Ambiente

Agroecologia, l’Europa riparte dalle campagne per una crescita sostenibile e inclusiva

Dall’Italia alla Spagna, le comunità rurali guidano la transizione ecologica con progetti che rigenerano la terra, valorizzano le tradizioni e aprono nuovi scenari economici sostenibili

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore) e Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

(Adobe Stock)

5' di lettura

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In tutta l’Unione europea si sta diffondendo un fenomeno che vede le comunità rurali al centro di un processo di rigenerazione ambientale e culturale. Sempre più iniziative locali stanno puntando a valorizzare la biodiversità, partendo dalle campagne e recuperando saperi e tradizioni. È in questo contesto che l’agroecologia – l’insieme di pratiche agricole sostenibili che integrano l’ecosistema, la cultura e l’economia locale – è diventata un pilastro delle politiche promosse dalla Commissione europea. E in questo percorso che dall’Italia arriva alla Francia, alla Spagna e ad altri Paesi membri, le comunità rurali stanno assumendo un ruolo da protagoniste.

Ripristinare la biodiversità è possibile

«Le comunità hanno dimostrato che il ripristino della biodiversità nell’Europa rurale non è solo possibile, ma sta già accadendo - si legge in un documento della Commissione europea in cui raccontano i casi di recupero della biodiversità dei centri rurali -. Stanno curando paesaggi, facendo rivivere la conoscenza e creando futuri che sono sia radicati che resilienti»

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I casi italiani

Gli esempi che riguardano l’Italia sono differenti e spaziano a seconda delle regioni dove anche le istituzioni giocano un ruolo da protagoniste con politiche di sostegno ai giovani che voglio salvaguardare sia le aree rurali sia le produzioni e tradizioni.

In questo panorama di iniziative c’è il caso della Puglia con il progetto Casalina che ha trasformato una fattoria abbandonata in un’oasi verde. In questo scenario, attraverso un’azione di rimboschimento e permacultura, la terra secca e incrinata ha iniziato a prendere vita. Il progetto ha ripristinato la terra degradata, e costruito una comunità di scopo condiviso, coinvolgendo lavoratori migranti, ospitando eventi e pianificando futuri sistemi agroforestali ispirati all’agricoltura sintropica.

In Sardegna uno scenario ancora più vasto. Per incentivare il ritorno alle campagne la Regione ha avviato, sopratutto gli anni scorsi, i progetto “Terra ai giovani”, con cui ha sostenuto iniziative imprenditoriali portate avanti da under trentenni ma, sopratutto, i progetti di coloro che hanno deciso di tornare in campagna. Non è comunque tutto, perché in quest’ottica sono partiti anche gli altri programmi che vedono le comunità rurali inserite in ambiti internazionali.

Il distretto della Barbagia

Ed è proprio in questo ambito che il distretto rurale della Barbagia ha avviato una serie di progetti in cui la valorizzazione della biodiversità, delle tradizioni e produzioni locali si sposa con accordi internazionali. E dopo un progetto di cooperazione internazionale con il Libano, il distretto ha anche portato avanti iniziative con il Kirghizistan attraverso un protocollo con la camera di commercio per l’attivazione di un canale diretto di import ed export, anche in campo turistico, e la creazione di un canale legale e assiduo per il reperimento di manodopera per le campagne della Barbagia e della Sardegna, per colmare la lacuna rappresentata dalla mancanza di personale agricolo.

Le strade dell’Emilia Romagna

Nel panorama italiano ci sono anche le altre iniziative portate avanti dalle istituzioni, come quella dell’Emilia Romagna che per valorizzare le comunità rurali ha deciso di stanziare risorse per combattere lo spopolamento «e rendere maggiormente attrattive le aree rurali quali luogo di residenza, studio, lavoro e benessere psico-fisico».

