Market Mover

Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo ora4' di lettura
4' di lettura
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Etica, rispetto della persona e delle scelte umane da preservare nel vorticoso sviluppo dell’intelligenza artificiale, cui ha fatto appello nei giorni scorsi anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono già sotto i riflettori delle aziende europee e dei manager chiamati a gestirle. L’intelligenza artificiale sta già nei fatti entrando rapidamente nei processi decisionali delle imprese e questo è un processo irreversibile. La questione non è se verrà utilizzata, ma come governarne l’impiego, soprattutto quando le indicazioni prodotte dai sistemi di AI possono incidere sul lavoro, sulle opportunità professionali e sulle persone. Il tema è stato tra quelli al centro del confronto che ha riunito in una due giorni a Copenaghen rappresentanti di organizzazioni manageriali europee, esperti e professionisti provenienti da diversi Paesi nell’ambito dell’avvio del progetto europeo AI MANAGE, promosso da CEC European Managers, l’organizzazione europea che riunisce e rappresenta associazioni e federazioni manageriali nazionali. Il progetto è dedicato all’utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale nel lavoro manageriale e nei processi decisionali delle organizzazioni.
Tra i partecipanti anche Luigi Severini, manager con una lunga esperienza nell’organizzazione e nelle risorse umane, presidente di Federmanager Calabria, consigliere di amministrazione di 4.Manager, impegnata sui temi della cultura d’impresa, e fondatore e CEO di OpereAI, startup italiana che sviluppa soluzioni di intelligenza artificiale applicate ai processi HR. «Sono stati due giorni intensi, ricchi di confronto e di stimoli – dice -, che mi hanno consentito di mettere la mia esperienza manageriale e imprenditoriale a confronto con prospettive provenienti da diversi Paesi europei. Ne ricavo una convinzione ancora più forte: la vera sfida non è rallentare l’adozione dell’AI, ma imparare a governarla senza indebolire il ruolo e la responsabilità di chi decide».
Premessa è che non si può generalizzazione e non tutti gli utilizzi dell’AI presentano lo stesso livello di rischio. «Utilizzare un sistema per supportare l’approvazione di una spesa di modesta entità non equivale a impiegarlo per selezionare una persona, valutarne la performance o incidere sulle sue prospettive professionali – spiega Severini -. Due variabili possono aiutare a distinguere questi scenari: l’impatto della decisione sulle persone e la sua reversibilità. Quanto più una decisione produce conseguenze significative ed è difficile da correggere, tanto maggiore dovrebbe essere il livello di verifica, giudizio e supervisione umana».
Il recruiting è forse l’esempio più immediato. L’intelligenza artificiale può analizzare grandi quantità di curriculum, individuare competenze, confrontare esperienze professionali, supportare assessment e contribuire alla costruzione di shortlist. Rinunciare a queste capacità significherebbe rinunciare a una parte importante del valore che la tecnologia può offrire. «Il punto critico arriva però nel passaggio successivo: una cosa è che un sistema evidenzi caratteristiche, coerenze o differenze tra i profili; un’altra è lasciare che stabilisca automaticamente chi debba essere assunto e chi escluso». È qui che prende forma e sostanza il mestiere “umano” del manager.
Nel dibattito sulla Responsible AI nell’incontro di Copenaghen si sono rievocate espressioni come human in the loop, human oversight e human agency. «Ma la semplice presenza formale di una persona all’interno del processo decisionale non garantisce, da sola, un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale – prosegue il CEO di OpereAI -. La domanda decisiva è un’altra: chi prende la decisione ha davvero la possibilità di comprendere, contestare e superare la raccomandazione del sistema? ».