Imprese

AI e capitale umano, una prospettiva italiana nel confronto europeo

A Copenaghen il dibattito promosso da CEC European Managers: responsabilità e leadership devono restare umani

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I punti chiave

  • Il progetto europeo AI MANAGE
  • L'AI già una realtà nelle aziende
  • Etica e leadership restano umane

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Etica, rispetto della persona e delle scelte umane da preservare nel vorticoso sviluppo dell’intelligenza artificiale, cui ha fatto appello nei giorni scorsi anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono già sotto i riflettori delle aziende europee e dei manager chiamati a gestirle. L’intelligenza artificiale sta già nei fatti entrando rapidamente nei processi decisionali delle imprese e questo è un processo irreversibile. La questione non è se verrà utilizzata, ma come governarne l’impiego, soprattutto quando le indicazioni prodotte dai sistemi di AI possono incidere sul lavoro, sulle opportunità professionali e sulle persone. Il tema è stato tra quelli al centro del confronto che ha riunito in una due giorni a Copenaghen rappresentanti di organizzazioni manageriali europee, esperti e professionisti provenienti da diversi Paesi nell’ambito dell’avvio del progetto europeo AI MANAGE, promosso da CEC European Managers, l’organizzazione europea che riunisce e rappresenta associazioni e federazioni manageriali nazionali. Il progetto è dedicato all’utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale nel lavoro manageriale e nei processi decisionali delle organizzazioni.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Tra i partecipanti anche Luigi Severini, manager con una lunga esperienza nell’organizzazione e nelle risorse umane, presidente di Federmanager Calabria, consigliere di amministrazione di 4.Manager, impegnata sui temi della cultura d’impresa, e fondatore e CEO di OpereAI, startup italiana che sviluppa soluzioni di intelligenza artificiale applicate ai processi HR. «Sono stati due giorni intensi, ricchi di confronto e di stimoli – dice -, che mi hanno consentito di mettere la mia esperienza manageriale e imprenditoriale a confronto con prospettive provenienti da diversi Paesi europei. Ne ricavo una convinzione ancora più forte: la vera sfida non è rallentare l’adozione dell’AI, ma imparare a governarla senza indebolire il ruolo e la responsabilità di chi decide».

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Non tutte le decisioni hanno lo stesso peso

Premessa è che non si può generalizzazione e non tutti gli utilizzi dell’AI presentano lo stesso livello di rischio. «Utilizzare un sistema per supportare l’approvazione di una spesa di modesta entità non equivale a impiegarlo per selezionare una persona, valutarne la performance o incidere sulle sue prospettive professionali – spiega Severini -. Due variabili possono aiutare a distinguere questi scenari: l’impatto della decisione sulle persone e la sua reversibilità. Quanto più una decisione produce conseguenze significative ed è difficile da correggere, tanto maggiore dovrebbe essere il livello di verifica, giudizio e supervisione umana».

Il recruiting è forse l’esempio più immediato. L’intelligenza artificiale può analizzare grandi quantità di curriculum, individuare competenze, confrontare esperienze professionali, supportare assessment e contribuire alla costruzione di shortlist. Rinunciare a queste capacità significherebbe rinunciare a una parte importante del valore che la tecnologia può offrire. «Il punto critico arriva però nel passaggio successivo: una cosa è che un sistema evidenzi caratteristiche, coerenze o differenze tra i profili; un’altra è lasciare che stabilisca automaticamente chi debba essere assunto e chi escluso». È qui che prende forma e sostanza il mestiere “umano” del manager.

La presenza umana non deve essere soltanto formale

Nel dibattito sulla Responsible AI nell’incontro di Copenaghen si sono rievocate espressioni come human in the loop, human oversight e human agency. «Ma la semplice presenza formale di una persona all’interno del processo decisionale non garantisce, da sola, un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale – prosegue il CEO di OpereAI -. La domanda decisiva è un’altra: chi prende la decisione ha davvero la possibilità di comprendere, contestare e superare la raccomandazione del sistema? ».

La chiave sta nella possibilità tutta umana del libero arbitrio e della scelta. L’intelligenza artificiale esamina e valuta, in tempi brevi e meno costosi, ma il manager conserva la possibilità di decidere diversamente. Ed è qui che entra in campo la leadership. «Non dovrebbe mai diventare accettabile motivare una decisione importante per una persona dicendo semplicemente: “lo ha deciso l’algoritmo”. L’AI può produrre analisi e raccomandazioni. La responsabilità della decisione resta manageriale», ribadisce Severini. «Governare significa anche saper bilanciare efficienza, risultati economici, sostenibilità organizzativa, equità e conseguenze sulle persone».

D’altra parte, quella tra tecnologia e decisione umana dovrebbe, nelle intenzioni emerse dal confronto a livello europeo, un’alleanza e non una contrapposizione. «Il problema non è scegliere tra uomo e macchina. È stabilire con chiarezza che cosa può essere affidato alla tecnologia e che cosa deve restare sotto la responsabilità umana».

Gli errori da evitare

Come raggiungere l’obbiettivo? «Il primo errore è considerare l’adozione dell’intelligenza artificiale un semplice progetto tecnologico. È invece un processo di trasformazione organizzativa: cambiano strumenti, processi, competenze e, inevitabilmente, anche il modo in cui manager e collaboratori prendono decisioni e interagiscono», spiega ancora il manager.

Il secondo è pensare che sia sufficiente introdurre strumenti tecnologicamente avanzati senza preparare adeguatamente chi dovrà utilizzarli. Il terzo è utilizzare sistemi che incidono sui lavoratori senza spiegare con chiarezza perché vengono adottati, quali dati utilizzano e quale ruolo mantiene la persona nel processo decisionale.

«Se l’intelligenza artificiale viene vissuta soprattutto come uno strumento di sorveglianza, controllo o riduzione del personale, è prevedibile che produca resistenza – dice Severini -. Se invece viene utilizzata per ridurre attività ripetitive, aumentare la qualità delle informazioni e sostenere lo sviluppo professionale, può contribuire a creare fiducia e coinvolgimento». Ecco perché una delle sfide più significative dei prossimi anni sarà lo sviluppo delle competenze dei manager, che dovrà andare di pari passo con lo sviluppo della tecnologia. Saper utilizzare un sistema generativo o scrivere un buon prompt rappresenta solo una parte del problema. Serviranno pensiero critico, capacità di leggere i dati, comprensione dei rischi, attenzione a privacy e bias, capacità di comunicare con i collaboratori e, soprattutto, disponibilità ad assumersi la responsabilità delle decisioni. «Un tema centrale anche per 4.Manager, per cui la trasformazione digitale non è soltanto una questione tecnologica, ma anche di cultura organizzativa, governance e leadership».

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«Dobbiamo formare i manager a utilizzare l’intelligenza artificiale, ma anche a metterla in discussione. Una competenza essenziale sarà capire non soltanto come usare l’AI, ma quando non seguirne la raccomandazione e, in alcuni casi, quando non utilizzarla affatto», prosegue il CEO di OpereAI. «È probabilmente questo uno dei punti sui quali si giocherà la qualità della trasformazione in corso. Scalare rapidamente le tecnologie senza sviluppare contemporaneamente la capacità dell’organizzazione di comprenderle e governarle rischia, infatti, di amplificare, anziché ridurre, gli errori».

Dalla due giorni di confronto a Copenaghen quel che è emersa la via europea: “data informs decisions, AI supports decisions, leaders decide”. Vale a dire: i dati informano le decisioni, l’intelligenza artificiale le supporta, ma decisione e responsabilità devono continuare a restare delle persone.

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