Dalla Francia all’Ungheria

Il panorama internazionale poi registra iniziative in diversi Paesi dell’Ue, come racconta anche un rapporto della Commissione europea. Si passa dalla Francia dove ci sono diversi progetti tra cui quello denominato Fattoria per gatti dove si sperimenta l’agricoltura sintropica, «un metodo rigenerativo che imita i sistemi forestali naturali per costruire paesaggi fertili e biodiversi», per continuare con il caso della Germania e il Sieben Linden Ecovillage sta aumentando il suo lavoro agroforestale di lunga data.

Altri esempi si registrano in Ungheria dove in alcuni centri si combinano alberi da frutto con specie adattate al clima.

Il caso Spagna: la crescita dell’agricoltura biologica

Secondo la Revista Española de Estudios Agrosociales y Pesqueros, l’agricoltura biologica in Spagna «cresce a ritmo sostenuto dalla fine degli anni ’90», favorita dall’interesse dei consumatori verso prodotti sani, privi di contaminazioni, e da una crescente consapevolezza ambientale.

Alla fine del 2023, la superficie agricola utile (SAU) destinata alla produzione biologica ha raggiunto 2.991.881 ettari, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. Se si considerano anche le foreste biologiche non agricole, il totale arriva a 3.161.038 ettari.

Le colture più estese sono: frutta secca (310.096 ettari), uliveti (292.868), cereali per la produzione di grano (261.924) e vigneti (166.285). Le regioni più attive sono Andalusia (1,5 milioni di ettari), Castiglia-La Mancia, Catalogna, Estremadura, Murcia e Aragona.

Le istituzioni pubbliche spagnole sono spesso parte attiva nel promuovere la formazione professionale. Il programma Zaragoza Dinámica, ad esempio, offre corsi gratuiti per operatori del settore, giovani agricoltori e persone disoccupate.

Secondo Gonzalo Palomo, presidente della Società Spagnola di Agricoltura Biologica e Agroecologia (SEAE), «la chiave è recuperare le pratiche tradizionali – la cosiddetta retro-innovazione – senza perdere di vista scienza e tecnologia. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dalla chimica di sintesi ereditata dalla Rivoluzione Verde e valorizzare le risorse endogene, rispettando i cicli naturali, gli animali e i diritti sociali e lavorativi».

In regioni come Girona, Malaga e Sierra de las Nieves, si stanno promuovendo distretti del biologico che uniscono produzione agricola, movimenti sociali e ricerca scientifica, anche se manca ancora un quadro normativo organico che ne regoli appieno le diverse dimensioni (ecologica, biologica, sociale).

Le crisi alimentari del passato – come quella dell’olio di colza o della mucca pazza – hanno contribuito a rafforzare la diffidenza verso l’agricoltura industriale, spingendo molti consumatori a cercare prodotti sani, biodiversi e in grado di garantire un reddito equo agli agricoltori. Oggi, la libertà di scelta alimentare passa anche per la tutela della biodiversità e la riduzione dei pesticidi, con effetti positivi su clima e consapevolezza collettiva.

Tra gli esempi virtuosi: l’altopiano di Almería, che ospita la più vasta coltivazione di mandorli a gestione rigenerativa in Europa; il progetto APANEMA a Maiorca, che copre l’intera filiera “dal campo alla tavola” con partecipazione civica; e iniziative nel Valle del Guadalhorce (Malaga) e a Orduña, dove la tradizione agricola si unisce a politiche locali per rilanciare l’economia e recuperare il paesaggio.

Il settore cresce del 10-13% annuo, trainato dalla domanda internazionale. Stanno nascendo nuove cooperative per supportare la conversione al biologico e migliorare la commercializzazione dei prodotti. I supermercati cooperativi e la vendita diretta riportano in auge modelli simili agli antichi empori, adattandoli alla richiesta di prodotti certificati e locali.

Nonostante il marchio europeo Ecolabel garantisca controlli rigorosi, permane il dibattito sul rischio di elitarismo e frodi. Molte comunità autonome, infatti, impongono standard più severi rispetto alla normativa europea, in particolare sul controllo delle risorse idriche, per assicurare che la certificazione rispecchi pratiche davvero sostenibili e radicate nei territori.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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