Vinitaly: Pedrolli, l’esportatore che educa gli americani ai vini di qualità
di Marco Valsania
6' di lettura
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New York - “Cerco, oggi come ieri, di scoprire realtà vinicole interessanti e di portarle negli Stati Uniti”. Così, con semplicità, negli uffici di Manhattan dell'importatore italiano di vini Vias il suo “patron” Fabrizio Pedrolli spiega la missione che l'ha guidato per quasi quarant'anni. Una missione non semplice per una società di nicchia - alcuni milioni di bottiglie l'anno esportate verso le cantine di oltre 16.000 ristoranti ed enoteche americane - in un mondo spesso segnato da acquisizioni e concentrazioni.
Una lunga marcia di un gruppo di famiglia con il doppio passaporto, perchè la sede principale rimane a Trento, dove abitualmente risiede lo stesso Pedrolli. La sua storia diventa però oggi un esempio - e un efficace osservatorio - delle opportunità grandi e piccole create dalla diffusione dei vini della Penisola oltreoceano.
Il successo del vino italiano negli Usa
Qualche dato, in occasione della fiera Vinitaly di Verona che esporrà i meriti globali del business del vino italiano, è d'obbligo per dare la misura delle fortune conquistate dall'elisir di Bacco tra le stelle e le strisce. Il mercato statunitense del vino è reduce da un'era di forte crescita: Silicon Valley Bank in un rapporto ormai annuale sottolinea come dal 1994 abbia conosciuto il più significativo boom nella sua storia. In valore è arrivato a 62 miliardi di dollari l'anno e rappresenta una quota del 17% delle vendite di alcolici. In casse di vino da tavola, 290 milioni l'anno. E se gran parte è tuttora di provenienza domestica, 221 milioni, per il resto in testa c'è l'Italia, con il 30% dell'import. Solo alle spalle spuntano nazioni quali Francia, Australia, Cile, Spagna, Nuova Zelanda e Argentina.
Triplicata la sete di vino, raddoppiata la sede a New York
Pedrolli sottolinea come in tre o quattro decenni la sete di vino sia di fatto triplicata: i consumi erano di 4 litri a persona su 250 milioni di abitanti, sono arrivati a 11 litri su 300 milioni. Nella categoria dello sparkling, nel vino frizzante, i volumi viaggiano a 20 milioni di casse, stabili attorno al 6,4% dei consumi totali. Per metà di produzione locale, ma nell'altra metà, quella importata, è ancora una volta l'Italia che domina con il 55% e volumi in crescita grazie al boom del Prosecco - nonostante meno bene facciano prodotti più sofisticati in faticosa concorrenza con lo status dello champagne francese.
Vias, in omaggio alle crescenti opportunità, ha appena raddoppiato la sua sede a Manhattan, sulla Sesta Avenue a Midtown, traslocando in locali che occupano 1.100 metri quadrati; ha ormai 60 dipendenti tra i quali nuovi esperti di brand management. “Quindi sono ottimista”, commenta Pedrolli. La distribuzione è diretta a New York e New Jersey, piazze considerate strategiche. Altrove ricorre a partner che però sostiene, “facendo anche un po' di cultura”.
La strategia: una scelta accurata per un prodotto di livello medio-alto
La società rivendica una caratteristica a cui tiene: “Mi muovo nel settore vinicolo specialistico, con una rappresentanza di livello medio/alto e attenzione al rapporto qualità/prezzo”, spiega Pedrolli. L'avversario dichiarato: una commercializzazione eccessiva, “che bussa sempre alle porte” e mette in discussione “la propria identità”. Pedrolli tuttora seleziona e controlla con un enotecnico tutte le partite di vini destinate oltreoceano presso la sede di Trento. E durante la scorsa Assemblea generale dell'Onu è soddisfatto di poter dire che alcune “sue” bottiglie sono finite in tavola a eventi internazionali sponsorizzati dall'Italia. Con quest'identità vuole tener fede alla sua nicchia. In un mercato, come accennato, altrimenti dominato - al 73% - da una decina di colossi della distribuzione. E dominio è anche la parola d'ordine quando si tratta dei marchi di prodotto: 27 brands hanno il 46% del mercato. Per rimanere sull'Italia, cinque cantine - Cavit, Stella Rossa, Cantine Riunite, Mezzacorona e Ruffino - contano per il 45% dei vini importati.

