Vittorio Occorsio e un impegno pagato con la vita
All’Archivio di Stato di Roma il racconto del magistrato ucciso cinquant’anni fa da Ordine nuovo attraverso pannelli esplicativi, foto, documenti, giornali: per una memoria che ci mantenga sempre vigili
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Roma, 10 luglio 1976. Il magistrato Vittorio Occorsio, 47 anni, esce di casa al mattino e prende la sua Fiat 125 per andare in Tribunale. Dall’indomani è in ferie.
All’improvviso lo colpisce una scarica di mitra, si accascia su sé stesso, mentre sul sedile accanto gli assassini lasciano nove volantini con la rivendicazione: c’è la firma di Ordine Nuovo, la formazione della destra eversiva guidata da Pierluigi Concutelli. Il figlio del giudice, Eugenio (poi giornalista a Repubblica), 20 anni, è l’unico in casa, si precipita a vedere quel che è successo, chiama la mamma Emilia – in quel momento dai genitori a Grottaferrata – e la sorella Susanna. È l’ennesimo episodio sanguinoso di quegli anni e in particolare di quel ’76 così tormentato nella storia del nostro Paese (un mese prima le Brigate Rosse avevano ammazzato il procuratore di Genova Francesco Coco). Una mostra, piccola ma molto significativa e istruttiva, allestita a Roma nella splendida sala Alessandrina dell’Archivio di Stato (a un passo da Palazzo Madama), racconta chi era Vittorio Occorsio, il contesto in cui operava, la natura delle indagini che conduceva, la cifra degli assassini. Ma anche la sua normalità, la vita familiare, le vacanze, una quotidianità spezzata per aver fatto il proprio dovere.
Circondati dalle librerie di legno disegnate da Borromini, ci si muove tra pannelli esplicativi, documenti, fotografie, articoli di giornali che restituiscono il clima di tensione di quella fase storica. Il sostituto procuratore pagò con la vita la sua serietà e il suo impegno, condannato dalla «giustizia rivoluzionaria» – così nel volantino – per i processi intentati contro Ordine nuovo i cui esponenti «sono illegalmente trattenuti nelle democratiche galere» o «da anni costretti a una dura latitanza»: per questo, si legge ancora nel foglio dattiloscritto proveniente dall’Archivio di Stato di Firenze, «l’atteggiamento inquisitorio tenuto dal servo del sistema Occorsio nel colpire gli Ordinovisti lo ha degradato al livello di un boia. Ma anche i boia muoiono!». Accanto alla toga appartenuta al giudice, e a un mitra uguale a quello usato dai terroristi (un Ingram: l’originale non è mai stato trovato), vi sono teche con atti giudiziari, lettere e verbali che mostrano come Occorsio si sia occupato delle vicende più complesse e drammatiche di quel tornante della nostra storia: dal tentativo di colpo di Stato del ’64 messo a punto nel piano Solo e coordinato dal generale De Lorenzo (svelato tre anni più tardi da un’inchiesta sull’Espresso) alla strage di piazza Fontana e alle bombe esplose a Roma quello stesso 12 dicembre 1969 (quando Occorsio era di turno in Procura) sino alle prime indagini sulla Loggia massonica P2.
Per quel che riguarda Ordine nuovo, Occorsio applicò la legge Scelba che attua il principio costituzionale sul divieto della riorganizzazione, in qualsiasi forma, del partito fascista. Ne conseguì lo scioglimento del movimento: non glielo perdonarono. Paese Sera, nell’edizione della sera del 10 luglio, dette la notizia con un titolo a caratteri cubitali: la prima pagina è ritagliata, priva della foto del cadavere rimossa dai figli per risparmiare quell’ulteriore dolore alla mamma. Enrico Berlinguer espresse subito in un telegramma lo «sdegno» e il «raccapriccio» di fronte alla «ferocia di criminali che mirano a colpire le istituzioni democratiche», partecipando con commozione al dolore dei familiari. Altrettanto scrisse Aldo Moro. Vittorio Occorsio era peraltro consapevole dell’escalation dell’eversione e della violenza, come testimoniano alcuni appunti scritti a mano, ritrovati dalla famiglia ed esposti in mostra. Una radicalizzazione che non risparmierà neanche il collega chiamato a proseguire alcune sue indagini: nel giugno 1980 sarà assassinato a Roma il sostituto procuratore Mario Amato.
Visitare questa mostra (destinata soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, ma non solo) è dunque importante perché la memoria non deve mai affievolirsi: da un lato impone l’omaggio a un servitore dello Stato, dall’altro trasmette con forza il monito a non sottovalutare ogni possibile arretramento nello Stato di diritto.









