Intelligenza artificiale

L’AI accelera il lavoro ma non sempre lo migliora. Ecco i punti critici

Nonostante l’AI aumenti la velocità lavorativa, gran parte del tempo risparmiato viene speso in correzioni, evidenziando la necessità di un cambiamento organizzativo e formativo

di Gianni Rusconi

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Quattro lavoratori italiani su dieci dichiarano di risparmiare fino a un giorno a settimana grazie all’intelligenza artificiale. Eppure, dietro questo dato apparentemente inequivocabile si nasconde un paradosso: una quota rilevante di quel tempo (circa la metà) viene riassorbita da attività di correzione, verifica e riscrittura degli output imperfetti. È quanto emerge dalla ricerca globale di Workday “Beyond Productivity: Measuring the Real Value of AI”, presentata qualche settimana fa in occasione dell’apertura dell’Innovation Lab di Milano della multinazionale californiana. Le tendenze su cui riflettere sono ben espresse da due percentuali e sono le seguenti: se il 92% degli addetti afferma di essere più produttivo grazie all’AI, fino al 40% del tempo risparmiato viene però dedicato a rielaborazioni, con un dipendente su due che, nello specifico, dedica da una a due ore a settimana a correggere risultati generati dagli algoritmi ritenuti di qualità non adeguata. In altre parole, si è al cospetto di una sorta di “produttività apparente”, in cui la velocità di esecuzione dei compiti aumenta, ma non sempre si traduce in un miglioramento reale del processo di lavoro.

Dall’entusiasmo alla maturità d’uso

L’Italia si trova oggi in una fase ancora iniziale del ciclo di adozione dell’AI e lo confermerebbe il fatto che solo il 29% dei lavoratori utilizza su base quotidiana questa tecnologia, per quanto la percezione dei suoi benefici sia in generale molto elevata. Secondo Fabrizio Rotondi, Country Manager di Workday Italia, occorre comunque una lettura di cautela di questi indicatori. «Confrontando i dati italiani con quelli globali e statunitensi possiamo affermare che nel nostro Paese siamo ancora nella fase di hype, mentre negli Stati Uniti si registra già un livello più alto di scetticismo nei confronti dell’intelligenza artificiale. In Italia – prosegue ancora il manager - stiamo intercettando soprattutto gli utenti più entusiasti, spesso giovani, che non hanno ancora sviluppato una piena consapevolezza nella gestione della produttività aumentata dalla tecnologia».

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Uno squilibrio destinato a ridursi nel tempo, man mano che l’adozione diventerà più matura, ma che porta con sé un primo nodo critico: l’uso diffuso dell’AI non coincide automaticamente con un uso efficace di questi strumenti. È infatti sempre e comunque la qualità dei dati a determinarne il valore, tanto che uno dei rischi principali legati all’adozione massiva dei modelli generativi è quello che Rotondi definisce “AI poco profonda”, ovvero sistemi che generano output rapidi ma non sufficientemente affidabili. Se molti progetti falliscono, questa la convinzione di Workday, è perché lavorano su basi dati non pulite o non strutturate; non a caso uno dei “must” della società americana è evitare questo fenomeno e la ricetta per farlo è ricorrere a una base dati in cloud costruita grazie agli oltre 11mila clienti della piattaforma e i circa 1.400 miliardi di transazioni gestite ogni anno. Senza una base dati solida, in definitiva, il rischio che corrono le aziende è quello di moltiplicare la produttività senza aumentare la precisione, evidenziando tutti i limiti (e il problema della rielaborazione è ovviamente fra questi) di un’integrazione incompleta tra tecnologia, processi e informazioni.

L’organizzazione non tiene il passo della tecnologia

Un altro elemento chiave della questione riguarda il disallineamento tra strumenti e modelli organizzativi. Nella maggior parte delle aziende, i ruoli e i processi non si sono evoluti alla stessa velocità delle tecnologie e lo ribadisce a chiare lettere il confronto che vede i dipendenti utilizzare oggi strumenti rilasciati sul mercato nel 2025 all’interno di strutture organizzative ancorate a schermi del 2015. Una dicotomia che non fa altro che aumentare il carico cognitivo e di responsabilità individuale delle persone, costrette loro malgrado a più output da gestire e più controlli da effettuare.

