HTSI in università

Zed and the luxury: i giovani scrivono il futuro del lusso

Oltre cento studenti under 30, più di 2mila partecipanti, oltre cento startup. I risultati della ricerca condotta in collaborazione con l’Università Luiss Guido Carli sulla più promettente generazione di consumatori (e di potenziali imprenditori).

di Bisan Abdulkader e José D'Alessandro

In queste pagine, alcuni degli studenti dell’Università Luiss Guido Carli che hanno partecipato alla ricerca. Nella prima riga, da sinistra, Filippo Angiolini, Ties Verhaegh, Fadia Bedawi, Ludovico Berti, Andrea Bettera, Martina Biricocoli, Flavio Valerio Riva, Barbara Bonzo. Nella seconda riga, Isabella Drocco, Federica Carli, Valentina Ciccarelli, Edoardo Colosi, Francesco Giuseppe De Sanctis, Flavia Formichella, Claudia Di Francesco, Gideon Diepenbroek. Alla terza riga, Federica Carleo, Giorgia Fantini, Alessandro Maciucchi, Carlotta Fuzio, Giuseppe Del Giudice, Giorgia Pasquariello, Domenico Capparelli, Sophia Celani. Alla quarta riga, Ossian Lappalainen, Milica Glodovic, Emanuele Guglielman, Alessio Guglielmi, Kuandyk Akniyet,Marco Giovannini, Vera Leite de Faria.

6' di lettura

English Version

6' di lettura

English Version

Che relazione esiste fra i giovani e il lusso? La Gen Z è insieme la più sfuggente e la più corteggiata generazione di consumatori: una fetta di mercato rilevante, con aspettative, valori, preferenze parzialmente nuovi, che i brand cercano di intercettare. Ma la Generazione Zeta rappresenta anche il futuro dell’imprenditoria e creatività made in Italy. Per questo, HTSI ha lanciato nel 2024 il primo Luxury Start Up Award, e ha selezionato e premiato le dieci realtà più innovative nella moda, nel design, nella cosmetica, nell’hi-tech e nell’arte. Partito a chiusura dei festeggiamenti per il decennale del magazine, è parte di un progetto più ampio e articolato, nato con l’obiettivo di dare visibilità e supporto ai costruttori di futuro.

Se l’Award tornerà con una seconda edizione nel 2026, quest’anno il focus sulla Gen Z si è trasferito in università, grazie a un progetto di collaborazione con l’Università Luiss. «Esperienze come questa rappresentano il cuore del nostro approccio formativo: mettere gli studenti a contatto con sfide reali e far emergere e allenare il loro mindset imprenditoriale e la capacità di design thinking», racconta Michele Costabile, advisor del rettore per lo sviluppo di Entrepreneurship, Venture Capital e Start-up Ecosystem dell’ateneo.

Loading...

Dieci verticali del lusso, 20 team, 22 nazionalità, 106 startup identificate, 115 studenti coinvolti, 143 persone intervistate nei focus group, 819 pagine prodotte, 2.185 partecipanti alle survey. Questi i numeri della ricerca sviluppata con gli studenti del corso Entrepreneurship, Innovation And Technology, all’ultimo anno della triennale di Economics and Business della Luiss, guidati dai professori Bisan Abdulkader e José D’Alessandro. «Ci sono molte ricerche sulla relazione della Generazione Z con il lusso, ma questa è, a mia conoscenza, una delle pochissime realizzate dai ragazzi stessi», spiega D’Alessandro. Ecco che cosa è emerso in un lavoro d’indagine sviluppato nell’arco di un semestre.

Nella prima riga, Ludovica Leonardi, Francesca Lupi, Sindi Zenelaj, Emanuele Margotta, Zhang Renzhe, Elena Mazzei, Luca Murri e Pietro Reali. Nella seconda riga , Sonia George Otieno, Francesca Giovannelli, Francesca Filomena Pascale, Francesco Pediconi, Giulia Peronaci, Tamara Peshevska, Francesco Pierotti, Martina Pulimeno. Alla terza riga, Annalisa Rancitelli, Pietro Nardiello, Marcello Saddemi, Dea Bisha, Benedetta Rosi, Morell Miguel Ribot..

