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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Gli stereotipi di genere restano ancora molto radicati fra gli adolescenti: dai primi dati (sul 2025) del progetto sui ‘Mutamenti interazionali e benessere’ avviato del gruppo di ricerca Musa del Cnr-Irpps, è emerso che nel 17,8% dei casi c’è una adesione alta agli stereotipi di genere, nel 44,5% una adesione media, nel 36,6% una adesione bassa mentre è assente solo nell’1,1%. Questo vuol dire che, in queste percentuali, i ragazzi e le ragazze condividono «opinioni riguardanti il rapporto tra uomini e donne che implicano una subalternità delle seconde sui primi sulla base della credenza dell’esistenza di ruoli sociali ‘naturali’ di genere che assegnano primariamente all’uomo i compiti di comando, potere e produzione di reddito mentre alla donna in particolare gli oneri relativi alla cura e all’assistenza in particolare domestica». L’indagine è svolta su un campione di 3.068 studenti e studentesse del primo anno delle scuole superiori di 25 scuole di Roma.
Fra ragazzi e ragazze emergono delle differenze: per i primi l’adesione alta tocca il 28% rispetto al 4% delle seconde, mentre l’adesione media supera il 50% (più precisamente il 51% rispetto al 36,1% delle ragazze) ed è infine bassa per il 20,4% dei ragazzi rispetto al 58% delle ragazze.
La ricerca avviata nel 2024 coprirà un arco di cinque anni e fornisce altri dettagli: il livello medio-alto di stereotipi di genere è stato rilevato più negli istituti tecnici (75,1% contro il 66,1% nei professionali e il 51,4% nei licei), tra chi ha un background migratorio (70,8% contro il 61,3% degli italiani) e tra chi ha uno status culturale familiare basso (71,1% contro il 52,4% di chi lo ha alto).
Il responsabile del gruppo interdisciplinare Musa, Antonio Tintori, interpellato sul collegamento tra il permanere di stereotipi di genere nei più giovani e l'aumento di molestie e violenze sessuali tra i più giovani, ritiene che gli atteggiamenti e i comportamenti che innescano gli stereotipi di genere «non vengono ancora realmente riconosciuti». Questi stereotipi «non sono affatto facili da espellere» perché «ci vengono inoculati a partire dai primissimi anni di vita e per lo più per mezzo delle persone che maggiormente ci coinvolgono emotivamente, ossia in famiglia». E «fin quando la riproduzione generazionale degli stereotipi di genere non sarà interrotta, non ci sarà di sicuro da stupirsi della violenza che alimenta in continuazione la cronaca ordinaria».
L’indagine, più in generale, approfondisce le tematiche della iperconnessione, dei comportamenti online e offline, antisociali e a rischio, degli stereotipi (non solo di genere) e disagi psicologici, partendo dall’ultimo rapporto nazionale sullo stato dell’adolescenza del Cnr e altri studi effettuati che, come spiegato da Tintori durante la presentazione dei risultati, «hanno dimostrato che il decadimento dell’autostima, la crescente incertezza dell’identità adolescenziale e l’innalzamento dei livelli di ansia, depressione ed emozioni negative è associata a iperconnessione da social media» e «la graduale trasposizione dell’interazione dal piano reale a quello virtuale sta inoltre amplificando due fenomeni decisamente rilevanti: le ideazioni suicidarie e il ritiro sociale».