Utilitalia

Dal Fabbro: «Acqua, serve un piano da 30 miliardi per garantire una gestione efficiente»

Il numero uno della Federazione delinea le priorità: «Occorre accelerare gli investimenti su depurazione e nuove infrastrutture per evitare il conto molto più salato del non fare»

di Celestina Dominelli

Luca Dal Fabbro

4' di lettura

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«Servono 30 miliardi in cinque anni per costruire un piano Marshall sull’acqua che deve essere messa al centro dell’agenda del Paese perché è il motore dell’agricoltura e dell’industria, oltre che un bene fondamentale per la vita dei cittadini». Luca Dal Fabbro, nuovo presidente di Utilitalia, muove da qui per delineare, in questa intervista a Il Sole 24 Ore, la prima dopo la designazione, le sfide del suo mandato al vertice della la Federazione che riunisce 400 imprese dei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas in Italia e può contare su 68,6 miliardi di euro di valore della produzione e oltre 100mila occupati. Numeri che fanno di Utilitalia, aggiunge Dal Fabbro, «un interlocutore importante e affidabile per le istituzioni, alle quali vogliamo fornire un contributo concreto e dalle quali puntiamo a ricevere il giusto riconoscimento»

Partiamo dall’acqua. Perché manca ancora un piano strutturato?

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L’acqua è considerata una Cenerentola delle commodity e non ha mai vissuto delle crisi sistemiche ma delle emergenze stagionali, soprattutto al Sud. Le cose, però, stanno già cambiando e ci apprestiamo a entrare in un’epoca in cui il problema della siccità non coinvolgerà soltanto il Mezzogiorno, dove gli investimenti sono molto più bassi, ma investirà anche il Nord della penisola perché sono tanti i nodi ancora irrisolti.

A cosa si riferisce in particolare?

Penso, per esempio, al problema generalizzato che l’Italia ha sulla depurazione, con 856 agglomerati che sono sottoposti a procedure di infrazione europee: si tratta di 27 milioni di abitanti che si trovano in zone soggette al cartellino giallo di Bruxelles, di cui il 76% ubicato al Sud. Senza contare l’impatto della frammentazione che caratterizza la governance dell’idrico.

Su questo fronte, l’Europa ha chiesto più volte all’Italia di correggere il tiro, ma le contromisure tardano ad arrivare.

Sì, la strada da fare è lunga e bisogna accelerare. Anche perché la frammentazione si porta dietro la presenza di pochi soggetti industriali al Sud dove prevalgono le gestioni in economia che hanno una serie di problematiche, non ultima quella di non disporre della capacità di mettere a terra i finanziamenti necessari. E questo genera forti divari tra le diverse aree della penisola: nelle regioni del Nord e del Centro si registra, infatti, un investimento medio pro capite che varia tra i 63 e i 73 euro, mentre al Sud l’asticella scende fino a 32 euro ed è ancora più bassa per le gestioni in economia.

Quanto serve per superare questi squilibri e da dove occorre partire?

Come Utilitalia abbiamo stimato in 6 miliardi annui per un quinquennio gli investimenti necessari per risolvere il tema della depurazione, ma anche per costruire nuove opere, a partire dai bacini di raccolta, che ci aiutino non solo a migliorare la gestione della risorsa ma anche a risolvere eventuali rischi idrogeologici. È un vero e proprio piano Marshall che non possiamo più rimandare perché, se non procediamo con la definizione di una strategia di medio-lungo periodo, potremmo trovarci a pagare costi molto più alti. Mi riferisco ai costi collegati alle procedure di infrazione, ma anche a quelli che dovremmo sopportare se venisse meno l’acqua per la produzione agroalimentare o per i cicli di funzionamento delle industrie, solo per citare qualche esempio. Per non dire, poi, dei costi, altrettanto rilevanti, associati alla salute pubblica se questo bene - che erroneamente consideriamo scontato - cominciasse a scarseggiare.

Ci sono aree in cui il rischio è più concreto?

Intanto vale la pena di rimarcare che non è un problema solo del Mezzogiorno. Molti studi ci dicono, infatti, che nei prossimi 10-15 anni l’acqua comincerà a mancare anche nella Pianura Padana che è il motore dell’industria italiana. Siamo davanti alla cronaca di una morte annunciata, per questo bisognerà agire velocemente, lavorando anche a un piano di riuso delle acque reflue che noi disperdiamo ancora in grande quantità, mentre altrove, in Francia ma anche in Germania, ci sono elevati tassi di recupero.

Nel disegno di legge di nuove semplificazioni per le imprese, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri, c’è una parziale apertura sul riuso delle acque nel settore industriale. Come la giudica?

È un primo segnale, ma non basta. E il settore attende ormai da molto, troppo, tempo il regolamento che disciplinerà questo tipo di attività, ma non possiamo più permetterci ulteriori dilazioni. Anche perché, a breve, l’industria, l’agricoltura e gli stessi cittadini si troveranno a dover fronteggiare una serie di nodi che stanno arrivando al pettine.

Quali saranno le priorità della sua presidenza oltre al tema dell’acqua?

Ci concentreremo su altri tre fronti. Il primo è la sicurezza delle reti a tutto tondo, dalle infrastrutture idriche e quelle energetiche. Il secondo è la gestione efficiente del ciclo dei rifiuti. E, infine, bisognerà lavorare sull’efficienza delle utility più piccole o in economia favorendo il tema delle aggregazioni su cui insistiamo da anni. Sono sfide impegnative su cui come Utilitalia vogliamo far pesare la nostra voce potendo contare su una expertise forte e su un livello di investimenti considerevole. Siamo tra le realtà più importanti del Paese a livello associativo e puntiamo ad essere ascoltati.

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