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Videogiochi: quando il parental control diventa l’ansiolitico digitale per mamma e papà

Pubblichiamo un estratto del libro di Luca Tremolada «Tasto Pausa» edito dal Sole 24 Ore, 160 pp, in libreria a 16,90 euro.

di Luca Tremolada

4' di lettura

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Pubblichiamo un estratto del libro di Luca Tremolada «Tasto Pausa» edito dal Sole 24 Ore, 160 pp, in libreria a 16,90 euro.

Il concetto del parental control, che potreste conoscere anche come filtro famiglia, è forse una dimostrazione plastica ed efficace del motivo per cui la Gen Z è considerata una generazione ansiosa. Questi strumenti nascono con l’avvento di internet per monitorare l’attività online dei figli, vedere quali siti web visitano, quali app utilizzano e quanto tempo trascorrono online. I primi strumenti di controllo parentale erano principalmente filtri web. Nel 1995 Net Nanny lanciò il primo software di filtro internet gestito dai genitori, creando di fatto questa categoria del software. Questo software filtrava i contenuti web e delle chat room, bloccava le immagini e censurava le volgarità.

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Oggi avviene esattamente il contrario: il parental control è fondamentalmente un software per papà e mamma, che può aiutarli a gestire la propria ansia generata dall’uso di internet e dei social media da parte dei propri figli. Se vogliamo, è uno strumento non solo utile ma quasi terapeutico, perché ci offre l’illusione di poter regolare la dieta mediatica dei nostri figli dentro gli schermi. Attenzione, in parte ci riesce: i filtri funzionano. Non dico che siano inutili. Ma ormai dovremmo aver capito, dall’avvento dei social in poi, quanto l’esercizio del controllo digitale sia tecnicamente complicato e si riduca spesso a essere il pretesto perfetto per affidarsi a soluzioni esterne.

Affidiamo cioè a un software la supervisione della navigazione dei nostri figli semplicemente perché non possiamo stare tutto il tempo con loro a sbirciare quello che fanno sui loro schermi. Non ci fidiamo e quindi deleghiamo. Al posto di dare fiducia e richiedere rispetto, chiediamo alle macchine di adottare il nostro modello educativo. In pratica chiediamo ai social e alle console di videogiochi di ascoltarci come se fossero baby-sitter che annotano le nostre istruzioni su come è bene comportarsi con il minore. A differenza però degli esseri umani, queste tecnologie sono “badanti” che non interpretano, non tengono conto del contesto, si limitano a eseguire tutto alla lettera. E a volte, sono così ottuse da essere facilmente manipolabili.

Come evidenziato da diversi studi nel campo della sicurezza informatica e dell’interazione uomo-computer, i bambini e gli adolescenti dimostrano spesso una notevole capacità di aggirare le restrizioni imposte. Se pensiamo ai social network, a TikTok come a Instagram, gli strumenti di parental control, nonostante gli sforzi delle big tech, che in questi ultimi due anni si sono attivate moltissimo, faticano a tenere il passo da un lato con la creatività degli adolescenti e dall’altro con l’offerta di contenuti digitali. Nonostante i progressi, permangono insomma “zone grigie” dove i contenuti potenzialmente dannosi non vengono filtrati o perché troppo nuovi o perché troppo scaltri. Quindi, tecnicamente, non ci sono luoghi digitali sicuri al 100 per cento.

Psicologicamente, poi il discorso è diverso. Non serve uno specialista per capire che una cosa è un divieto e altra cosa è mettere un lucchetto ai “giochi” del figlio. L’obiettivo è lo stesso, ma l’impatto sulla fiducia e sulla relazione genitore-figlio è assai diverso. Un approccio eccessivamente restrittivo può generare risentimento e minare la comunicazione aperta. L’adozione di un monitoraggio invasivo, come la lettura dei messaggi privati o il tracciamento costante della posizione, può essere percepita come una violazione della loro privacy. Tecnicamente, lo è. Questo può portare a un clima di sfiducia e indurre riluttanza a condividere esperienze online, anche quelle negative, con i genitori. Infine, un eccessivo affidamento al parental control può ostacolare lo sviluppo della capacità di autogestione e di pensiero critico nei confronti dei contenuti online. I ragazzi potrebbero non imparare a valutare autonomamente i rischi e a prendere decisioni responsabili se le scelte vengono costantemente filtrate dall’esterno.

Al tempo stesso – va da sé – concedere la massima fiducia è bellissimo sulla carta. Un segno di grande maturità che ti fa sentire un genitore illuminato, ma può funzionare se conosci davvero bene chi hai davanti. E non sempre è così. Stiamo parlando di adolescenti. Non sono un fan dello psicologo Paolo Crepet, ma, come lui stesso sostiene, serve un sistema di regole e confini chiari. Quando mio figlio gioca ai videogiochi, uso come tutti il timer. Mi aspetto che bari? Certo che me lo aspetto. Chi non ha provato a passare qualche minuto in più davanti ai cartoni animati? Di solito sono piccole cose, come fingere di non aver sentito il timer o barare sul volume. L’operazione di mettere dei limiti non è in sé un esercizio di controllo, ma semplicemente venire a patti con una verità intuitiva. Giocare ai videogiochi, così come stare sui social o guardare i video brevi, non è diabolico in sé, non c’è nulla di sbagliato. È solo divertente. Molto divertente.

Giocare ai videogiochi può attivare la produzione di endorfine, specialmente quando l’esperienza è coinvolgente, piacevole o gratificante. Ci intrattiene e ci fa stare bene. Quindi perché uno dovrebbe smettere? Chi vi scrive è un videogiocatore; messa così sembra un’ammissione da gruppo di autoaiuto per ludopatici. A ogni modo, quando ero adolescente ogni giorno accendevo la console o il PC. Nel tempo mi sono dato più regole di quante ne avessi allora, ma da ragazzo riuscivo a giocare anche per tre ore di seguito senza fermarmi. Ogni timer si è sempre rivelato inutile. Adesso che sono grande utilizzo qualcosa di più analogico. Di esterno alla console. È un vezzo personale perché, ormai da anni, sono previste in tutti i dispositivi impostazioni che genitori e tutori possono utilizzare per limitare, o guidare, il modo in cui le bambine e i bambini utilizzano le console e i telefoni. Ciò detto, quanto possiamo/dobbiamo/vogliamo giocare al giorno?

(continua..)

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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