Arte

Warhol e l’amore per l’Italia

Al Refettorio delle Stelline di Milano una mostra racconta gli anni italiani dell’artista più iconico del 900’

di Caterina Turrone

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«Voglio essere una macchina», diceva Andy Warhol. Una frase che suona quasi fredda, ma che racconta bene il modo in cui pensava al suo lavoro. Niente aura romantica attorno alla figura dell’artista, piuttosto una processualità continua fatta di immagini riprodotte all’infinito. A molti questo approccio è sembrato più orientato al mercato che alla ricerca. E invece proprio lì sta il punto. Warhol prende ciò che circola ogni giorno, lo studia con attenzione e lo rimette in scena estraendone l’essenziale, dandogli un taglio unico.

Fama, vanità, consumismo

Nelle sue opere è presente tutto ciò che riempie lo sguardo contemporaneo: la fama, la vanità, il consumismo. La serigrafia è una tecnica fondamentale in questo processo, perché ripete e moltiplica le immagini in maniera fredda e meccanica, nulla più di questo poteva rendere meglio l’idea del messaggio che egli voleva esprimere. Tra gli artisti più famosi e riconoscibili del Novecento, poliedrico e geniale, nel corso della sua attività ha sperimentato linguaggi diversi, con un impatto netto sulla cultura visiva del suo tempo e sulle generazioni successive. Un momento meno noto ma significativo riguarda il lavoro svolto durante il periodo trascorso in Italia. La mostra Andy Warhol. Passaggio in Italia 1975-1987, in programma dal 20 marzo al 20 giugno 2026 alla Galleria Crédit Agricole Refettorio delle Stelline, racconta proprio questa fase. In esposizione oltre cento opere, materiali d’archivio e lavori commissionati da figure chiave del sistema dell’arte come Alexander Iolas, Lucio Amelio e Luciano Anselmino, che mostrano la naturale disinvoltura con cui l’artista si muove nel contesto italiano, tra clima culturale e relazioni del periodo. Accanto alle opere di Warhol, la mostra presenta anche una selezione di lavori provenienti dalle Collezioni Crédit Agricole Italia, testimonianze della ricerca artistica italiana e internazionale degli anni Settanta e Ottanta, utili a comprendere il contesto culturale e il ruolo estremamente influente dell’artista nel panorama mondiale.

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Napoli e Milano

Napoli e Milano sono due luoghi da lui particolarmente amati, dove realizza opere centrali per questa mostra. Napoli è la città che osserva con interesse e che percepisce, per alcuni aspetti, simile a New York. Trova nel Vesuvio un soggetto perfetto per il suo linguaggio, la forma e il suo carattere iconico si prestano al suo modo di lavorare sull’immagine. Nasce così Vesuvius, in cui il vulcano è rappresentato nel momento dell’eruzione, un’idea maturata sull’onda emotiva del terremoto in Irpinia e trasformata in immagine attraverso colori pop e il suo tratto inconfondibile. A Milano l’attenzione si concentra su una delle opere più celebri della storia dell’arte, il Cenacolo Vinciano. Warhol ne è consapevole e su impulso del suo gallerista Alexander Iolas, decide di misurarsi con l’opera di Leonardo da Vinci seguendo il proprio linguaggio e le proprie regole. Nasce The Last Supper, una serie che rielabora l’immagine dell’affresco attraverso variazioni cromatiche e ingrandimenti di dettagli. La sua intenzione non era tanto far riflettere sull’opera originale, quanto sulle sue riproduzioni di massa e sul loro utilizzo commerciale. L’operazione riesce e l’inaugurazione della mostra Andy Warhol. Il Cenacolo, allestita proprio nel Refettorio delle Stelline nel 1987, andò oltre ogni aspettativa. Un momento quasi performativo, più che una semplice presentazione. Era un personaggio magnetico, e tutto ciò che toccava acquisiva unicità. Questa serie, realizzata in una fase avanzata della sua carriera, è anche l’ultima a cui si dedica prima della morte, assumendo quasi un valore profetico, “l’ultima opera”. Nella sezione finale dell’esposizione è presentata un’ampia selezione di copertine di LP realizzate tra gli anni Cinquanta e Ottanta, insieme ai ritratti della serie Ladies and Gentlemen, legati alla fase della cosiddetta “Second Factory”, più orientata agli aspetti commerciali rispetto alla prima “Factory”. Le serigrafie rimandano anche al momento in cui il collezionista Luciano Anselmino porta il progetto nella sua galleria milanese, coinvolgendo una figura di grande rilievo come Pier Paolo Pasolini per la stesura del catalogo. Pasolini verrà assassinato poco dopo, senza mai vedere completato il catalogo con il suo testo introduttivo. Nell’ultima parte sono esposti LP trasformati in oggetti d’arte dall’intervento dell’artista. Il vinile, già pop per sua natura, diventa una superficie ideale per il suo lavoro, resa ancora più interessante dalla sua riproducibilità tecnica. Immagini e suoni si moltiplicano e si diffondono all’infinito. Qui nasce l’incontro tra suono e visione, in linea con la sua ricerca, in cui la ripetizione genera iconicità. Warhol ci mostra come la società dei consumi saturi la nostra attenzione, trasformando le persone in prodotti e i prodotti in icone, anticipando dinamiche centrali della contemporaneità. Grazie alla sua formazione da grafico pubblicitario, comprese fin da subito la forza comunicativa dell’immagine, utilizzandola per creare un’arte accessibile, riconoscibile e profondamente legata alla realtà sociale. Questa mostra incarna pienamente il suo modus operandi mettendo in luce un periodo meno noto ma particolarmente intenso della sua attività artistica.

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