Vietati ganci e rullate
Due contro due e una pallina che schizza da una parte all'altra. Un gioco? No, molto di più: l'emblema di estati infinite, di un'epoca sempre più lontana dove tutto è nostalgia e luce
di Enrico Dal Buono
4' di lettura
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Io non sono un oggetto, sono un tempo. C'è marzo, c'è il 1954, c'è l'età del bronzo, c'è dopodomani. E c'è il biliardino, cioè ci sono io. Quattro gambe e otto manopole e un immenso mai più, io sono la forma delle cause perse, perché non c'è causa più persa del passato. I miei attimi si squagliano sotto il sole feroce del tempo, anno dopo anno, gli spigoli si smussano, le punte s'arrotondano, e io sgocciolo nella memoria degli uomini i colori di una felicità mai vissuta davvero: il rosso-viola dell'amarena, un bianco denso di panna, l'ambra frizzante della cola, il blu impossibile del Puffo.
Durante il biliardino, là in fondo, dove tutto è nostalgia e luce, nelle estati della vostra infanzia, voi riempite i gavettoni e li richiudete con sbuffi e gran fatica: la plastica scappa via da un indice che ancora non ha imparato a manipolare le cose del mondo. Caricate pistole e fucili ad acqua e sparate i primi colpi contro il muro per liberare la volata dal calcare.
Tendete agguati da sopra le cabine, da dietro le siepi, da sotto i lettini, ma a furia di sgridate vi mettete in testa che gli esseri umani sono di specie diverse, e ognuna di queste va trattata in modo diverso: gli adulti, in particolare se vestono camicie e camicette, devono restare asciutti per legge. Leccate in fretta stecchi gelato che colano sul cemento, nel retro degli stabilimenti balneari, parlate al microfono, un microfono dolce che vi deforma e v'interrompe la voce, una parola e una leccata, due parole e due leccate.
Vi prendete certe cotte, le prime cotte, per ragazzine che non vi accorgete neppure siano in costume, sono tutte occhi e promesse, quelle ragazzine, promesse di una gioia che non sapete nominare e allora la soprannominate Chiara, Giulia, Francesca, Isabella. Le canzoni che danno il titolo agli anni, un giorno le ritroverete per caso tra i suoni del cosmo, ed eccovi ancora per alcuni secondi dall'altra parte del tempo, qui nel mio tempo, e ci sarà lo stesso odore di piadina, quelle facce a cui non pensavate da quando le stanze e gli istanti vi sembravano enormi.
Le amicizie estive, che vanno e vengono, che vengono per due mesi e vanno per dieci, e vengono e vanno, e vengono di nuovo e poi non tornano più. Il dopo pranzo sotto l'ombrellone, «adesso è troppo caldo», gli occhi chiusi, le carezze di un sonno leggero, il chiacchiericcio della spiaggia che si fonde con le filastrocche della risacca, gli uomini e il mare che dicono tutto per non dire nulla ed è questa la voce della pace.








