25 novembre

Adolescenti, uno su cinque pensa secondo gli stereotipi di genere

Tra le ragazze una minore adesione ai ruoli stereotipati di maschio e femmina, maggiore tra i ragazzi. I primi risultati dell'indagine avviata dal gruppo di ricerca Musa del Cnr-Irpps su un campione di oltre 3.000 studenti e studentesse del primo anno delle scuole superiori di Roma

di Barbara Nepitelli

(Adobe Stock)

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Gli stereotipi di genere restano ancora molto radicati fra gli adolescenti: dai primi dati (sul 2025) del progetto sui ‘Mutamenti interazionali e benessere’ avviato del gruppo di ricerca Musa del Cnr-Irpps, è emerso che nel 17,8% dei casi c’è una adesione alta agli stereotipi di genere, nel 44,5% una adesione media, nel 36,6% una adesione bassa mentre è assente solo nell’1,1%. Questo vuol dire che, in queste percentuali, i ragazzi e le ragazze condividono «opinioni riguardanti il rapporto tra uomini e donne che implicano una subalternità delle seconde sui primi sulla base della credenza dell’esistenza di ruoli sociali ‘naturali’ di genere che assegnano primariamente all’uomo i compiti di comando, potere e produzione di reddito mentre alla donna in particolare gli oneri relativi alla cura e all’assistenza in particolare domestica». L’indagine è svolta su un campione di 3.068 studenti e studentesse del primo anno delle scuole superiori di 25 scuole di Roma.

Ragazze più avanti dei ragazzi nel superamento degli stereotipi

Fra ragazzi e ragazze emergono delle differenze: per i primi l’adesione alta tocca il 28% rispetto al 4% delle seconde, mentre l’adesione media supera il 50% (più precisamente il 51% rispetto al 36,1% delle ragazze) ed è infine bassa per il 20,4% dei ragazzi rispetto al 58% delle ragazze.

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La ricerca avviata nel 2024 coprirà un arco di cinque anni e fornisce altri dettagli: il livello medio-alto di stereotipi di genere è stato rilevato più negli istituti tecnici (75,1% contro il 66,1% nei professionali e il 51,4% nei licei), tra chi ha un background migratorio (70,8% contro il 61,3% degli italiani) e tra chi ha uno status culturale familiare basso (71,1% contro il 52,4% di chi lo ha alto).

Lo stretto legame tra stereotipi e violenza di genere

Il responsabile del gruppo interdisciplinare Musa, Antonio Tintori, interpellato sul collegamento tra il permanere di stereotipi di genere nei più giovani e l'aumento di molestie e violenze sessuali tra i più giovani, ritiene che gli atteggiamenti e i comportamenti che innescano gli stereotipi di genere «non vengono ancora realmente riconosciuti». Questi stereotipi «non sono affatto facili da espellere» perché «ci vengono inoculati a partire dai primissimi anni di vita e per lo più per mezzo delle persone che maggiormente ci coinvolgono emotivamente, ossia in famiglia». E «fin quando la riproduzione generazionale degli stereotipi di genere non sarà interrotta, non ci sarà di sicuro da stupirsi della violenza che alimenta in continuazione la cronaca ordinaria».

L'iperconnessione e l'aumento del disagio tra i più giovani

L’indagine, più in generale, approfondisce le tematiche della iperconnessione, dei comportamenti online e offline, antisociali e a rischio, degli stereotipi (non solo di genere) e disagi psicologici, partendo dall’ultimo rapporto nazionale sullo stato dell’adolescenza del Cnr e altri studi effettuati che, come spiegato da Tintori durante la presentazione dei risultati, «hanno dimostrato che il decadimento dell’autostima, la crescente incertezza dell’identità adolescenziale e l’innalzamento dei livelli di ansia, depressione ed emozioni negative è associata a iperconnessione da social media» e «la graduale trasposizione dell’interazione dal piano reale a quello virtuale sta inoltre amplificando due fenomeni decisamente rilevanti: le ideazioni suicidarie e il ritiro sociale».

I dati dell’indagine mostrano che sono più iperconnesse le ragazze, ma sono anche quelle che hanno meno autostima. Il 45,7% di studenti e studentesse riesce ad a essere più sincero nella relazione virtuale e il 20,9% ritiene che questa modalità possa sostituire quella di persona; solo il 28,3% dei ragazzi riesce a non guardare in continuazione il cellulare quando è in compagnia. Al 48,7% di questi giovani è già capitato di isolarsi a casa, in alcuni casi anche per mesi e per la metà di questi anche oltre due volte.

Il 15% degli adolescenti guarda contenuti pornografici ogni giorno

Sempre nell’ambito degli stereotipi, in questo caso però derivanti da riflessi di consumi online, dall’indagine emerge che il 14,7% di questi adolescenti fruisce tutti i giorni di contenuti multimediali pornografici, il 15,3% due o tre volte a settimana, il 25,8% tra una volta a settimana e una o due volte al mese mentre il 44,2% è estraneo a questo uso. Si tratta di un consumo iniziato da più di tre anni nel 29% dei casi (ovvero in media a circa 11 anni), mentre il 38,3% accede a questi contenuti da almeno due anni e il 32,7% da un anno o anche meno. Tale consumo, viene spiegato, genera effetti di rinforzo circa l’esistenza di ruoli maschili e femminili anche nei rapporti sessuali. È infatti dell’avviso che sia l’uomo a dover dominare il rapporto sessuale il 22,7% del campione (29,1% studenti e 14,3% studentesse), mentre ad attribuire questo ruolo alla donna è solo il 3% di studenti e studentesse. Per il restante 50,6% non vi è invece alcuna differenza, mentre il 23,7% ritiene che nessuno debba mai dominare.

La strada per il cambiamento passa per l'educazione sessuo-affettiva

Quale può essere, dunque, la strada per introdurre un cambiamento rispetto agli stereotipi di genere? Da una parte, «i genitori hanno un ruolo primario sia nella riproduzione degli stereotipi di genere sia in prospettiva del loro abbattimento» risponde Tintori, aggiungendo che per migliorare la situazione «è necessario dare vigore al ruolo sociale della scuola. Solo a scuola potranno infatti essere controbilanciate le asimmetrie che vengono acquisite durante la socializzazione nel gruppo primario: la famiglia. C’è però una evidente necessità non solo di fondi ma soprattutto di formazione, oltreché di comprendere che oggi non è tanto la didattica ordinaria a rappresentare un problema – aggiunge - ma piuttosto il lato umano e sociale della scuola, quello educativo che viene altamente trascurato. Ed ecco l’urgenza dell’educazione sessuale, affettiva e alle emozioni, in un mondo giovanile sempre più pervaso dall’alessitimia e quindi dall’incapacità di riconoscere le sensazioni che si provano, dal crollo dell’autostima e dall’innalzamento dei livelli di ansia e depressione che sono il risultato dell’iperconnessione e di una crisi esistenziale alimentata dalla rarefazione delle relazioni umane nel mondo reale che sta aumentando a dismisura i casi di isolamento sociale (effetto hikikomori), l’autolesionismo, le ideazioni suicidarie».

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