Lavoro / PULSE

Ai, in Italia mercato a 1,8 miliardi e domanda di competenze in forte crescita. E in Europa?

Il mercato dell’Ai accelera e spinge produttività e nuove competenze, ma emergono i primi casi di riduzione del personale e una trasformazione profonda dei ruoli

di M. De Laurentiis (Il Sole 24 Ore), H. Krause (Der Standard, Austria), P. Jedlička (Deník Referendum, R. Ceca) e V. Barza (HotNews, Romania)

 (AdobeStock)

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Anche in Italia l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro comincia a essere misurabile. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato italiano dell’Ai ha raggiunto un giro d’affari di 1,8 miliardi di euro, con una crescita del 50% rispetto al 2024.

Ad aumentare non è solo il valore del mercato, ma anche l’adozione di strumenti Ai da parte delle aziende. I dati Istat indicano che il 16,4% delle imprese con almeno dieci dipendenti utilizza tecnologie di intelligenza artificiale. Una quota raddoppiata rispetto all’8% del 2024, ma ancora sotto la media europea del 20%.

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Il settore ICT (Information and Communication Technology) guida questa trasformazione, con oltre la metà delle imprese che impiega strumenti Ai. Inoltre, come evidenziato dall’ultimo report Anitec-Assinform, in questo campo è previsto il maggiore incremento della produttività grazie all’Ai, circa il 25%.

La tecnologia cambia i processi di lavoro e riduce le barriere di accesso a molte mansioni che prima richiedevano competenze specialistiche. Nel mondo IT, un esempio è il cosiddetto “vibecoding”, ovvero la possibilità di sviluppare codice tramite semplici prompt testuali.

E se le modalità di lavoro cambiano, sono necessarie nuove figure professionali sempre più ricercate dalle aziende. Secondo l’Osservatorio Competenze Digitali 2025, gli annunci su LinkedIn che richiedono competenze di prompt engineering in Italia sono cresciuti del 112% in un anno. Anche in questo caso l’ICT è il settore con la domanda maggiore per profili come data analyst, artificial intelligence engineer e lead software engineer.

Resta però il problema del mismatch. Nel 2023, Eurostat segnalava che circa il 60% delle imprese italiane aveva difficoltà a reperire professionisti ICT, mentre solo l’8% degli studenti seguiva percorsi formativi nel settore, il valore più basso nell’Unione Europea. In questo contesto, il report Anitec-Assinform sottolinea che l’Ai, permettendo l’automazione di alcune fasi della programmazione, può contribuire ad alleviare la pressione sul mercato del lavoro.

Quanto all’impatto sull’occupazione, il rapporto segnala che per il momento in Italia non si vedono esempi di sostituzione totale della forza lavoro, «ma piuttosto una riorganizzazione dei ruoli e una crescente ibridazione tra competenze tecniche e operative».

Esistono però due casi degni di nota. Il primo riguarda InvestCloud Italy, filiale di un gruppo fintech americano con sede in Veneto, che ha licenziato tutti i 37 dipendenti della sede di Marghera citando un modello organizzativo basato su Ai che «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome». L’azienda ha deciso di puntare su pochi centri di eccellenza globali, con una strategia concentrata su una innovazione «replicabile e scalabile». È uno dei primi casi in Italia in cui l’Ai viene indicata come fattore chiave in una riduzione del personale.

Il secondo esempio riguarda una graphic designer licenziata da una società di cybersecurity. L’azienda, dopo aver introdotto strumenti Ai per riorganizzare i flussi di lavoro, ha soppresso il ruolo della dipendente. In questo caso il Tribunale di Roma, in una sentenza storica, ha ritenuto legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, stabilendo che l’intelligenza artificiale è uno degli strumenti attraverso cui l’azienda ha potuto rendere più efficiente la propria struttura. In questa decisione l’Ai non è stata elevata a causa giuridica autonoma, ma ha fatto il suo ingresso nella giurisprudenza e creato un precedente.

Il quadro europeo tra ristrutturazioni e nuovi equilibri

Se si allarga lo sguardo oltre i confini italiani, emergono dinamiche in parte simili ma con accenti differenti tra i vari Paesi europei. In Spagna, ad esempio, la società di consulenza francese Capgemini ha avviato nell’aprile 2026 una procedura di licenziamento collettivo nell’ambito di un piano di ristrutturazione legato ai rapidi cambiamenti tecnologici e all’incertezza del contesto economico. L’azienda ha esplicitamente richiamato la necessità di adattarsi anche all’impatto dell’intelligenza artificiale e all’evoluzione della domanda dei clienti.

