Market Mover

Titoli di Stato sotto tiro
Non si arresta l’ondata di vendite sul segmento dei governativi. Perché? Ne parliamo con Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet AM
Ascoltalo oradi Michele Romano
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I cappelli che si producono nel fermano-maceratese hanno definitivamente convinto le grandi case internazionali della moda. La Svizzera, dove si trovano i principali hub logistici della distribuzione globale del segmento del lusso, continua a essere il primo mercato di riferimento, grazie a una crescita che nel triennio 2020-2022 è stata del 71,8% per un valore di prodotti esportati che l’anno scorso ha toccato 50 milioni di euro. La Francia è il secondo importatore e l’incremento nel triennio è stato addirittura del 124,4%, a quota 40 milioni nel 2022: qui hanno sede i più grandi gruppi della moda e del lusso, tra i quali LVMH e Kering, che anche attraverso gli uffici stile dei loro brand stanno accompagnando anche il cappello marchigiano nella transizione green, decidendo quali materiali utilizzare, non inquinanti già dall’inizio della filiera, e puntando sempre di più sulla qualità per allungare la vita dei capi. Crescite a doppia cifra percentuale ci sono state anche in Germania (+24,8% e terzo paese-cliente), Stati Uniti (+36,8%) e Regno Unito (+19%), dove l’impatto della Brexit e del covid è stato praticamente azzerato. Tutti segnali inequivocabili di un prodotto riconosciuto e apprezzato nel mondo per la qualità artigianale che riesce a esprimere. Complessivamente, l’anno scorso sono finiti all’estero cappelli di tutte le tipologie di prodotto (tessuto, pelle, feltro, paglia e filato) per un valore di circa 300 milioni, rispetto ai 421 milioni del dato nazionale (+28,4% rispetto al 2021).
Così, il dato di crescita delle importazioni di cappelli dalla Cina, pur significativo per il business delle aziende locali, diventa marginale: si tratta, infatti, di prodotti destinati alla grande distribuzione organizzata, al promozionale e al segmento dei souvenirs, con un target di prezzo medio-basso per un mercato che, dopo la pandemia, è ripartito insieme ai flussi di turisti stranieri che visitano il nostro Paese.
Il dato forte e significativo resta dunque quello della crescita record delle esportazioni: una spinta sostenuta dall’evoluzione decisa del prodotto, che ha virato verso il segmento medio-alto. «Una buona notizia per i nostri produttori e per l’Italia, visto che nel Fermano-Maceratese è concentrato oltre il 70% della produzione del nostro Paese», dice Paolo Marzialetti, alla guida di Paimar, una delle aziende simbolo del made in Italy nel mondo, e presidente nazionale settore cappello di TessiliVari. Le maisons chiedono qualità artigianale e tempi industriali, la risposta è stata l’automazione spinta, «almeno fin dove è possibile, perché alcune lavorazioni, finiture e controllo continueranno a essere fatti obbligatoriamente a mano». Così dopo la digitalizzazione e la manifattura 4.0 sta entrando in gioco anche l’intelligenza artificiale, benché limitata in particolare alle fasi di progettazione e di prototipazione ma utile ad accorciare a monte i tempi della catena produttiva.
Ai positivi sui fatturati però fanno da contraltare quelli su imprese (complessivamente 123 tutte di piccola dimensione, erano 150 prima della crisi pandemica) e addetti (1.980, circa 200 rispetto al 2019), un calo che sta diventando strutturale per la scarsità di manodopera specializzata, «legata al ricambio generazionale e alla formazione da portare avanti in modalità permanente all’interno di aziende e laboratori da parte dei titolari e dei collaboratori di più lunga esperienza alle spalle, data la forte vocazione manuale e artigianale delle nostre attività produttive, che vanno in ogni caso a integrarsi con i nuovi processi di digitalizzazione e di manifattura 4.0». Diventa così fondamentale la collaborazione con gli istituti tecnici e professionali e con le università e imprescindibile la cosiddetta formazione continua on the job, «da effettuarsi in azienda e destinata alle nuove maestranze e soprattutto a quelle ancora in forza nelle aziende». Le risorse ci sarebbero: «Sono quelle del Fondo Sociale Europeo e del Pnrr, che non vanno sprecate in mille rivoli, ma destinate realmente alle aziende, affinché possano arginare e ribaltare questa tendenza, che rischierebbe di far scomparire a breve interi comparti e distretti produttivi, compreso quello del cappello».
Restano aperte anche altre questioni: «A partire dalla Zona Economica Speciale e dell’Area di Crisi Complessa, irrinunciabili per noi, essendo le Marche una regione in transizione e il nostro distretto produttivo ricadente nel cratere sismico – conclude Marzialetti -. L’abbiamo chiesto invano e ripetutamente alle istituzioni nazionali e regionali, anche per le nostre aziende, come già avviene per quelle dei comuni della Bonifica del Tronto e che, a questo punto, non è più dunque rinviabile».