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Welfare incompiuto, allarme Censis: rischio di collasso sociale

Studio «Dove sta andando il welfare? Salute, assistenza e previdenza nelle attese delle famiglie» realizzato per Assindatcolf. È un’indagine realizzata presso un campione di 2.400 famiglie datrici di lavoro domestico

di Andrea Carli

Dal lavoro domestico l'1% del pil, spesa da 14,3 miliardi

3' di lettura

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Un welfare incompiuto, che fa paura. In tema di salute, assistenza e previdenza le famiglie italiane sono sempre più vulnerabili, incerte nella gestione della non autosufficienza e consapevoli di dover ricorrere a risorse proprie. A disegnare il quadro è uno studio («Dove sta andando il welfare? Salute, assistenza e previdenza nelle attese delle famiglie») realizzato dal Censis per Assindatcolf, Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. L’indagine è stata effettuata su un campione di 2.400 famiglie datrici di lavoro domestico.

Il contesto: la transizione demografica comporta un incremento della domanda di cure a lungo termine, con un aumento delle malattie croniche e delle condizioni legate all’età avanzata, e una maggiore necessità di risorse sanitarie, mettendo a dura prova la sostenibilità dei servizi pubblici. Nel 2022, sono stati investiti 65.991 milioni di euro nell’assistenza dalle istituzioni delle amministrazioni pubbliche, ovvero 54.606 milioni in prestazioni sociali in denaro e 12.637 milioni in prestazioni sociali in natura, di cui 1.252 proveniente da altre istituzioni. La spesa per l’assistenza sociale corrisponde solo all’11,7% della spesa totale delle prestazioni di protezione sociale, risultando la quota di investimento più bassa rispetto agli altri ambiti (sanità e sistema previdenziale).

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Dallo studio viene fuori che il 45,3% considera prioritario il potenziamento dei servizi domiciliari, partendo dal presupposto che la casa sia il miglior posto dove curarsi, il 58,7% chiede l’introduzione della deducibilità del lavoro domestico e il 49,1% dichiara di occuparsi personalmente, come caregiver, di un parente non autosufficiente, in aggiunta al ruolo della badante.

Il rischio di un collasso sociale

Secondo il report, la necessità di intervenire sulla spesa pubblica, il progressivo mutamento dei bisogni sociali e l’evoluzione demografica del Paese hanno messo in affanno il sistema, lasciando aperte molte questioni che in breve tempo sono diventate emergenze. In particolare, se nel 2020 è stato riservato alla spesa sanitaria pubblica il 7,4% del Pil, nel 2026 si prevede che sarà il 6,1%; le strutture residenziali socioassistenziali e sociosanitarie attive sono 12.576, con un’offerta di circa 414.000 posti letto (7 ogni 1.000 abitanti), la disponibilità più alta è al Sud con poco più di 1.000 posti letto ogni 100.000 abitanti; se oggi gli over 65 sono il 24,0% della popolazione (nel 1961 erano il 9,5%) e il 63,5% le persone in età lavorativa (15-64 anni) (nel 1961 erano il 66,0%), nel 2050 si prevede che gli anziani saranno il 34,5% e i 15-64enni saranno meno del 55%. Inoltre, 6,8 milioni di pensioni sono sotto i 1.000 euro mensili.

L’assistenza e i bisogni dei caregiver

Il 49,1% dichiara di occuparsi personalmente, come caregiver, di un parente non autosufficiente, una figura non alternativa alla badante ma integrativa. Per il 42,4% l’aspetto più critico dell’assistenza è la fatica fisica e lo stress che deriva dal far fronte ai tanti bisogni della persona assistita. Molto importanti sono anche i condizionamenti della quotidianità, spesso assorbita in maniera quasi assoluta dalle cure all’assistito e la rinuncia a una vita relazionale e autonoma (24,7%). Il 16,4% sottolinea, invece, la mancanza di un reale riconoscimento del ruolo del caregiver da parte delle istituzioni e la mancanza, quindi, di un compenso economico al lavoro svolto. Poco sopra l’8% si colloca chi ha dovuto abbandonare o ha dovuto trascurare il lavoro o comunque l’attività da cui discende il reddito del caregiver. Il 6,7% è invece preoccupato di poter arrecare danno all’assistito, non avendo il caregiver le competenze necessarie ai vari interventi che è chiamato a fare.

L’incertezza per il futuro

Il futuro fa paura. Il 40,7% delle famiglie giudica non proprio sicuro il proprio livello di risorse economiche e teme che le disponibilità in termini di reddito, patrimonio e risparmi possano non essere sufficienti nel caso di imprevisti. Completamente insicuro si dichiara, invece, il 12,5%, che sa che eventuali imprevisti potrebbero mettere la famiglia in seria difficoltà. Nel bilancio fra fattori di protezione – welfare pubblico, coperture assicurative, altre forme di autotutela personali di cui si dispone – e fattori di rischio futuri, è proprio l’inabilità e la non autosufficienza a raccogliere il maggior grado di rilevanza (64,6%). Le malattie e la necessità di dover ricorrere a prestazioni sanitarie occupano il secondo posto nella scala del rischio (con il 51,2%), mentre la diminuzione dei redditi e del tenore di vita negli anni della vecchiaia preoccupa prioritariamente il 35,0%. A seguire, la morte di chi è il principale portatore di reddito in famiglia rappresenta, nell’ordine, il quarto fattore di rischio più temuto, al quale si aggiunge la perdita del lavoro, la disoccupazione e la conseguente riduzione del reddito.

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