I soggetti maggiormente esposti al fenomeno della rielaborazione sono infatti i lavoratori più giovani (e teoricamente i più preparati) mentre in parallelo gli utenti più assidui risultano essere anche quelli sotto maggiore pressione, con oltre il 77% del campione di lavoratori intervistati che dichiara di verificare i risultati prodotti dall’AI con la stessa attenzione, se non maggiore, rispetto al lavoro umano. «Il vero tema – ha puntualizzato in proposito Rotondi – è il change management. Le aziende spesso non colgono le opportunità dell’AI per inerzia o per la difficoltà di ripensare modelli e processi, e questo conferma come il punto di svolta è organizzativo prima ancora che tecnologico».

Arrivano gli agenti, occorre reinvestire sulle persone

La discussione sugli impatti dell’AI sul luogo di lavoro deve necessariamente fare riferimento a uno scenario evolutivo che va oltre l’uso di singoli strumenti e punta verso un’integrazione più profonda tra persone e sistemi (agenti) intelligenti. «Vediamo un futuro in cui l’intelligenza artificiale sarà la nuova interfaccia per i processi aziendali, con agenti integrati nel corpo nell’organizzazione. Il punto centrale – aggiunge ancora Rotondi - sarà la governance di questi assistenti, e quindi come e quando attivarli, in quali ambiti e fino a che livello delegare loro attività e mansioni». Il modello che si sta affermando è per l’appunto quello di una collaborazione strutturata tra esseri umani e agenti digitali e fedele al principio “human in the lead”, in cui la persona non solo opera da supervisore ma ha piena responsabilità nella gestione dei processi e delle decisioni.

Questo passaggio evolutivo degli addetti (e dei manager che li guidano) implica però anche un cambiamento nelle competenze richieste: le skill si spostano da contenuti specialistici a capacità trasversali quali leadership, pensiero critico, relazione, capacità decisionale. In questo contesto, anche la fallibilità umana assume un nuovo valore e secondo il Country Manager di Workday «può diventare un asset, soprattutto per rafforzare empatia e capacità di ingaggio».

Una sfida manageriale, prima che tecnologica

Tornando invece al dato di sintesi forse più importante della ricerca, quello che quantifica il tempo “risparmiato” grazie all’impiego dell’AI, è interessante notare come la differenza fra le aziende che ottengono risultati e quelle che restano indietro non è tanto il grado di adozione in sé della tecnologia, quanto per l’appunto le modalità di questo tempo da parte degli addetti. Si scopre in tal senso che le organizzazioni più avanzate reinvestono questi “saving” nello sviluppo delle competenze, nella revisione dei ruoli aziendali e nel miglioramento dei processi decisionali; al contrario, molte imprese continuano invece a destinare le risorse principalmente alla tecnologia o ad aumentare il carico di lavoro.

«La grande opportunità che abbiamo - conclude Rotondi - è aiutare le persone a usare l’AI in modo efficace, soprattutto nelle attività che richiedono pensiero critico e creatività». Il riferimento va direttamente al nuovo Innovation Lab di Milano, uno spazio di co-creazione tra aziende, partner ed esperti per sviluppare casi d’uso concreti dove si fa design thinking e si costruiscono prototipi di agenti intelligenti da testare sul campo. La sfida da vincere (per Workday e le migliaia di aziende italiane che stanno già sperimentando l’AI) è quella di saperne governare l’utilizzo attraverso un’evoluzione parallela di processi, competenze e modelli organizzativi: il rischio di generare mera efficienza parziale è reale e il compito del management è invece quello di trasformare i benefici indotti dalla tecnologia in qualità del lavoro, capacità decisionale e vantaggio competitivo.

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