per noi una scuola politica. Il movimento delle Tute Bianche è nato lì nel 1994 e lì abbiamo cospirato per preparare i contro-vertici di Praga e Genova», scrive su twitter lo spagnolo Pablo Iglesias, ex leader di Podemos che giovanissimo lavorò a stretto contatto con gli attivisti dello storico centro sociale nel periodo delle mobilitazioni no global. «Spero che trovino presto uno nuovo spazio. Fausto e Iaio sempre nella nostra memoria», conclude Iglesias.

La raccolta fondi

Il Leoncavallo ha intanto aperto una raccolta fondi, anzi una «cassa di resistenza» per il proprio «diritto ad esistere. Nel suo 50esimo anno di storia il Leoncavallo è sotto sfratto. L’attuale spazio di via Watteau», spiega sul proprio sito il Leonka, «rischia realmente di scomparire per sempre. Per questo abbiamo deciso di aprire una Cassa di Resistenza. Vi chiediamo di donare alla Cassa ognun* secondo le sue capacità…». Un appello «alle realtà antifasciste, alla società civile, alla sinistra milanese di schierarsi in difesa dell’autogestione con una donazione alla Cassa di Resistenza delle Mamme Antifasciste!» a cui ha già risposto l’Anpi provinciale di Milano che il centro ha ringraziato con una storia su Instagram per la donazione.

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