Commercio estero

Zoppas: «La guerra commerciale con la Cina non è persa, ma bisogna accelerare»

Il presidente dell’Ice, l’Agenzia per promuovere e internazionalizzare le imprese italiane all’estero, sollecita le aziende a muoversi subito perché «il treno cinese ci arriverà addosso» in pochi anni

di Lorenzo Pace

MATTEO ZOPPAS ICE IMAGOECONOMICA

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La sfida commerciale con la Cina non è persa. O almeno non ancora. Pertanto, quello che le aziende italiane devono fare è «accelerare». Il messaggio arriva dal presidente dell’Ice, Matteo Zoppas, in un momento in cui il Paese asiatico rappresenta un «treno che ci sta arrivando addosso», ma che ci lascia un margine di tempo. Un orizzonte temporale tra i cinque e i dieci anni secondo il titolare dell’Agenzia che si occupa di promuovere le imprese italiane all’estero. Questo per una questione di differenza di posizionamento e di «brand and technology awereness», cioè di scoperta e fidelizzazione dei nuovi prodotti orientali che richiede ancora del tempo. Tuttavia, continuando così, i consumatori si abitueranno a quei prodotti, anche grazie ai loro costi inferiori.

Presidente, lei è stato tra i primi ad evidenziare il problema della concorrenza cinese. A che punto siamo adesso?

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Gli ultimi dati dell’export verso l’extra Ue sono positivi, anche verso l’America e la Cina. Direi soprattutto quest’ultima. È sotto gli occhi di tutti che il Paese asiatico, da produttore “terzista”, stia diventando un esperto di prodotti che fanno concorrenza e spiazzano in molti casi l’Occidente. Bisogna capire se il fenomeno sia correlato e se sia strutturale. Non preoccupa solo la riduzione delle esportazioni italiane in Cina bensì la loro potenziale capacità di sostituire i nostri prodotti in altri mercati. Ricordiamo che la Cina ha avuto accesso alle nostre tecnologie e maestranze sulla parte tecnico-produttiva. Oggi hanno sviluppato la capacità di innovazione, ricerca, sviluppo e design.

È una guerra già persa?

Dobbiamo stare attenti perché i loro prodotti in questo momento sono buoni ma non sono ancora abbastanza conosciuti e l’esperienza del consumatore non è ancora consolidata da creare una “brand awareness” importante. Però il prodotto c’è, per cui una persona più lo prova e più si rende conto che il prodotto cinese è valido e in alcuni casi anche con il 30% in meno di costo. Per il momento siamo ancora avanti, ma dobbiamo fare attenzione e accelerare per un fenomeno che si può consolidare almeno nei prossimi cinque o dieci anni. Un fenomeno progressivo.

Dunque, chi pensa che chiudersi possa essere la soluzione sbaglia?

Ovunque si esporta il prodotto si trovano i competitor che lo prendono e lo analizzano. Noi dobbiamo continuare ad essere quelli che esportano e che creano dei prodotti migliori. Creiamo un valore intrinseco che porta un cliente a pagare di più.

Guardiamo invece agli ultimi bilanci commerciali. I dati restano positivi, nonostante i periodi di instabilità.

Intanto dobbiamo considerare l’efficacia di un’azione di Governo incrementata, che negli ultimi anni ha intensificato l’impegno sull’estero per consolidare e portare nuove opportunità alle imprese. Poi, quando ci sono delle difficoltà, l’imprenditore italiano prende la valigetta, va dai clienti e cerca delle soluzioni.

Che tipo di soluzioni?

Bisogna rinegoziare, trattare sul prezzo, sennò perdo il mio cliente. Quindi, piuttosto che perdere volumi, gli imprenditori hanno messo mano al portafoglio. Stiamo crescendo ma lo stiamo facendo grazie a sconti, promozioni o altre attività che ci permettono di rimanere sul mercato. Quello che non si vede è il costo per portare a casa il risultato, sacrificando investimenti in marketing, ricerca e sviluppo.

Cosa si può fare quindi?

Dobbiamo proteggere le posizioni consolidate e accompagnare gli imprenditori andando dove c’è più necessità ma anche più opportunità. L’obiettivo è non far scendere il volume delle esportazioni e portare il valore annuale a 700 miliardi di euro.

In che modo? Da imprenditore, dove e su cosa punterebbe?

I punti sono nel piano export della Farnesina. In più, oltre che puntare su nuovi Paesi, ci sono tante soluzioni diverse in quelli con cui siamo già connessi. Infine, ribadisco che sono solo 120-130 mila le aziende italiane che esportano e quindi c’è un potenziale enorme. Abbiamo aumentato la pressione promozionale ed aumentato le attività di sviluppo. Perché è in questi momenti che soprattutto le piccole e medie imprese hanno bisogno di soluzioni concrete per compensare le criticità.

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