Lo studio

Vino siciliano, il futuro passa da export mirato ed enoturismo

Il rapporto Nomisma Wine Monitor per UniCredit, presentato a Palermo con il lancio di Sicilia en Primeur 2026, fotografa un’isola che tiene sui mercati internazionali, spinta dai bianchi Dop, e individua nelle cantine e nei territori una leva sempre più forte di attrazione e crescita sul fronte turistico

di Nino Amadore

La presentazione Mariangela Cambria, presidente di Assovini di Sicilia En Primeur 2026 che si terrà a Palermo a maggio

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Il vino siciliano si prepara ai prossimi anni con un doppio obiettivo: difendere l’export in uno scenario internazionale più fragile e trasformare l’enoturismo in una leva stabile di crescita. È il quadro che emerge dalla ricerca Nomisma Wine Monitor per UniCredit, presentata oggi a Palermo insieme all’edizione 2026 di Sicilia en Primeur, in programma nel capoluogo dall’11 al 15 maggio.

Nel 2025 l’export mondiale del vino è sceso ancora e anche quello italiano ha chiuso in calo del 3,6% a valore. Ma dentro questo quadro la Sicilia ha mostrato una capacità di tenuta maggiore di altri territori. L’export di vino dall’isola ha raggiunto 153,3 milioni di euro, in lieve crescita sul 2024 e in aumento di oltre il 50% rispetto al 2015. Gli Stati Uniti restano il primo mercato di sbocco con il 22% del totale, seguiti da Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Canada. A trainare sono soprattutto i bianchi Dop siciliani, saliti del 2,4% a valore, con una crescita dell’8,4% proprio negli Usa. Più in sofferenza, invece, i rossi Dop, che hanno perso l’11%.

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La tendenza coincide con l’evoluzione dei consumi. In Italia il peso dei rossi si riduce, mentre cresce l’attenzione verso i bianchi e verso vini più legati all’origine e al territorio. La Sicilia appare allineata a questo cambio di mercato: i bianchi valgono oltre il 64% della produzione regionale e la quota di vini Dop e Igp sfiora l’80%, sopra la media nazionale. Il futuro, quindi, si giocherà sempre meno sui volumi e sempre più su posizionamento, identità e qualità percepita.

In questa strategia l’enoturismo diventa un tassello decisivo. Per le imprese vinicole italiane vale già 3,1 miliardi di euro e genera una spesa media di 123 euro per l’acquisto di vino in cantina, 41 euro per la degustazione e 145 euro per il pernottamento. In Sicilia il fenomeno ha un profilo ancora più internazionale: la clientela è composta soprattutto da stranieri, in particolare statunitensi, tedeschi e britannici. E c’è un dato che pesa: nei comuni dell’Etna legati al disciplinare dell’Etna Doc, tra il 2019 e il 2024 gli arrivi turistici sono cresciuti del 17,4%, contro una media regionale del 12,4%.

Ancora più significativo il dato sugli americani. Tra gli enoturisti statunitensi che nei prossimi due o tre anni vogliono fare esperienze in Italia, il 26% indica la Toscana e il 16% la Sicilia. L’isola è già la seconda destinazione evocata, e questo la colloca in una posizione favorevole in uno dei mercati più importanti per il vino regionale.

«Il settore vitivinicolo che rappresenta un pilastro strategico per l’economia siciliana, si trova ad operare oggi in un contesto globale complesso, in cui vecchie e nuove sfide si affiancano però a significative opportunità, come l’ascesa dell’enoturismo, leva strategica a supporto di competitività, attrattività e valorizzazione del territorio - dice Salvatore Malandrino, Regional Manager Sicilia di UniCredit -. UniCredit rinnova l’impegno ad accompagnare le imprese in questo percorso, attraverso il credito, un modello di servizio dedicato e consulenza specialistica».

Sulla stessa linea Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia, che lega la crescita dell’enoturismo alla capacità di difendere l’identità del vino: «Assovini Sicilia scommette sull’enoturismo non solo come strategia ma come asset delle nostre cantine, che stanno rispondendo in maniera dinamica alle nuove sfide del mondo del vino. Il wine tourism ci consente di raccontare il vino come prodotto culturale e parte di un contesto più ampio, dove convivono paesaggio, storie, produttori e gastronomia. La cantina non è un ristorante per matrimoni, come diceva il mio amico Diego Planeta: enoturismo sì, se si preserva la vera anima del vino».

La partita si sposterà qui: meno dipendenza dai soli flussi commerciali, più capacità di trattenere valore nei territori. Se la Sicilia saprà trasformare il suo vantaggio reputazionale in esperienze coerenti con l’identità delle cantine e capaci di parlare al pubblico internazionale, potrà rafforzare insieme export, brand e marginalità.

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