Tuttavia, il ruolo effettivo dell’Ai in queste decisioni resta oggetto di dibattito. Il sindacato spagnolo CCOO ha contestato la narrativa aziendale, sostenendo che i tagli siano piuttosto il risultato di scelte strategiche discutibili. Il caso si inserisce in un contesto più ampio: già a gennaio la stessa Capgemini aveva annunciato in Francia un piano di adattamento della forza lavoro con possibili 2.400 esuberi. Parallelamente, nel 2025 le tre principali società globali di consulenza tecnologica – Accenture, Capgemini e Infosys – hanno perso complessivamente oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione, segnale di una fase di profonda trasformazione del settore.

In Austria emerge invece un divario marcato tra percezione pubblica e realtà dei dati. Secondo diverse rilevazioni, il 51% della popolazione teme che l’Ai distrugga più posti di lavoro di quanti ne crei, ma gli effetti concreti finora risultano limitati. Al contrario, il settore IT ha registrato una crescita occupazionale del 3,4% nel 2025, con oltre la metà delle aziende che ha aumentato il personale.

Ciò non significa che l’impatto sia nullo. Grandi gruppi come Amazon hanno annunciato tagli anche legati all’adozione dell’Ai, mentre aziende come Accenture stanno ridefinendo i propri modelli organizzativi. Secondo Michael Zettel, managing director di Accenture Austria, il processo si articola in tre fasi: riqualificazione della forza lavoro esistente, inserimento di nuovi specialisti e progressiva eliminazione dei ruoli non compatibili con l’era dell’intelligenza artificiale. La domanda si orienta sempre più verso profili “ibridi”, capaci di combinare competenze tecniche e gestione dei processi automatizzati.

Questa trasformazione convive con una forte carenza di competenze: entro il 2030 potrebbero mancare circa 39.000 professionisti IT nel Paese. Allo stesso tempo, aziende come Dynatrace continuano ad assumere centinaia di persone ogni anno, segnalando come l’Ai stia alzando gli standard richiesti più che riducendo in modo lineare l’occupazione.

Una situazione ancora diversa si osserva nella Repubblica Ceca, dove il settore IT rappresenta circa il 4% dell’occupazione complessiva, con oltre 200.000 lavoratori e un ecosistema fortemente integrato con multinazionali occidentali. Qui il tema dei licenziamenti legati all’Ai è molto discusso, ma i dati concreti restano limitati. Alcune aziende, come Oracle, hanno annunciato riduzioni significative del personale, ma non si tratta ancora di un fenomeno tale da incidere sugli indicatori macroeconomici.

Secondo fonti interne al settore, l’intelligenza artificiale viene talvolta utilizzata come giustificazione per tagli che rispondono in realtà a logiche cicliche del mercato IT o alla necessità di ridurre i costi dopo la fase espansiva del periodo pandemico. Ciò che appare più evidente è invece un rallentamento delle assunzioni, un aumento delle competenze richieste e una stagnazione dei salari. Sullo sfondo, previsioni di lungo periodo indicano la possibile scomparsa di circa 250.000 posti di lavoro entro il 2050, ma si tratta di stime ancora lontane dagli effetti attuali.

In Romania, infine, l’impatto dell’Ai appare più diretto e già visibile. Il settore IT rappresenta circa il 6% del Pil e occupa quasi 200.000 persone, ma dopo anni di espansione si registra una contrazione dell’occupazione, con migliaia di posti di lavoro persi negli ultimi due anni. In particolare, si osserva un calo significativo delle posizioni entry-level: i programmatori junior vedono ridursi le opportunità, mentre le attività vengono sempre più assorbite da profili senior supportati da strumenti di intelligenza artificiale.

Secondo l’associazione datoriale Anis e i sindacati di settore, l’Ai sta contribuendo a una riorganizzazione profonda del lavoro: da un lato aumenta l’efficienza e riduce i costi, dall’altro concentra l’occupazione su ruoli ad alto valore aggiunto, come supervisione e controllo. Il fenomeno è aggravato da fattori esterni, tra cui la riduzione degli incentivi fiscali per il settore e il calo della domanda proveniente dall’Europa occidentale.

Particolarmente rilevante è il fatto che il modello economico rumeno, basato su attività di outsourcing e servizi ripetitivi, risulti più esposto alla sostituzione tecnologica. In questo contesto, l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di supporto, ma viene indicata come fattore chiave nella sostituzione di intere funzioni lavorative, con effetti destinati a intensificarsi nei prossimi anni.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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