«Vino dealcolato e cibi sintetici sono estranei all’identità italiana»
Rispetto ai loro genitori, Dominga, Marta ed Enrica hanno portato una impostazione più sistemica e integrata e hanno avviato anche attività con utilità sociale
di Paolo Bricco
6' di lettura
6' di lettura
«Abbiamo pensato se fare o no il vino dealcolato. Abbiamo deciso di no. Il vino dealcolato, i cibi sintetici e gli alimenti processati sono tutte espressioni di una supremazia tecnologica che non appartiene all’identità italiana, allo spirito più profondo delle nostre comunità e all’interesse strategico del nostro Paese».
Dominga Cotarella è una delle tre sorelle Cotarella, che – pur non essendo tutte sorelle - stanno poco alla volta diventando un brand nel vino italiano per la qualità dei loro prodotti, per le attività nella formazione e nell’ospitalità e per la loro presenza nella dimensione sociale, che è sempre più contigua al fare impresa. Le sorelle Cotarella sono appunto Dominga, figlia di Riccardo e di Maria Teresa, e Marta ed Enrica, figlie di Renzo e di Angela. Siamo seduti intorno a una tavola che per abbondanza di cibi, colori di salse e profumi di pane e focacce appena sfornate descrive bene la ricchezza semplice della cucina del centro Italia, contadina fino all’osso.
A Montecchio, in provincia di Terni, nell’azienda agricola Cotarella il caldo è intenso. Fuori il profilo delle colline fra Umbria e Lazio tende a imbrunirsi per la temperatura. Il paesaggio è, insieme, lavorato e selvatico. La luce estiva è accecante. La canicola di luglio rende brillante il verde e il marrone della terra, delle piante, degli alberi, dei filari.
I salumi e i formaggi – prosciutto umbro e capocollo, più pecorino dell’alta Tuscia di diverse stagionature - sono buonissimi. Ed è eccellente la focaccia fatta in casa. Perfetti il metodo classico Brut Rosé e il Ferentano Bianco Lazio del 2021. «Ci consideriamo tre sorelle, abbiamo dormito per tutta l’infanzia e l’adolescenza nella stessa stanza, nel podere di Monterubiaglio, a cinque chilometri da Orvieto. Noi tre più la nonna Maria Grazia, moglie del nonno Domenico, il contadino che ha fondato l’attività di famiglia», spiega Enrica. Che aggiunge: «Siamo una famiglia particolare. Mia madre Angela e mia zia Maria Teresa vivono in camere vicine, hanno lo stesso conto corrente, hanno una macchina sola».
Marta – il cui vino del cuore è lo champagne di Alexandre Filaine, un piccolo produttore di Damery, nella valle della Marna - si occupa dell’amministrazione, della pianificazione e del controllo e, in più, ha la funzione di sintesi di amministratrice delegata. Dominga, che più di tutto apprezza il Cervaro della Sala di Antinori, segue il commerciale. Enrica, che ha come vino più amato il Montiano della sua famiglia, si occupa della ospitalità, della comunicazione e dell’immagine. Marta è una Ceo naturale, che senza il destino del vino potrebbe avere la responsabilità di qualche dipartimento internazionale di una delle Big Four della consulenza angloamericana. Dominga è una Erinni di cuore generoso della campagna umbra, con una energia tale da potere un giorno fondare un partito. Enrica, che delle tre è la più delicata e talentuosa, in una altra vita avrebbe potuto fare la cantante o l’attrice di teatro.