IL PERIMETRO DELL’INDAGINE E I FOCUS GROUP.

Sono stati individuati dieci verticali di approfondimento, utilizzando come linea di indirizzo la segmentazione del mercato del lusso elaborata nello studio di mercato di Bain con Altagamma. Successivamente, tale suddivisione è stata affinata e ricondotta a cinque ambiti principali: quello dei personal luxury goods (fashion, leather goods, shoes, watches, jewelry e beauty); quello delle luxury experiences (hospitality, fine dining and gourmet, art and exclusive events); quello dell’high-end design (furniture, home décor, interior design); quello della luxury mobility (cars and vehicles, private jets, yachts); quello del digital luxury (gaming and digital collectibles ed e-commerce luxury platforms).

Le fasi del lavoro sono state quattro. Prima una desktop research svolta principalmente online per raccogliere quanti più dati disponibili. Poi una serie di focus group, con la tecnica del fishbowl con coetanei, amici e colleghi, ma anche con ragazzi più giovani, per esplorare le diverse opinioni sul tema e sviluppare gli insight da validare nella fase tre. Quindi, una survey quantitativa (con oltre un centinaio di persone intervistate da ciascun team) per approfondire e testare i risultati emersi dai focus group, sottoposti a un doppio processo di analisi, qualitativo e quantitativo. Da ultimo, ogni team ha avuto il compito di identificare una o più startup che incarnassero i risultati emersi (e che saranno al centro della seconda puntata di questo racconto). «La sfida è stata combinare il rigore della ricerca scientifica con la libertà di sperimentazione e di errore che andava lasciata agli studenti. L’impegno di questi giovani provenienti dai Paesi più disparati ha compensato abbondantemente lo sforzo di coordinare un progetto di ricerca così ambizioso», continua D’Alessandro. «Siamo rimasti tutti, docenti e studenti, sorpresi da alcuni risultati, come ad esempio la minore rilevanza dei social media».

Da sinistra, Gabriele Santoro, Filippo Scilio, Camilla Strenta, Daniele Selvatici. Alla seconda riga Felice Urciuoli, Arianna Tosti, Jacopo Berti Esclapon de Villeneuve, Tara Tomovic, Lieke Vermeeren. Nella terza riga Carlotta Gallo, Itan Vasili, Nikole Vasilcenko, Marlen Sagidolda, Sunyifei Wang.

PIACERE, DESIDERABILITÀ, PERSONALIZZAZIONE: LE NUOVE DIRETTRICI.

I risultati raccontano una generazione estremamente sfaccettata, con idee precise sulla desiderabilità e sul piacere, che traccia una direttrice per il lusso del futuro, non più definito dalla rarità, ma da una sintesi di autenticità, competenza digitale e coerenza etica. Un lusso capace di parlare al singolo, anziché a tutti, di entrare in risonanza con bisogni personali e unici.

Innanzitutto, è cambiato il concetto di sostenibilità. Per i nati dalla metà degli anni Novanta, l’attenzione all’ambiente e all’etica non è più un elemento che differenzia un marchio, ma è una condizione minima per essere considerati credibili. Se la trasparenza sulle filiere e l’impegno green sono apprezzati, non bastano però a giustificare un prezzo superiore. Salvo rare eccezioni, i giovani consumatori non sembrano disposti a pagare di più solo perché un prodotto è sostenibile: il rispetto per l’ambiente è atteso, non premiato. È un prerequisito, non un vantaggio competitivo. «Questo risultato suggerisce come le pratiche green siano ormai parte integrante del contratto sociale», spiega Bisan Abdulkader, docente di Entrepreneurship & Innovation. «Di conseguenza, i brand devono assicurare la sostenibilità in modo fluido e naturale, facilitando la creazione di esperienze co-creative, e la viralità spontanea. Ciò implica, ad esempio, la costruzione di ecosistemi in cui l’online e l’offline siano integrati in modo fortemente complementare. La costruzione di identità attraverso l’affermazione ed enfasi delle proprie scelte di consumo, la gamification e il senso di appartenenza comunitario emergono come tratti distintivi in tema etico per la Gen Z».

