Space economy

Al via la sfida spaziale tra Musk e Bezos: pronti al lancio Starship e New Glenn

L’approccio di SpaceX e Blue Origin è molto diversa: quasi un approccio scientifico quello della creatura di Musk, per tentativi e errori, mentre il team di Bezo punta all’en plein al primo colpo

di Leopoldo Benacchio

3' di lettura

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Parte finalmente la sfida fra SpaceX e Blue Origin, ossia fra Elon Musk e Jeff Bezos, che aspetta da 25 anni, quando le due imprese sono partite, quasi all’unisono, nel campo della new space economy che allora iniziava la sua cavalcata. Salvo qualche inconveniente il 12 gennaio decolla il potente Starship di Musk per la settima volta, sempre in fase di test con una missione piuttosto complicata, mentre il 13 è la volta di New Glenn, il vettore di Bezos che prende il nome da John Glenn, uno dei primi astronauti americani.

L’approccio nei due casi è proprio molto diverso: con Starship si va avanti per tentativi ed errori, con un metodo mai usato finora nell’astronautica, più proprio del campo scientifico, mentre Blue Origin, del fondatore di Amazon, tenta l’en plein al primo colpo: New Glenn non ha infatti mai volato, neanche in parte, e anche questo è poco usuale.

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Oltretutto Blue Origin tenta, nello stesso lancio inaugurale, anche il rientro controllato e l’atterraggio del primo stadio, quindi riusabile, in una chiatta nell’oceano Atlantico. Sembra quasi che si voglia sfidare l’impossibile per dimostrare a SpaceX che ora ha un contendente vero e proprio e anche parecchio temibile.

Il razzo Starship, di Musk

Quello di Musk è il più grande e potente vettore mai costruito, alto 120 metri, può portare in orbita fino a 150 tonnellate di materiale di ogni tipo, a costi quindi sempre più contenuti rispetto anche a soli 10 anni fa, e assicurerà le missioni per il progetto di ritorno alla Luna nei prossimi decenni. Non solo, con quell’enorme vettore Musk vuole anche realizzare quello che è il suo sogno dichiarato: popolare Marte con un milione di terrestri, facendoci diventare tutti membri di una specie multiplanetaria. Andare su Marte sia chiaro, perché tornare è tutta un’altra questione.

Starship usa 33 motori Raptor a metano per il primo stadio e sei per il secondo che sarà, anch’esso, utilizzabile più volte e anche questa è una novità, ma Musk ci ha abituando a considerare normalità cose che fino a ieri sembravano miracoli.

Nello scorso sesto lancio di test, Starship ha lasciato a bocca aperta gli specialisti della materia e il pubblico che ha visto il primo stadio tornare sulla base di lancio e venire agganciato a volo dalle ganasce che lo tengono attaccato alla torre di lancio prima del decollo, ed è un tubo, in sostanza, lungo decine di metri che ha fatto un viaggio all’indietro di migliaia di chilometri.

Durante il settimo volo avremo soprattutto il rilascio in orbita di vari modelli verosimili di satelliti Starlink, il grande vettore avrà anche il compito di portare in orbita centinaia di questi alla volta, dato che Starlink, che già oggi conta settemila satelliti orbitanti, vuol arrivare a 40.000, un vero incubo per gli astronomi che se li ritrovano sempre più spesso nelle immagini prese coi sempre più sensibili, perfezionati e costosi telescopi.

Quello di Blue Origin è pure un vettore grande e potente, ma meno. È alto 98 metri circa e può portare in orbita 45 tonnellate di satelliti o materiale, che sono comunque parecchie. L’esperienza in questo campo si ferma ai vettori New Shepard, che hanno portato parecchi turisti paganti, anche lo stesso Bezos, poco oltre la linea di Karman, il limite immaginario dal suolo terrestre, a 100 chilometri di altezza, oltre il quale inizia, per pura convenzione, lo spazio vero e proprio. Certo è una bella impresa, ma entrare in orbita è ben più complesso, richiede una spinta molto maggiore e anche di raggiungere la velocità di 28.000 chilometri all’ora. Un’altra partita per Blue Origin insomma.

Fondata nel 2000, quasi contemporaneamente a SpaceX, è andata troppo piano, come riconosciuto da tutti gli analisti e anche se il suo motto è gradatim ferociter, “gradatamente ma con fierezza”, che ci ricorda il bellissimo “adelante Pedro con juicio” manzoniano, poteva ben andare più speditamente perché ora la sfida che parte in queste ora la vede con un handicap di molte lunghezze: SpaceX ha infatti già volato, ad oggi , più di 400 volte.

Ora che Bezos si dedica anima e corpo al progetto c’è fiducia, e speranza anche perché New Glenn dovrà assicurare gran parte della messa in orbita ei satelliti della costellazione Kepler di Amazon, altra sfida allo Starlink di Musk.

La fortuna ha aiutato finora le mosse audaci di SpaceX, perché non dovrebbe aiutare anche Blue Origin? Lo sapremo fra poche ore.

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