Stati Uniti

Warsh al debutto: tassi fermi e cinque task force per la Fed

Nella prima riunione del nuovo presidente la banca centrale non tocca il costo del denaro ma il board vede un aumento entro fine anno. Trump: difficile da credere, mi affido a lui

di Marco Valsania

Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh REUTERS

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La nuova Federal Reserve di Kevin Warsh debutta all’insegna della continuità sui tassi di interesse: ha mantenuto stabile, con decisione unanime, il costo del denaro americano nella fascia compresa tra il 3,50% e il 3,75 per cento. Ma i vertici della Fed hanno corretto significativamente la loro rotta, il cosiddetto “dot plot”, prevedendo in crescente numero una stretta anti-inflazione nel 2026.

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Il comunicato della Banca centrale, nel cancellare espliciti riferimenti di forward guidance, ha abbadonato il precedente “bias”, la predilezione, per allentamenti pro-crescita. Dal testo è svanito il riferimento ad «aggiustamenti ulteriori» nei tassi, tradizionale indicatore di potenziali tagli. Warsh, un tempo falco sui tassi, non aveva fatto mistero durante la campagna per essere scelto da Donald Trump alla guida della Fed, di prediligere adesso se possibile proprio riduzioni del costo del denaro, in linea con le preoccupazioni della Casa Bianca. Un quadro economico oggi segnato da tenuta dell’espansione e carovita galoppante gli ha però legato le mani.

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Nove dei 19 partecipanti al meeting della Banca centrale (su 18 in realtà, perchè Warsh si è sottratto al dot plot) hanno pronosticato almeno un rialzo dei tassi entro fine anno. Nessuno aveva effettuato una simile previsione in occasione del precedente vertice di marzo. Otto credono in tassi fermi mentre a ipotizzare un taglio è rimasto solo un esponente contro 12 in passato. Goldman Sachs ha parlato di «svolta a favore dei falchi», definendo «stretto il margine per evitare rialzi» dei tassi.

Warsh ha ammesso i dilemmi: «L’inflazione è nettamente superiore agli obiettivi ma realizzeremo, senza ambiguità, una stabilità dei prezzi», ha promesso alla conferenza stampa di debutto davanti alle sfide più immediate. Ha sottolineato che l’aggiornamento Fed dell’outlook sull’economia vede in media quest’anno anzitutto un’inflazione Pce che accelera al 3,6% dal 2,7 finora indicato, con un Pil al passo appena ritoccato al ribasso al 2,2% e una disoccupazione vicina all’attuale livello del 4,3 per cento. Una performance così riassunta con dal comunicato stesso della Fed: «L’attività economica si espande a passo solido nonostante elevate incertezze, in parte per il conflitto in Medio Oriente. L’inflazione rimane elevata rispetto all’obiettivo del 2%, in parte riflettendo shock dell’offerta».

Il maggior vento di cambiamento si è così respirato nelle dichiarazioni di Warsh su ambiziose riforme alla Banca centrale, anticipate da quell’iniziale comunicato sotto la sua egida che ha definito «più breve e semplice». Ha annunciato la creazione di cinque task force: comunicazione, riduzione degli asset Fed, uso di dati e fonti, produttività e lavoro (compresa Ai) e struttura dell’inflazione (che vorrebbe più sterilizzata).

Warsh ha potuto iniziare il suo mandato sotto buoni auspici: per la Fed quella di ieri è stata la prima decisione senza dissensi dallo scorso giugno. Nel recente passato, lo scontro tra falchi e colombe sui tassi aveva provocato livelli strappi con rari precedenti tra gli esponenti del comitato di politica monetaria. Nella precedente riunione di fine aprile, ben tre policymaker avevano dissentitito dal voto della maggioranza su tassi invariati.

Ma impietosi riflettori e pressioni sulla Fed nell’era Warsh non diminuiranno facilmente: Trump vuole stimoli economici e minore indipendenza della Fed dalle sue priorità. Ieri a caldo, riferendosi a possibili rialzi dei tassi, ha detto che «è difficile da credere; è una situazione che frena il Paese, ma ora c’è una persona molto valida al comando, quindi mi affido alle sue decisioni». Enigmatici dati e l’importanza della credibilità istituzionale consigliano invece prudenza e semmai resistenza agli inviti della Casa Bianca. L’espansione statunitense si è dimostrata finora resiliente, con riprese del mercato del lavoro, dopo una fase di indebolimento, e consumi ancora considerati solidi. L’ultimo dato, pubblicato proprio mentre si concludeva la riunione della Banca centrale, ha mostrato vendite al dettaglio in rialzo dello 0,9% a maggio, più dello 0,5% atteso. Anche senza lo shock del caro benzina sono cresciute dello 0,7%, più del triplo del mese precedente. Allo stesso tempo l’inflazione ha marciato al passo annuale del 4,2% annuale nei prezzi al consumo e del 6,5%, in quelli alla produzione, e se un accordo con l’Iran potrebbe far innescare rientri dei costi dell’energia l’interrogativo sulle tendenza del carovita resta aperto. E’ una combinazione che potrebbe tenere quantomeno congelati i tassi, forse fino alla metà dell’anno prossimo. E le piazze future hanno in realtà moltiplicato le scommesse su un prossimo rialzo, con percentuali quasi quintuplicate al 37% già alla riunione Fed di fine luglio.

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