Autenticità ed emozione battono il prestigio. Non ci si lascia sedurre dai simboli di status né dai loghi iconici, a meno che questi non siano portatori di valori autentici o di significati culturali rilevanti. In tutti i settori analizzati – dall’automotive alla cosmesi, fino all’arte – emerge una chiara preferenza per le maison capaci di generare connessioni emotive e racconti coerenti con l’identità dei giovani. Il lusso, quindi, non è più sinonimo di esclusività ostentata, ma una forma di espressione personale, dove contano la qualità, l’integrità e la capacità di comunicare qualcosa che risuoni interiormente.

Il ruolo dei social media risulta rilevante nella scoperta di un brand, ma la fiducia si costruisce altrove. Instagram, TikTok e influencer sono strumenti potenti per entrare in contatto con nuovi marchi, ma la Gen Z cerca conferme attraverso canali considerati più affidabili: per esempio, recensioni indipendenti, pareri di amici, community online. Nei settori più legati alla moda e al digitale, l’hype costruito da figure influenti continua però a esercitare un certo ruolo. La logica dell’esclusività e dell’appartenenza si è attenuata, ma non è del tutto scomparsa.

Nonostante siano nativi digitali i giovani mantengono un atteggiamento critico nei confronti dell’automazione. Apprezzano tutta la tecnologia che semplifica – come un sistema di prenotazione smart o un’app di realtà aumentata – ma rifiutano quella che sostituisce l’interazione umana nei contesti ad alto contenuto emotivo o sensoriale. Nei ristoranti, nell’arte, nella moda, ciò che conta è l’esperienza vissuta direttamente: la tecnologia è benvenuta se discreta, funzionale, non invasiva.

Infine, un dato emerge con forza: la personalizzazione è cruciale. Per la Gen Z, ogni scelta di consumo è anche una dichiarazione d’identità. Che si tratti di un capo d’abbigliamento, di un cosmetico o di un pezzo di arredo, il prodotto ideale è quello che lascia spazio alla modulazione e alla co-creazione. «L’etica di consumo di questa generazione non è assoluta o ideale», precisa Bisan Abdulkader. «Ma viene filtrata da pragmatismo, estetica e customizzazione».

La Gen Z guarda con interesse al mondo del lusso, ma tende a reinterpretarlo secondo criteri di accessibilità e coerenza con il proprio stile di vita. Qualunque sia la disponibilità economica su cui può contare, mostra una forte attenzione al valore percepito e alla flessibilità. I giovani tendono ad apprezzare soluzioni come la proprietà frazionata, l’usato di alta gamma o i servizi in abbonamento, perché permettono di vivere esperienze esclusive senza necessariamente aderire al modello tradizionale di possesso. «Nei settori della mobilità e dell’hospitality, la proprietà viene ridefinita attraverso modelli frazionati o modulari (come nei casi delle cabine Raus o la co-proprietà di auto di lusso elettriche)», aggiunge Bisan Abdulkader. «Questo cambiamento riflette il concetto di engagement flessibile della Gen Z, dove il valore è fortemente impersonificato nell’utilità simbolica e possibilità di condivisione dell’esperienza. Il lusso, quindi, diventa meno un’affermazione di status e più una questione di rilevanza situazionale e valore esperienziale».

L’approccio è più sperimentale rispetto al passato: ciò che conta è l’esperienza, l’unicità e la possibilità di scegliere in modo consapevole e personalizzato.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti