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Xiaomi Watch 5, arriva Wear OS e la batteria che mancava agli smartwatch

di Luca Tremolada

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Xiaomi è abituata a entrare nel mercato dell’elettronica con una logica cheiara: prende un prodotto maturo, taglia il prezzo e sistemare il punto debole principale. Nel caso degli smartwatch il punto debole è sempre stato uno solo: la batteria.

Il Watch 5 è un oggetto sobrio, rotondo, senza effetti speciali. Display AMOLED luminoso, costruzione solida, ergonomia corretta. Non vuole stupire, vuole funzionare. E soprattutto vuole durare.

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La vera svolta è il software. L’adozione di Wear OS cambia completamente la categoria del prodotto. Non siamo più davanti a una smartband travestita da orologio, ma a un’estensione dello smartphone. Arrivano le app vere, i pagamenti NFC, le notifiche complete, l’assistente vocale. In prospettiva, anche Gemini, cioè l’intelligenza artificiale che trasforma l’orologio in un’interfaccia predittiva più che reattiva. Un piccolo nodo dell’ecosistema Google, sempre acceso sul polso.

Ma il dato che conta è l’autonomia. Nel mondo Wear OS, storicamente, si vive con il caricatore in tasca. Apple Watch resta sulle 18-24 ore, il Pixel Watch poco di più, mentre OnePlus è riuscita a spingersi oltre sacrificando qualcosa sul software. Xiaomi prova a tenere insieme le due cose: sistema completo e batteria lunga. È qui che si gioca la partita industriale. Se davvero regge più giorni con uso reale, non è un miglioramento incrementale. È un cambio di equilibrio.

Sul fronte salute e sport, il Watch 5 fa tutto quello che ci si aspetta oggi: battito cardiaco, ossigenazione, sonno, GPS, decine di attività. Funziona bene, ma non eccelle. Se Apple ha costruito un riferimento quasi clinico e Google si appoggia all’ecosistema Fitbit, Xiaomi resta un passo indietro nella precisione e nell’affidabilità dei dati. È sufficiente per l’utente medio, non per chi misura ogni battito come un dato scientifico.

Le prestazioni sono convincenti ma non perfette. Il sistema è fluido, ma Wear OS resta un ambiente pesante. Qui si vede l’esperienza dei concorrenti: Google è più ottimizzata, Samsung più matura. Xiaomi è al primo giro vero. Sta imparando in corsa.

Poi c’è il prezzo, che è il vero motore della strategia. Apple gioca tra i 400 e i 900 euro, Google resta nella fascia alta, OnePlus è già più aggressiva. Xiaomi scende ancora. Non è solo una scelta commerciale, è un modello industriale: margini ridotti, volumi alti, ecosistema che cresce.

Nel confronto diretto emerge un quadro chiaro. Apple resta il riferimento per integrazione e salute ma paga autonomia e prezzo. Pixel è il più coerente con l’universo Google ma soffre la batteria. OnePlus domina sull’autonomia ma è meno completa lato software. Xiaomi prova a stare nel mezzo: abbastanza potente, abbastanza precisa, molto più economica e soprattutto più autonoma.

Il risultato è un prodotto equilibrato. Non è il migliore in assoluto, ma è quello che mette più pressione agli altri. Perché risolve il problema che tutti conoscono e nessuno ha mai davvero sistemato.

È uno smartwatch pensato per l’utente Android che vuole tutto senza dover ricaricare ogni notte. È perfetto per chi arriva da una smartband e vuole fare il salto senza spendere troppo. È anche una scelta razionale per chi guarda Apple da lontano e non ha intenzione di pagare il prezzo dell’ecosistema.

Non è invece un prodotto per atleti ossessivi o per chi cerca la massima precisione sanitaria. E non è, almeno per ora, un oggetto premium nel senso pieno del termine.

La sintesi è semplice. Il Xiaomi Watch 5 non reinventa lo smartwatch. Ma fa qualcosa di più importante: lo rende finalmente pratico. E quando un prodotto tecnologico smette di essere un compromesso, di solito significa che il mercato è pronto a cambiare.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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