Cassazione

Violenza domestica, l’identikit del maltrattante e le fasi dell’escalation

Dalla richiesta di lasciare il lavoro per amore al trattamento riservato a un cane. La Cassazione descrive le fasi tipo dell’uomo violento

di Patrizia Maciocchi

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La richiesta di lasciare il lavoro, come condizione per continuare la storia d’“amore”, poi quella di non vedere più «quella poco di buono» della migliore amica, lasciare andarei genitori, le amicizie di sesso maschile che «non si addicono ad una donna perbene». Infine la violenza cieca, la testa contro il muro, gli schiaffi, i calci, i capelli tirati e il viso stretto tra le mani per urlarle in faccia tutta la sua pochezza di donna, la sua inutilità. Ma quando lei lo lascia, lui diventa l’uomo più affettuoso e pentito del mondo, fino a convincerla che vale la pena di tornare e provare di nuovo a volersi bene. E lì ricomincia l’inferno: l’ordine di pulire la casa e cucinare appena uscita dall’ospedale dopo una minaccia di aborto, la violenza sistematica.

Le tre fasi della violenza

Quando arriva l’anoressia, come risposta di un corpo e di una mente maltrattati, è lui che sceglie i medici, con i quali lei non può mai restare sola, lui è lì anche durante l’alimentazione con il sondino naso-gastrico. La Corte di cassazione nel confermare la condanna dell’imputato per maltrattamenti, aggravati dallo stato di gravidanza della compagna - trattata, secondo i testimoni, «come un cane» - traccia un identikit dell’uomo maltrattante e descrive le fasi della violenza in un rapporto tossico. I giudici raccontano i segnali che ogni donna dovrebbe cogliere, prima che le grida si spengano in un grande silenzio.

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La Suprema corte traccia il ciclo della violenza un modello teorico «che aiuta a comprendere come e perché - si legge nella sentenza - si sviluppano e si ripetono le dinamiche abusive nelle relazioni intime».

La prima fase di crescita della tensione è quella nella quale si manifestano le forme tipiche della violenza psicologica e verbale. Da una parte c’è lui irritabile, che mostra un’ostilità e una freddezza crescenti, colpevolizza la partner, la umilia, sminuisce la sua identità, impone divieti e la isola dalla vita sociale. Dall’altra c’è lei, che cerca di evitare l’escalation di violenza, accontenta e previene, fa a pezzi la sua vita privata e si chiude per compiacere, evita tutti i comportamenti che possono creare conflitti, fa a meno di esprimere il suo punto di vista. Paga con la perdita dell’autostima, per il suo sentirsi inadeguata socialmente e culturalmente, l’inutile tentativo di salvare il rapporto o tenere unita una famiglia.

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La seconda fase è quella della violenza fisica, delle botte, del terrore e della sopraffazione. Per la donna - avverte la Cassazione - è il momento più pericoloso, in cui la paura la spinge a chiedere aiuto ad amici e parenti, a denunciare, a farsi curare, a esprimere la volontà di separarsi. Tutto senza però rinunciare alla speranza di poter cambiare il proprio partner, di tenere unito il nucleo familiare.

La terza fase - spiegano i giudici - è quella della riappacificazione, la cosiddetta “luna di miele”. L’aggressore diventa rassicurante, si pente, promette di diventare un altro «e individua cause esterne della propria violenza e convince la vittima - scrivono i giudici - della loro transitorietà». In questo modo la donna si confonde, minimizza quasi subito, si sente in parte responsabile e archivia la violenza come una parentesi. La convivenza riprende in una calma apparente, con un segreto timore per la sua sorte e quella dei figli.

«Questa alternanza si ripete nel tempo e le diverse fasi si intensificano e si aggravano in una spirale strutturata - si legge nella sentenza - che spiega perché molte vittime di violenza domestica ritornano nella relazione maltrattante - come avvenuto nella specie - ritrattano le accuse e non sono più in grado di uscirne, sempre più immobilizzate da paura, isolamento e dipendenza (soprattutto economica), acquisendo quella condizione di particolare vulnerabilità, frutto di questo complesso percorso ciclico».

La sopraffazione frutto della cultura

Nel caso esaminato la Suprema corte descrive le fasi che hanno portato la donna a essere trattata “come un animale”. Un’escalation, frutto dell’impostazione culturale e identitaria dell’autore delle violenze, chiaramente discriminatoria verso la donna, tenuta a obbedire alle sue regole e a rispettare il ruolo che «le donne non devono lavorare», secondo cui «non sei buona neanche a letto, neanche ad avere figli». Prima il mantenimento, poi la sopraffazione. E i giudici della Cassazione tracciano così un quadro frutto di anni e anni di esperienza che permettono alla Corte di lanciare un alert alle donne per riconoscere i campanelli di allarme.

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